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Bestiario politico. Machiavelli e altri animali politici

È il titolo del mio podcast, prodotto da Storielibere.fm, in sei episodi.

Qui la descrizione della serie.

E il trailer, che se vi piace, potete condividere.

 

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I santi di Salvini

Che un politico come Salvini – privo di cultura politica propria, ma dotato di un grande istinto politico – cerchi di costruire percorsi anche ibridi di sostegno culturale e intellettuale alla sua azione non è per nulla strano. Che l’elemento religioso stia sempre di più entrando nel suo modo di raccontarsi è pure evidente, almeno dall’esibizione del Vangelo nella campagna 2018, fino alle foto su Padre Pio, oltre naturalmente alle citazioni del discorso al Duomo.

Si tratta naturalmente di un uso della religione che, per il momento, non arriva neppure al livello di una valenza ideologica chiara. È, al limite, un semplice uso identitario dei simboli religiosi, direi quasi un esperimento, un tentativo di ibridazione in attesa di comprendere se quella religiosa sia una strada percorribile (e probabilmente in quanto tale non lo è). Forse qualcosa di simile a quello che la Le Pen, erede del padre e di altro, ogni tanto tenta ancora stancamente con la povera santa Giovanna d’Arco, patrona di Francia (santa e patrona dal 1920).

Niente di nuovo: la storia europea anche è un intreccio di ideologie politiche e religiose, di segni identitari costruiti e abbandonati alla bisogna. Che uno come Salvini tenti la carta del simbolo religioso è solo un episodio in più, interessante e però un po’ strampalato (ma non per questo banale, perché l’avventurismo è quasi sempre un percorso strampalato compiuto un po’ per caso da uomini senza cultura politica o pronti a cambiare la propria, ma con grande istinto politico, nel momento storico giusto).

Semmai quello che ho trovato divertente è che Salvini si sia messo a citare dei santi che avrebbero potuto benissimo essere citati da un europeista convinto per dire esattamente il contrario di quello che pensano i sovranisti. Giocando un po’ con le cose e con il passato – così come ogni discorso politico fa per essere convincente e vivo e certo le citazioni di Salvini non sono filologia agiografica  – potremmo dire che basterebbe vedere una mappa dei monasteri benedettini nei secoli per capire quanto i paesi europei siano tra loro interconnessi da sempre; Cirillo e Metodio integrarono alla cultura e al destino europeo i paesi slavi; Brigida di Svezia girò mezza Europa, aiutando i poveri e creando una cultura nuova, più accessibile ai molti; Caterina da Siena ebbe una visione complessiva dei fenomeni che si dispiegava su tutto il continente, con rapporti con papi, imperatori, governanti; Edith Stein, e qui si gioca meno, ebrea di nascita, morì ad Auschwitz, in un’Europa dilaniata che non dovrà tornare più. Insomma, viva l’Europa (che peraltro, non dimentichiamolo, potrebbe anche essere intesa da qualcuno in senso beceramente sovranista, come fortezza assediata, da difendere e quindi, perché no, da cristianizzare per fini identitari e non certo di fede o credenza).

Molti poi si sono offesi per il riferimento di Salvini alla Madonna, alla quale il leader dei sovranisti ha affidato il destino proprio e, non si sa bene a che titolo, quello dei presenti e quello dell’Europa. Per farlo però, avrebbe potuto benissimo indirizzarsi, e nessuno si offenda se rilevo il particolare curioso, proprio a una bandiera dell’Unione Europea: il colore della bandiera e la disposizione delle stelle sono un richiamo diretto all’iconografia mariana (tanto che il populista di sinistra francese Mélenchon, che non brilla per europeismo, chiese ufficialmente, nel 2017, che fosse tolta la bandiera europea dal parlamento francese, in quanto riferimento confessionale).

Certo, quando accettarono la proposta dell’illustratore Heitz nel ’55, i famigerati burocrati europei non lo sapevano, ma Heitz, strasburghese, era cattolico di quelli tosti, alla francese, e si era ispirato, a quanto da lui riferito decenni dopo, alla “medaglia miracolosa dell’Immacolata” (se passate a rue du Bac a Parigi andate a dare un’occhiata) e a un versetto dell’Apocalisse “Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una Donna vestita di sole con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle”.

Salvini per arrivare al potere è stato prima separatista e poi nazionalista e antieuropeista. Finirà che per le vie traverse della politica, ancora più piene di folgorazioni delle vie che portano a Damasco, ce lo ritroveremo, prima o poi, europeista convinto.

