Così fiorirono le università

Domenica del Sole 24 Ore, 4 marzo 2018:

Si parla spesso del Medioevo come di un’epoca di tenebre e ignoranza; e ci sembra di capire che cosa si intenda. Ma la cosa è strana se pensiamo che proprio al Medioevo dobbiamo l’invenzione dell’università, cioè l’istituzione della produzione e della trasmissione del sapere per eccellenza. Certo, può forse disturbare qualcuno che tra le facoltà più importanti ci fossero quelle di filosofia e di teologia – di sicuro non fra le più in auge nei nostri anni -, ma che dire allora delle facoltà di diritto e di medicina, saldamente inquadrate nel sistema della conoscenza medievale (e già allora potenzialmente molto lucrative), indispensabili per esercitare alcune delle professioni più importanti dell’epoca?

Naturalmente passerà ancora molto tempo prima che un Danton possa dire, programmaticamente, che “dopo il pane, l’istruzione è il primo bisogno di un popolo”; e tuttavia l’epoca medievale ebbe un’attenzione specifica all’istruzione e una pluralità di modelli di insegnamento e di ricerca che, appunto, culminarono con la nascita delle università.

Su questa pluralità di istituzioni, non sempre coeve vista l’ampiezza del periodo trattato, ma anche sulla diversità di contesto, di approcci culturali, di programmi, di gerarchia di discipline e di tecniche d’apprendimento si concentra il libro La scuola nel Medioevo (Carocci, Roma) del medievista Paolo Rosso.

Il volume prende le mosse dal disfacimento della cultura scolastica classica e pagana, mostrando però le permanenze di alcuni suoi valori guida e tutte le sue mutazioni nel contesto cristiano, fino al grande rilancio educativo dell’età carolingia, per iniziativa di Carlo Magno e Alcuino di York, e termina il suo percorso alle soglie dell’umanesimo.

L’utilissima storia raccontata da Paolo Rosso, con stile sintetico e informativo, è dunque anche una storia sul rapporto tra le istituzioni e le forme del sapere. Il monastero e il pensiero monastico sono un buon esempio. Se è vero che “claustrum sine armario quasi castrum sine armamentario” (un chiostro senza biblioteca e come una fortezza senza arsenale), come dichiarava un adagio monastico del XII secolo, è allora interessante cogliere il legame tra le istituzioni monastiche e lo studio. Si poteva imparare a leggere cominciando a memorizzare le lettere dell’alfabeto latino, anche trattenendone un senso simbolico, poi le sillabe e le parole. La lettura successiva si esercitava in modo continuo sul Salterio, cioè il libro dei salmi. In questo modo apprendimento e meditazione risultavano uniti nello stesso processo di perfezionamento personale, che favoriva la memorizzazione, ma anche la meditazione e quella sorta di riflessione muscolare che veniva chiamata “ruminazione”, cioè il tenere in bocca la parola e quasi gustarla, e che si potenziava con il canto liturgico. Non si può forse neppure capire del tutto l’opera di un autore capitale come Anselmo d’Aosta se non si tiene conto di questo retroterra istituzionale e cognitivo.

La domanda di istruzione e la necessità di formare persone in grado di assumere responsabilità nelle amministrazioni, ecclesiastiche ma non solo, porta anche alla nascita di scuole cattedrali, che legate al vescovo sono scuole di ambiente urbano e cittadino. Il programma di studi del quadrivio (aritmetica, geometria, astronomia, musica) e del trivio (grammatica, retorica, dialettica) fornisce allora “sette vie” di accesso al sapere, aumentando anche la domanda di testi, di manuali, di materiali vari. La figura del maestro o dei maestri diventa sempre più forte. Molti di loro assumono cariche importanti, come quella di abate, e scalano le gerarchie ecclesiastiche. Ed è proprio per consentire di seguire i prestigiosi insegnamenti di maestri famosi che nell’ambiente urbano dell’XI secolo nascono anche altre scuole di vario orientamento e la figura dello studente si trasforma e diventa itinerante. Basterebbe citare il caso del famoso Giovanni di Salisbury, che dall’Inghilterra si sposta a Parigi e Chartres, per studiare con i maestri più famosi, e poi diventa segretario dell’arcivescovo di Canterbury e finisce la propria carriera come vescovo, ancora a Chartres. Ma è appunto l’università l’istituzione che contribuisce di più al decollo scientifico e culturale dell’Europa medievale. Essa nasceva dall’accordo corporativo tra studenti e professori, che si legavano all’interesse reciproco della formazione – indispensabile per raggiungere i vertici di certe professioni o per raggiungere posizioni di medio e alto livello nelle amministrazioni civili ed ecclesiastiche -, e che unendosi difendevano meglio i propri diritti, per esempio certe esenzioni, di fronte ad altri poteri e anzi trovavano riconoscimento dalle massime autorità.

Non solo ormai il modo di studiare i testi tipico delle scuole abbaziali non sembra più essere adeguato alle nuove esigenze di istruzione superiore, ma cambia anche la composizione sociale degli studenti. Anche lo schema del trivio e del quadrivio, che aveva dato ordine alla ricerca, risulta insufficiente e incapace di contenere tutte le tendenze scientifiche ed educative dal XII-XIII secolo. Il metodo della quaestio, con l’analisi dei pro e dei contra e la soluzione del maestro, e la disputatio, che rende il sapere un dialogo in competizione tra diversi punti di vista, uniti alle nuove definizioni disciplinari e al profondo ripensamento di che cosa sia da ritenersi “scientia”, sono tra gli strumenti più noti di questo nuovo sapere. I cambiamenti sociali, economici e culturali del XIII secolo sono ormai talmente profondi e talmente legati alla cultura, alla parola pubblica, alla capacità di agire e riflettere, al valore della ricerca intellettuale che l’Europa non più pensarsi senza scuole e senza università.

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