Lessico spicciolo per populismi di destra, di sinistra e di centro

Il linguaggio populista è ormai trasversale, con diverse coloriture a seconda dei contesti in cui si radica e germoglia, a destra, a sinistra e al centro. Alcune espressioni hanno vari quarti di nobiltà – perché sono residui di linguaggi più antichi risignificati -, altri hanno solo il peso di quarti di bue, ma tutte stanno lì, disponibili, a colmare vuoti, a sommarsi con altre espressioni o parole allusive.

Un piccolo lessico spicciolo, spicciolissimo, che, come si dice, non ha pretesa di esaustività e che possiamo allungare a piacere:

Professorone: si applica ai professori universitari, sia quelli veri, che magari hanno esposto una tesi non gradita, sia quelli immaginari, che non hanno esposto nulla, ma sono sicuramente contrari. I professoroni hanno la colpa di insegnare all’università, ma di non capire il popolo, che è più sincero di loro e che è rappresentato dal politico (di destra, di sinistra o di centro) che usa l’espressione e che di solito è un ciuccio. Un po’ miles gloriosus, un po’ Benedetto Croce (che però non era professore), il professorone parla forbito (e magari fosse così), ma con lingua biforcuta, si perde in tecnicismi ed è categoria a sè, non fa parte del popolo, neanche quando ha il mutuo trentennale da pagare.

Battere i pugni sul tavolo: Non c’è politico che prima o poi non abbia voluto battere i pugni sul tavolo, in particolare in Europa, per ottenere questo e quello. Sembra molto risolutivo, ma è la manifestazione d’impotenza per eccellenza: a battere i pugni sul tavolo sono capaci tutti, ma a spiegare una strategia per ottenere quello che serve non ne trovi manco uno. E gli altri seduti al tavolo sono contentissimi. Mentre noi come dei fessi ripetiamo “eh sì, dobbiamo battere i pugni”.

Quelli che si alzano la mattina presto: Non c’è partito che non parli a nome di quelli che si alzano la mattina presto, non tanto perché siano dalla parte di chi fatica, ma per far intendere che c’è una parte di Paese che si alza la mattina tardi – quindi o non ha bisogno di lavorare o fa lavori poco virili (anche se donna) e poco degni di questo nome – e che sarebbe la parte inautentica. L’espressione serve solo a mettere zizzania (curiosamente quelli che lavorano fino a tardi non vengono mai nominati, forse perchè vanno in ufficio tardi) e nessuno ha mai capito a che ora ci si dovrebbe alzare.

Radical chic: ça va sans dire.

Intellettuale: Espressione di somma ambiguità. Agli intellettuali alcuni rimproverano di essere muti, altri di parlare troppo. Alcuni vorrebbero che si rimettessero il basco come Sartre, altri gli occhialini come Gramsci, molti apprezzano le macchiette di intellettuali da social, che infatti prosperano. Una cosa è certa: la colpa è degli intellettuali, anche quando semplicemente si fanno i cazzi loro. E noi spesso dimentichiamo che un intellettuale è colui che nomina un fenomeno, perché lo capisce e lo vede, o definendolo gli dà una forma, che prima non c’era. Lo è anche Salvini quando dà forma alla pancia; non lo è più quando da quella pancia non riesce più a uscire. Non tutti quelli che si dicono tali lo sono; molti che non sanno di esserlo lo sono a pieno titolo.

La domanda è giusta, ma la risposta è sbagliata: È una semplificazione di rara bellezza. Tradotta vuol dire “Sono d’accordo col populista, perché la gente lo segue, e il suo argomento populista è di fatto intoccabile altrimenti passo per buonista, ma non posso dirlo perché altrimenti quei quattro buonisti che mi votano non mi votano, quindi dico che la massa che vota il populista ha ragione, ma possiamo mitigarne gli effetti. E forse nessuno si farà male”. La verità è che se la risposta di milioni di persone è sbagliata (il che in democrazia vuol dire che è giusta), allora è proprio la domanda a essere sbagliata. E se sai fare la domanda giusta falla, e avrai risposte giuste, altrimenti lascia il posto a chi la sa fare (oppure chiedi consigli a intellettuali e professoroni). Grazie.

