La qualità sociale dei prodotti

Riconversione verde, tasse strategiche, Iva da sterilizzare, imposte di scopo sulle merendine: in queste settimane il dibattito si è molto focalizzato su questi temi.

Non sono un economista (del resto non lo sono neppure alcuni responsabili economici di partito e la maggior parte di coloro che parlano di questi temi avendone responsabilità) e so quindi di dire cose approssimative (in parte alcune già fatte), ma è appunto nel dibattito collettivo che le idee prendono vita e si radicano e che le società cambiano nelle loro consapevolezze.

E in questo dibattito, che non può essere solo nazionale (e infatti non lo è) forse può essere interessante partire dai prodotti e dalla loro diversità qualitativa.

I prodotti infatti non sono socialmente tutti uguali, non solo per la natura stessa dei prodotti, della materia che consumano in quanto tali, ma per la differenza di processi industriali e anche per la differenza di contesto di produzione.

Un prodotto può essere ottenuto rispettando l’ambiente, rispettando e i diritti dei lavoratori e innalzando il benessere complessivo delle comunità, oppure non rispettandoli. Non solo alcuni prodotti in sè consumano risorse e “socialità”, ma uno stesso apparentemente identico prodotto ottenuto in un paese garantito da leggi per l’ambiente e per i diritti dei lavoratori, in un altro paese privo di garanzie può avere effetti sociali negativi.

Per dirla con una formula, esiste un’ineguale “qualità sociale” dei prodotti. Un prodotto buono può essere socialmente cattivo, perché non fa abbastanza per minimizzare il suo impatto ambientale e non fa abbastanza per migliorare la vita non soltanto dei consumatori (questo lo fa già), ma dei lavoratori e delle comunità locali di origine.

La qualità sociale dei prodotti va premiata quando è buona e va scoraggiata con l’imposizione fiscale quando è cattiva. Non si tratta, a mio avviso, di scoraggiare prodotti particolari sulla base di intenti educativi (questo è importante, ma è un altro tema) relativi a questioni salutistiche o sanitarie, che risulterebbero moralistiche (in fondo se uno ha voglia di ammazzarsi di cioccolatini è libero di farlo), ma si tratta di ottenere una migliore qualità sociale di un prodotto qualsiasi.

Questo vale naturalmente per i processi industriali nei nostri paesi, perché una migliore condizione produttiva (dai processi ai salari al modo di lavorare) sarebbe premiata con un’imposizione meno importante. Ma sarebbe importante anche nel dialogo con le aree del mondo e i diversi sistemi economici e produttivi.

Un’area forte come quella europea può esigere che al suo interno un sistema di incentivi e disincentivi venga messo in piedi, ma può anche dialogare con altre aree per pretendere una migliore qualità sociale dei prodotti che importa. Non si tratterebbe di dazi, che sono indiscriminati, ma di tassazioni selettive che possono addirittura convenire ai produttori di aree meno garantite.

Ma certo una simile concezione, se adottata su larga scala, costituirebbe anche un vantaggio competitivo per le economie più evolute e meno piratesche e al contempo uno stimolo competitivo per tutte le aree del mondo (magari su filiere particolari).

Un paese in via di sviluppo, per esempio, potrebbe convertire alcune delle sue filiere ad un livello qualitativo sociale che consenta di penetrare meglio in zone forti e, in questo senso, portare la concorrenza, con paesi dello stesso livello, ad uno stadio molto più utile a tutti o anche colmare il gap, su filiere particolari, con le economie più forti. In fondo gli squilibri del capitalismo possono essere mitigati anche incorporando ai prodotti (che vuol dire al loro valore) una responsabilità sociale.

In questo senso anche la necessaria “sterilizzazione” degli aumenti dell’Iva potrebbe essere l’inizio di un dibattito sulla diversificazione di imposizione sul valore non indiscriminata ma molto più selettiva e più socialmente utile.

La pacchia è finita?

Il successo elettorale non è certo finito, ma si può forse dire che il tentativo politico di Salvini, cioè quello di un’ascesa senza limiti e con forzature senza costrutto, si sia dimostrato infruttoso.

E si è dimostrato tale perché in fondo Salvini ha confermato di essere un politico dotato di un grande istinto, ma privo di una cultura politica propria (come dicevo qui in tempi non sospetti) e di un vero progetto.

Cerco di spiegarmi meglio. Il passaggio della Lega di Salvini al sovranismo è stato il tentativo di passare dallo strampalato nazionalismo padano, che appariva ormai esausto per vent’anni di sostanziali insuccessi, a un progetto nazionale che spostasse più in là, cioè dai meridionali agli stranieri soprattutto africani, la frontiera del nemico.