Tre proposte per l’Europa

Devo ammetterlo: cerco tra i programmi dei partiti e dei movimenti qualche proposta concreta sull’Europa che non sia la proiezione di questiuncole italiane, ma che parli proprio di Europa in quanto tale. Qualcosa che ci porti a un livello più utile di funzionamento o di integrazione dell’Unione.

Chessò, qualcosa su come cambiare i rapporti tra il parlamento e la commissione, sulle liste transnazionali, sull’elezione del presidente, sul ruolo dei governi e il loro ridimensionamento nel funzionamento di tutta la baracca (o anche qualcosa di chiaro che vada nel senso contrario). Oppure qualcosa sull’Europa a due velocità di integrazione (perchè Francia e Germania con i trattati bilaterali stanno facendo quello, no? E noi perché non ci siamo?).

Nella mia ingenuità pensavo che fosse il momento di discutere non solo dei valori (per favore aboliamo la parola “valori” dal dibattito politico: non vuol dire nulla), ma soprattutto di quelle questioni, pensavo che qualcuno dicesse  “io voglio fare questo, ve lo propongo, anche se è difficile. E da qui comincio a parlare bilateralmente con chi ci sta, con i partiti europei che ci stanno, o anche solo con le correnti che ci stanno dei partiti che non ci stanno…”.

Insomma mi aspettavo stupidamente elaborazione politica da parte della politica, ma per il momento ho trovato poco o nulla (forse il programma più concreto in questo senso è quello del movimento paneuropeo Volt).

Da parte mia avanzo qui tre minuscole proposte – lasciando quelle grosse to whom it may concern – che vanno nella direzione di un’integrazione di tipo culturale.

La prima l’avevo già avanzata qui qualche anno fa – un’ora di Europa – e nasce dalla constatazione che come europei non ci conosciamo ancora abbastanza.

Ogni volta che sento una filastrocca tedesca, una favola francese, un modo di dire particolare, mi rendo conto della straordinaria diversità europea (e di quanto questo sia anche spaesante). Ma ciò è nulla rispetto alle differenti concezioni nazionali delle cose, alla varietà del senso storico, alle definizioni che le comunità (nazionali, regionali e anche di regioni transfrontaliere, locali) danno di sé e della propria storia.

Ci conosciamo poco perché raccontiamo a noi stessi solo la nostra storia. I francesi sono convinti che tutto cominci nel 1789 e guardano solo dall’altra parte del Reno, i tedeschi sono spesso concentrati sul respiro dell’Est e sulla propria pluralità interna, gli austriaci a volte si vedono come uno spazio di civiltà non pienamente riconosciuto, gli italiani hanno imparato a scuola a diffidare dei germanofoni, etc.

In attesa di una narrazione europea complessiva (peraltro difficilissima da congegnare), abbiamo bisogno di conoscerci, di essere curiosi gli uni degli altri, di arricchire le storie bellissime delle nazioni con il contatto con gli altri, di ampliare davvero il nostro spazio a spazio europeo, abbiamo bisogno di formare dei leader europei, a loro agio nel continente. Questa curiosità non può che nascere negli anni dell’educazione, dei sussidiari, dell’apertura degli orizzonti.

Perché non introdurre un’ora strutturata di Europa nelle classi elementari? Perché non introdurla su scala europea? Non servono ideologismi, basterebbe dedicarsi alle favole degli altri, alle filastrocche degli altri e magari nelle lingue degli altri – giusto per stabilire un contatto sonoro, non necessariamente per imparare la lingua – ai sapori, ai paesaggi degli altri, con l’unica finalità di rendere curiosi degli altri.

Perché non introdurre un’ora strutturata di Europa nelle scuole medie? Perché non raccontare elementi delle storie degli altri, di quelli che sono i nemici storici, di quelli che hanno vissuto eventi comuni in modo diverso, o di quelli lontani che hanno negli occhi e nella memoria storica altri paesaggi? Discutere a livello europeo di un’ora di insegnamento dai 6 ai 13 anni in tutti i nostri paesi è una battaglia che si può fare e che può essere molto utile.

La seconda proposta è quella di un’università europea.