La gente non capisce…:  Espressione usata dal populista di tutto l’arco parlamentare per dire che non vuole parlare di un argomento che gli è scomodo o che è troppo complesso.  Però, o populista di centro, di destra e di sinistra, se la gente non capisce glielo devi spiegare tu, oppure ti devi attrezzare perché qualcuno glielo spieghi.

Il popolo sa…: La gente non capisce, ma il popolo sa. Del resto se si chiama populismo un motivo ci sarà. Ogni volta che un populista evoca il popolo, in realtà sta parlando di una parte, grande o piccola che sia, e sta soprattutto parlando di se stesso come rappresentante unico e inconfutabile di tutto il popolo. Il passo successivo è, come si sa, escludere dalla definizione di popolo chi non è d’accordo con quell’opinione che “il popolo sa”. Da lì li si fa diventare “anti-italiani”, o “nemici del popolo”, oppure com’è ovvio “venduti” e “traditori” e poi si finisce a baionettate…

Sono d’accordo, ma non è il momento/non è prioritario: Imparentato vagamente con “risposta sbagliata a domanda giusta”, ma in certo senso per giri contrari e più ambiguo. È come dire “quello di cui si parla è giusto – (tipicamente quando si parla di ius culturae o diritti come il matrimonio omosessuale) -, quindi non giudicarmi male, sono una persona corretta, però non lo facciamo”. Questo è il primo livello di ambiguità, perché non si capisce se il “sono d’accordo” sia sincero (e questo fa guadagnare i voti dei “non sono d’accordo per niente”). Il secondo livello è sul “non è il momento”, che è spesso motivato con un “se lo facciamo adesso vince poi quello cattivo che non è d’accordo e quindi noi buoni perdiamo”. Il problema è che il “cattivo” è quello che non è d’accordo e che quindi ha già vinto. È il più subalterno degli argomenti.

Uscire (o scendere) dalla Torre d’avorio: Viene chiesto a chi ha un’opinione propria, non incasellabile nelle posizioni alternative dei talk show, di scendere dalla Torre d’avorio e di ritornare in mezzo alla gente vera. Di solito a chiederlo è qualcuno che ha una sola incessante idea – e palesemente è sbagliata – ma è un’idea abbastanza gretta e grossolana che sicuramente è condivisa dal popolo (che sa). Poco importa se il grezzone guadagna 12mila euro al mese o se è un sedicente imprenditorone con manie di inferiorità, l’importante è che l’altro scenda dalla torre. Curiosità per distratti: l’espressione Torre d’avorio viene dal Cantico dei cantici ad indicare sensualmente il collo della Sulammita e viene successivamente usata per indicare la Madonna.

Il Paese più bello del mondo: Certo, non è un argomento populista in senso stretto, ma lo aggiungo qui perché non se ne può più di sentir parlare della bellezza dell’Italia, delle “eccellenze” di questo e di quello (ricordo peraltro che l’eccellenza è qualcosa di misurabile secondo criteri stabiliti), come per autoassolverci da tutte le magagne che questo nostro amato Paese si porta dietro da troppo tempo. Non è il momento dell’orgoglio. È il momento dell’umiltà.

To be continued (forse).

 

Lo ius culturae? È anche di destra

Sui problemi legati all’immigrazione e alla cittadinanza, e su tantissime altre cose, ci siamo ormai da tempo incartati in false certezze – sia a destra che a sinistra -, in malintesi provocati ad arte nei quali ci intrappoliamo, e in provincialismi che ci legano e ci irrigidiscono e dei quali certamente un giorno ci libereremo e, ripensando a questi tempi, forse come Pinocchio alla fine delle sue disavventure diremo “Com’ero buffo, quand’ero un burattino!”.

