I rompibolle

Ma voi come fate quando vi rendete conto che tra i vostri contatti, nella vostra bolla di facebook o di twitter, ne saltano fuori alcuni che condividono sempre più fake news di matrice razzista o complottista, cioè quel genere di materiali che ci avvelenano la giornata?

Parliamoci chiaro: se seguite su twitter i filosofi per fessi, i politologi da osteria e tutti quei poveri infelici che twittano apposta fesserie perché hanno interesse a farlo, sperando in un posto da qualche parte, terrorizzati di non essere più invitati in tv o alla ricerca di uno stipendiuccio nella nuova Italia, la colpa è vostra e non vi potete lamentare.

Io alcuni di questi li seguo (lo confesso: a volte rispondo pure, subito attaccato da stormi di uccelli neri com’esuli pensieri nel vespero migrar), e lo faccio un po’ per quel brivido masochista del “non posso crederci” che ogni tanto abbiamo e un po’ perché leggere loro e i loro commentatori è istruttivo (a piccole dosi).

Ma io non parlo di loro. Parlo dei condivisori che ti prendono alla sprovvista e che non sospettavi di avere tra i contatti. Quelli che postano le foto con i finti virgolettati, quelli dello smalto della naufraga, degli alberghi a quattro stelle per i migranti, quelli dei bambini che non sono bambini, ma bambolotti. Parlo di quelli che prima sembravano brave persone e poi nel passaggio cognitivo che il paese sta attraversando si sono di colpo resi conto di essere stronzi e ne sono felici.

Che fare? Vivere in pace e toglierli dalla nostra bolla social? Oppure tenerli lì, a contatto, intossicandosi, ma almeno sapendo in che direzione vanno? In questi casi io oscillo tra togliere dal social almeno i casi più eclatanti di razzismo straccione e tenerli perché in fondo mi ispirano, mi fanno capire delle cose (brutte), e mi tengono in contatto con tutta quella spazzatura di odio e bufale che pare avere un ruolo importante in questo momento nella nostra vita collettiva.

Dialogare non è facile, anzi è quasi impossibile. Spesso trovi il condivisore di bufale che usa lo stile dubitativo-socratico. Se chiedi “Perché posti cose che sono palesemente false?”, lui o lei ti risponde “Non so se siano false, ma io non ho certezze. Tu piuttosto, non credi che un po’ di pensiero critico sarebbe utile?”. “Sì – fai tu – ma stai dicendo che c’è un complotto mondiale per sostituire i bianchi con i neri in Europa”. “Ma tu – risponde lui o lei – come puoi berti tutto quello che ti propinano i media?”.

Insomma ti trovi davanti un simil-Socrate ubriaco e stronzo che fa seguire post su scie chimiche e sullo smalto della naufraga (“Non so voi, ma io se devo farmi il deserto e il mare certo non mi faccio le unghie”).

Altre volte ti trovi invece l’insospettabile aggressivo, che ormai ha deciso di uscire allo scoperto e che ti accusa di essere un fautore della superiorità della sinistra, di essere un privilegiato, di avere una situazione agiata che non ti permette di capire i problemi della gente. Ovviamente, anche se è un tuo contatto tu non sai chi sia, sai solo che fotografa il suo SUV e che fino a tre giorni prima metteva like ai tuoi post e faceva commenti spiritosi.

Non solo, ti accorgi anche che gli insospettabili sono in una rete di loro contatti di altri condivisori pronti a scatenarsi. Lo confesso, a volte faccio come loro per vedere l’effetto che fa: ti dicono che sei un radical chic e tu chiedi “chi ti paga?”, loro ti dicono “tu lavori all’estero, hai il culo all’asciutto” e tu rispondi “sei un cretinetti” (cosa che ho sognato di dire da una volta che lo disse in un film Franca Valeri). Inutile dire che non risolve (ma aiuta).

Insomma che fare? Godersi la propria bolla con i post dell’amica paleografa, del selezionatore di musiche, dell’artigiano geniale, della brava persona che non sai chi sia ma vedi che quasi ti vuol bene, del collega impegnato e brillante? Oppure sopportare  questi poveri infelici astiosi per capire da dove vengono i pericoli (e come difendersene, perché è arrivato il momento di difendersi)?

Quindi ho banalmente deciso di tenerne qualcuno ma di eliminarne qualcun altro, perché a tenerli tutti mi rompono la bolla, ma inviando un messaggio prima di cancellare i pestiferi contatti:

“Caro XY, la vita è troppo breve per avvelenarsi tutti i giorni con porcherie come quella che hai condiviso (e anche con gli argomenti come quelli dei tuoi contatti fb). Ognuno ha le sue idee e puoi essere politicamente contro tutto o a favore di tutto, contro l’Europa, con Putin, con Belzebù, ed è tuo diritto, perché siamo nell’ambito delle opinioni. Ma per votare chi vuoi non hai bisogno di bugie e di offese: se un poverocristo è annegato è annegato. Dissociati pubblicamente dall’ultima bufala odiosa che hai postato, dammi un messaggio di frequentabilità, altrimenti senza nessun rancore, possiamo tornare a non conoscerci, ciascuno nel piccolo mondo che saprà costruirsi”.

 

 

 

Il negazionismo dei ciccibelli

Ci siamo divertiti con le scie chimiche e con le sirene, poi gli anni dell’I want to believe da fesserie alla X files si sono trasformati in credenza in cure mediche miracolistiche e (nello stesso tempo) in diffidenza nei vaccini e nelle cure ovvie e normali. Nel frattempo  ci siamo abituati tutti a sentire di tutto e altri si sono abituati a dire di tutto, senza regole logiche, senza curarsi dell’impazzimento delle contraddizioni, utilizzando la manipolazione e la disponibilità a essere manipolati come unico prerequisito del dibattito pubblico. Le fake news non bastano più, siamo arrivati al contrario, cioè non solo si crede (o si fa finta di credere) a cose non vere e incredibili, ma si nega l’esistenza di cose ovvie, che è l’altro versante dell’I want to believe.

In questi giorni si leggono sui social network nugoli di post di ridicoli ceffi che negano che i bambini annegati in mare l’altro giorno siano davvero annegati e che addirittura siano davvero bambini. Le foto che abbiamo visto sarebbero foto di bambolotti, di cicciobello iperrealistici (ti mettono anche il link al prodotto) messi lì da qualcuno (le famigerate Ong, Soros, l’Ue, il baubau) per colpevolizzare noi poveri italiani che abbiamo il torto di non salvare la gente in mare (ma noi in realtà la salveremmo, dicono, non facendola partire o una volta partita non prestando soccorso, cioè non salvandola).

Chiamiamo per una volta le cose con un nome appropriato: siamo al negazionismo. E questi che una volta potevamo bonariamente prendere in giro per le scie chimiche, questi che si presentano come anime candide, come persone controcorrente che scrutano i segni dell’oppressione, dei complotti mondialisti, questi ciccibelli del pensiero, in questo caso non sono altro che negazionisti.

E c’è qualcosa nel negazionismo che logicamente mi ha sempre affascinato (non i negazionisti in sé, che non sono mai in buona fede), e cioè che il negazionista implicitamente ammette l’orrore di ciò di cui parla, per nasconderlo all’interlocutore, ma poi riproporlo in altra forma.

Lasciare annegare bambini nel mare è un orrore, e infatti i bambini non annegano, non ci sono, non esistono. La mala fede sta nel fatto che se non annegano non vanno salvati, quindi, in sostanza, che anneghino pure.