In questi decenni di integrazione l’Unione Europea ha fatto tantissimo per la ricerca. Gli ERC Grant, finanziamenti importanti per la costruzione di gruppi di ricerca su temi innovativi in ogni disciplina, o i Marie Curie Fellowships, finanziamenti a singoli ricercatori per condurre il proprio lavoro in un’università o centro di ricerca europei (escludendo il paese di partenza del ricercatore, quindi condizionando in modo strategico il finanziamento alla mobilità), non solo hanno consentito a più di centomila studiosi europei di costruire le proprie ricerche, ma hanno anche permesso e permettono, in modo tacito ma operativissimo, uno scambio costante di metodi, di idee, di innovazioni, di reciproca conoscenza tra i vari sistemi nazionali, di miglioramento di processi anche burocratici nell’imitazione di ciò che funziona.

Si tratta di uno degli esempi più evidenti dei vantaggi portati dal ragionare e agire su scala europea. (Altri vantaggi per noi italiani verrebbero anche dal semplice imitare alcuni dispositivi nazionali di altri paesi, come proponevo qui, ma è tutta un’altra storia).

Bene, perchè non facciamo allora un passo ulteriore e costruiamo un sistema di università gestite dall’Europa (che è, lo si voglia o no, un modello di buona gestione rispetto a tantissimi sistemi nazionali), ma pienamente integrate e cofinanziate ciascuna in un sistema nazionale?

Esistono già università europee (una proprio in Italia), perché non costruire una rete, con scambio di professori, di personale amministrativo, e con una maggiore integrazione nel sistema nazionale, in modo che queste strutture possando diventare leve di cambiamento e di conoscenza reciproca? Non potrebbe questo motivare cambiamenti e miglioramenti nei vari sistemi stataii della formazione e della ricerca?

La terza proposta è quella di una televisione europea.

Un’industria culturale comune europea di fatto non c’è. E ce ne sarebbe forse bisogno. Quell’azione di ulteriore conoscenza reciproca che mi pare essenziale potrebbe essere molto facilitata da un tv dell’Europa. Non penso ovviamente a una all news 24 in inglese (o in altre lingue), e non penso neppure a un televisione di informazione politica, anche se in questo senso un’informazione “continentale” sarebbe utile: fa anche un certo effetto straniante il fatto che il tg delle 20 in ogni paese europeo si interessi solo al dibattito o ai fatti nazionali ignorando del tutto gli altri paesi, ai quali siamo legati in un destino in gran parte comune. E un notiziario anche europeo prima o poi ci vorrà.

Ma penso soprattutto a una televisione come la franco-tedesca Arte, nata in seguito a un trattato tra Francia e Germania (guarda caso, le due velocità…), che ha una programmazione per più di metà di documentari, per un quarto di film, con due terzi totali di programmazione inedita, secondo una linea molto riconoscibile, che rende un grandissimo servizio alla conoscenza reciproca e alla creazione di uno spazio comune.

Certo sono proposte come tante altre, ma mi pare che il momento delle proposte, di queste e di quelle più importanti, sia proprio questo.

 

Post-Europa

Spesso quando si parla di uscita dall’euro o di disgregazione dell’Unione Europea, di sovranismi vari o anche di concrete difficoltà, si ha l’impressione che chi parla pensi che un futuro libero dai vincoli attuali sia il ritorno di un’Italia, o di un’Europa, degli anni ’60. Cioè: mi pare che pensiamo al futuro come la riproposizione di un certo tempo passato (che peraltro una gran parte di noi non ha neanche vissuto e non è probabilmente neppure esistito).

Il futuro non lo conosce nessuno, ma possiamo tentare di immaginarlo, a partire dalle tendenze attuali che per noi sono significative.

Non si può escludere – mi dico se osservo il presente e gli ultimi anni – che sul medio-lungo periodo finirà così: due grandi paesi come la Germania e la Francia stringeranno i rapporti per una vera unione, con altri quattro-cinque paesi dell’area Nord (del resto Francia e Germania hanno appena firmato degli intenti comuni bilaterali in materia di convergenza fiscale per le imprese). La frontiera del Reno, per secoli una barriera, è oggi una cerniera di comunicazione con investimenti forti da parte dei due paesi per un’integrazione strategica che nessun fallimento italiano o europeo potrà fermare.

Un’unione a velocità sostenuta tra i due paesi, con un legame stretto tra l’elemento latino e quello germanico (voglio esprimermi così) costituirà, pur in assenza di altri paesi, un centro pienamente legittimo di influenza economica, culturale e politica continentale con proiezioni extracontinentali. Quell’Europa andrà avanti.