Lo ius culturae – cioè la possibilità che qualcuno nato in Italia da cittadini stranieri e vissuto stabilmente in Italia possa avere la cittadinanza senza aspettare la maggiore età, dopo aver frequentato le scuole italiane (per esempio le elementari, o le elementari e le medie) – è di nuovo stato riproposto al dibattito e di obiezioni incongrue se ne sono sentite di ogni tipo.

Dico incongrue, perché dire “non è il momento” è chiaramente una scusa che maschera rancori per gli uni e cinismi elettoralistici per gli altri, o fare sparate tipo “la cittadinanza si merita”, quando nessuno l’ha meritata (altrimenti si potrebbe anche demeritare e quindi bisognerebbe per esempio toglierla ai mafiosi, il che è concettualmente ridicolo), è parlare a vanvera.

Ma non è questo il punto, perché ognuno è libero di prendere le posizioni che vuole (solo andrebbe evitato di ammantarle di una razionalità che non è tale).

Il punto che mi sembra interessante e che a volte sfugge è però un altro, e cioè:  la cittadinanza non è un’azione umanitaria, non è un atto di accoglienza, non è un buonismo. L’attribuzione della cittadinanza – l’ho già scritto qui stesso un po’ di anni fa – è una strategia dello Stato che associa delle persone o dei gruppi ad un sistema di doveri e di diritti, in funzione dell’idea che lo Stato stesso ha di sé.

La cittadinanza infatti non la dà la comunità e il suo sospetto comunitarismo, non la dà la religione, non la dà l’ideologia politica. La cittadinanza la dà lo Stato, che in quest’atto riafferma se stesso e mostra la sua priorità logica e giuridica rispetto a comunità, religioni, appartenenze politiche.

In questo senso, lo ius culturae sarebbe una battaglia molto congeniale alla destra, perché enfatizza la sovranità dello Stato e stabilisce l’inclusione e l’accettazione di un sistema valoriale che fa capo allo Stato.

Oggi nel “dibattito” pubblico si considera che questa battaglia sia esclusivamente di sinistra – e come tale la si osteggia, o la si considera “buonista”, o la si teme, anche all’interno di certa sinistra o di certo centro della sinistra… -, mettendola nel pacchetto della “cultura dei diritti”, di cui la sinistra sarebbe appunto portatrice.

Certo, è vero, ma chi mi legge mi consentirà di aggiungere che è un paradosso anche questo, perché la stessa cultura dei diritti, in quanto tale, è concettualmente di derivazione liberale. L’idea che lo Stato limiti se stesso nel riconoscere diritti ai cittadini, che lo precedono, è liberale (e la sinistra, oggi, anche. Ma questo è un altro dibattito).

La cittadinanza è certo un’altra cosa; e in questo senso ancora più compatibile con le culture di destra (che non sono originariamente liberali).

C’è un ulteriore elemento, che è trasversale, e che è importante: mettere ordine sulla cittadinanza per chi nasce in Italia da genitori stranieri che dimostrano di fare dell’Italia il centro di un progetto di lunga durata, vuol dire semplicemente prendere atto dell’esistenza di nuove generazioni di italiani che già contribuiscono alla crescita collettiva, e sulla cui energia, entusiasmo, progettualità, grande o piccola che essa sia, l’Italia può già contare e che l’Italia non può ostacolare con sciocchi malintesi, perché altrimenti si irrigidisce ulteriormente, come un burattino.

La diciamo tutta? Il Pd fa benissimo a proporre una legge (però lo deve fare subito e discutere con tutti perché ci siano i numeri già in questo Parlamento), ma il primo leader di destra o centrodestra che si svegliasse dal sonno dogmatico e ponesse il problema dello ius culturae (anche se fosse qualcuno con l’idea più chiusa possibile sull’immigrazione, perché le due cose non c’entrano) e si intestasse in modo chiaro e “di destra” l’iniziativa, rafforzerebbe notevolmente la sua parte.