Lo stacco è sembrato ampio perché per vent’anni la Lega non ha fatto altro che predicare sull’inesistenza dell’Italia come paese, attribuendo al Mezzogiorno tutti i mali della Penisola, e fornendo come unica soluzione l’indipendenza della prima (e poi) inesistente Padania. Si trattava di una soluzione impossibile e dunque geniale perché lasciava aperti i problemi senza risolverli mai e quindi consentiva di lucrare su una cultura del risentimento che è stata il motore di tutto.

Salvini ha tentato di ampliare il nazionalismo padano portandolo a una scala più ampia, quella di tutto il paese, insistendo sul “prima gli italiani” ma dopo aver individuato i nuovi terroni (e anche qui avendo cura che i problemi non potessero risolversi).

C’è riuscito in parte, ma ha fallito con lo schema generale.

Completamente sfornito, lui e il suo gruppo dirigente, di un disegno ampio, ha perso l’occasione di fare davvero politica a partire da un nucleo concettuale che potenzialmente poteva rivolgersi in varie direzioni.

Privo della capacità intellettuale di elaborare un vero progetto strategico (che pure poteva essere nazionale, perché no?), per un’esigenza stretta di trovare elementi di un cultura politica possibile si è rivolto all’estrema destra.

A pensarci bene, non c’era nessuna necessità elettorale o di strategia per cercare per esempio un legame con Casa Pound, se non quello della ricerca urgente di un lievito ideologico già pronto e il più semplice possibile.

La Lega salviniana ha virato alla destra estrema per mancanza di cultura propria nel  nuovo quadro nazionalista in cui voleva porsi e quella cultura estrema ha fatto da lievito. Ne è bastato un po’ per far crescere l’impasto.

Tuttavia, com’è ovvio, quell’impasto ha sì fornito una struttura elementare da spendere nella ricerca del consenso, ma non ha fornito ulteriori idee o progetti capaci di misurarsi con il contesto mondiale e nemmeno europeo (e  per insufficienze proprie in Europa Salvini ha davvero sbagliato moltissimo da subito, mentre avrebbe potuto cambiare il quadro indirizzando il suo sovranismo oltre le frontiere europee – e vedremo se non l’ha fatto per condizionamenti economici di potenze extraeuropee).

L’evocazione dei simboli religiosi è poi un ulteriore tentativo di costruire un altro ibrido sostegno culturale e intellettuale alla sua azione, compatibile con una certa destra e dal significato anche antieuropeista (essendo l’Europa vista come un covo di illuministi). Per il momento anche questo è risultato un colpo a salve, anche perché i tempi sono cambiati pure rispetto a pochi anni fa.

Senza un orizzonte concettuale e intellettuale (che può essere certo ideologico e ricevuto), nessuno può fare politica in modo ampio, ambizioso e non asfittico, perché manca lo spazio che anticipa e nutre l’azione.

Certo, se Salvini non avesse fatto quell’errore madornale di mezza estate sarebbe ancora lì – e tante volte nella storia si è proceduto per spinte apparentemente asfittiche che però hanno cambiato il quadro delle situazioni -, ma c’è da chiedersi se, senza direzione, senza risorse intellettuali, senza veri progetti, senza un gruppo dirigente, quel tipo di errore sia davvero evitabile.

Salvini ha dunque chiuso? No, per nulla. Ma non sembra avere molto filo per tessere, proprio per le insufficienze strutturali a cui abbiamo accennato.

Potrebbero però succedere molte cose diverse.

La prima è che, sentendo fallire la Lega “nazionale”, un certo gruppo dirigente leghista ricominci ad alludere all’antimeridionalismo, verniciandolo di autonomia e di vittimismo antiromano (non escludo che qualche cervellone finto economista fra un po’ teorizzi la doppia moneta, l’euro al Nord e qualcos’altro al Sud, perché il Nord è pronto e il Sud ne avrebbe giovamento…). Sarebbe però un ridimensionamento

Potrebbe invece essere che il nuovo governo si dimostri talmente disastroso (perché no?) da tenere in partita Salvini, con l’integralità del suo sovranismo (parola contraddittoria nel mondo in cui viviamo, ma sempre con un fortissimo appeal) anche agli occhi dei suoi stessi competitori interni che certo gli presenteranno il conto se i sondaggi caleranno (Maroni ha già ricominciato ad andare in televisione).

Molto dipenderà da come si comporterà il governo che ha giurato ieri e da come si polarizzerà lo scontro politico nella percezione generale.

Salvini infatti non solo non è fuori gioco, ma guida quello che i sondaggi danno come il primo partito italiano: tornerebbe di certo al vertice in caso di elezioni anticipate, potrebbe invece farsi erodere il proprio consenso, o potrebbe addirittura essere costretto, dal calo eventuale dei sondaggi e dai morsi dei rivali interni, a una prova finale di forza (e se fosse, nella necessità di avere un palazzo istituzionale, l’attacco diretto al comune di Milano?).