La Gran Bretagna, se pur manterrà l’integrità politica, non potrà fare altro che riconsegnarsi a un liberismo alla Dickens nel tentativo di mantenersi hub globale di qualcosa di più ampio di una “piccola isoletta”, come l’aveva chiamata Putin in tempi non sospetti (e quanto i tempi attuali stanno favorendo proprio Putin nel suo disegno di sgretolamento dell’unica forza politica che può fermarne certe ambizioni).

E l’Est europeo – qualcuno ne dubita? – fuori dall’ombrello dell’Unione Europea tornerà di riffa o di raffa sotto l’influenza russa.

Il Mediterraneo, Italia compresa, sarà lo spazio di tante piccole e grandi Turchie, con livelli di libertà percepita diversi, con economie tra l’asfittico e il discreto, a seconda dei momenti e dopo l’eventuale choc di uscita dalla moneta unica, con una diminuzione di servizi ai cittadini e forse di passi indietro su alcuni diritti. Corsi e ricorsi? Possiamo arrangiarci a vivere in un’area di questo tipo? Lo vedremo, nel caso.

Non è solo questione di governi – intendiamoci – è anche questione di popoli e pulsioni sotterranee che periodicamente si manifestano. Di certo il ritorno al passato tale e quale non è possibile (e quale passato poi?), ma il futuro realistico che più somiglia al passato, e che in fondo sarebbe coerente con una certa storia europea in declino dell’ultimo secolo, mi pare questo.

Si tratterebbe insomma di vivere in una post-Europa che ha fallito il suo progetto di integrazione (progetto anch’esso del tutto coerente con la storia europea e, anzi, contributo a un miglioramente del mondo), una post-Europa che si gerarchizza secondo linee geopolitiche che riaffiorano e che esistono e che si arrende nel lasciare mano libera ad altre forze globali.

Tutto questo mi pare possibile, a meno che non si faccia uno sforzo per un futuro davvero nuovo, di superamento delle difficoltà attuali nella direzione di un rilancio che, diciamocelo chiaro, è tutto da inventare e richiede una dose di coraggio addirittura epocale, un coraggio da europei (perché gran parte della storia europea è una storia di coraggio nel cambiamento).

Abbiamo le risorse culturali, intellettuali, morali, d’immaginazione, per pensare e produrre questo sforzo? Forse sì, o forse no.

Non c’è momento più politico di questo, più collettivo, più libero per discutere tutte le opzioni.

Ed è scandaloso e inaccettabile che nessuna delle forze politiche che ci dovrebbero guidare abbia mostrato la capacità di proporre un orizzonte chiaro. Alla vigilia di elezioni europee cruciali, le forze che governano l’Italia assumono decisioni le cui conseguenze non sanno spiegare, o fingono che esse non abbiano un impatto che investe la democrazia stessa e il destino del paese per i prossimi 30 anni.

Le forze di opposizione, di centro-destra o di sinistra che siano, non emettono una sillaba sull’Europa, a parte le frasi fatte, e non ci fanno capire (perché non lo sanno?) come riformerebbero l’Unione Europea. E l’unica pista possibile per la prosperità dei popoli europei è una riforma dell’unione, un’accelerazione dello stare insieme.

È desolante osservare che la politica italiana, di qualsiasi orientamento, non voglia e probabilmente non sappia produrre un pensiero sull’Europa (che può anche voler dire contro l’Europa), un contesto cognitivo, uno straccio di scenario che invece di farci affondare in azioni momentanee e senza costrutto ci aiuti a capire che fine stiamo facendo. Dobbiamo rassegnarci? Siamo già nella post-Europa?

 

 

Il sovranismo è una perdita di sovranità

Bisogna ammettere che la parola “sovranismo” è tra le più belle e meglio riuscite che circolino nel dibattito politico internazionale.

La parola dà a intendere che si parli di “sovranità” (che non è la stessa cosa) ed evoca indirettamente il popolo (perché il popolo è sovrano, in tutte le costituzioni democratiche – e spesso nominalmente anche in quelle non democratiche), che è sempre concetto avvertito come positivo, ma sembra anche richiamare qualcosa di alto, di nobile, addirittura di regale.

Cosa c’è allora di più affascinante di un progetto politico che voglia restituire alla nazione una sovranità con un centro chiaro, con dei confini forti, con un potere interno pieno, con tutte le leve di comando alla portata dei governanti della nazione?

La semplicità della parola – sovranismo – porta con sè, senza neppure bisogno di tante spiegazioni, il cuore di un progetto che sembra chiaro, lineare e perfino ovvio, tanto che spetta al non sovranista giustificarsi per il suo non comprendere, per la sua sofisticazione, se non proprio, ancora, per il suo tradimento della sovranità nazionale.

Vogliamo essere sovrani, vogliamo tornare a essere sovrani: è questa la promessa concentrata nel termine stesso.

Ma che cos’è davvero il sovranismo dei Salvini e degli Orban-  se guardiamo un po’ meglio – se non un programma di perdita complessiva (e non di guadagno) di sovranità?

I modelli principali che si affrontano sono infatti due. Da una parte appunto l’idea che basti uscire dalle istituzioni sovranazionali per acquisire una potenza propria e un perimetro di sovranità, come nell’Otto-Novecento. Moneta, esercito, leggi, governo distinguono uno stato da un altro e ogni stato decide la propria politica, economica, militare, monetaria, in necessaria competizione con gli altri stati, che hanno le stesse prerogative.

Dall’altra parte sta l’idea europeista di un’unione di stati che mettono in comune la propria sovranità con le sovranità degli altri stati. Non si tratta di una “cessione”, come quando qualcuno regala qualcosa a qualcun altro, ma di una messa in comune reciproca di sovranità nel quadro di istituzioni comuni.

Il risultato del primo modello, il “sovranismo”, è l’illusione di un ritorno al Novecento, dovuta all’incapacità di progredire nel modello europeista, un’illusione che non tiene conto dei cambiamenti tecnologici del mondo, del rimpicciolimento del globo e della presenza di potenze globali che si avvantaggiano della riduzione sovranista di stati che da soli perdono significato politico.

D’altra parte il sovranismo non può, strategicamente, limitarsi a un’uscita dall’euro o dall’Unione.

Per un paese come l’Italia, infatti, trovarsi al confine di una grande unione di stati, anche monetaria, senza farne parte, vorrebbe dire non essere davvero in grado di gestire la propria economia liberamente ed essere sempre esposti ad attacchi speculativi, a debolezze monetarie e al saccheggio delle industrie private nazionali da parte di più forti acquirenti internazionali (a meno che non si decida che l’impresa privata non sia più libera, con conseguenze economiche distruttive), per non parlare della bomba del debito che ci consegnerebbe in cinque minuti nelle mani del FMI.

Il sovranismo, per un paese come l’Italia, si traduce insomma in una perdita certa di sovranità.

Proprio per questo il sovranismo deve contenere anche un potenziale concettuale distruttivo. Non ci si può limitare a uscire dalle istituzioni politiche sovranazionali, ma si deve tentare di distruggerle, di farle saltare, si deve fare in modo che tutti i paesi escano e che l’Unione Europea semplicemente non ci sia più.

Come si può infatti non dico aumentare, ma almeno mantenere potenza e sovranità propria, uscendo da un’unione che a quel punto avrebbe 450 milioni di abitanti con interessi divergenti e forse del tutto contrari a quelli dell’Italia?

E se invece si riuscisse davvero a dissolvere l’Unione Europea? Nessuno può prevedere le conseguenze, ma è chiaro che a giovarsene sarebbero soprattutto la Russia, libera di tornare nell’Est Europa, e gli Stati Uniti, liberi di negoziare qualsiasi cosa con 28 piccoli paesi piuttosto che con un colosso economico, finanziario, culturale che in questo momento siamo come continente. Ma in quel caso il sovranismo si configurerebbe come un vero e proprio tradimento della nazione, portata fuori da un perimetro di protezione, l’Europa, e consegnata agli interessi asiatici e atlantici di vere potenze. L’alternativa all’integrazione europea, che è ancora molto faticosa, è la disintegrazione europea.

È un magnifico paradosso: all’Italia rimarrebbe il sovranismo delle bandierine, non certo la sovranità sul proprio futuro e sul proprio presente.

I rompibolle

Ma voi come fate quando vi rendete conto che tra i vostri contatti, nella vostra bolla di facebook o di twitter, ne saltano fuori alcuni che condividono sempre più fake news di matrice razzista o complottista, cioè quel genere di materiali che ci avvelenano la giornata?

Parliamoci chiaro: se seguite su twitter i filosofi per fessi, i politologi da osteria e tutti quei poveri infelici che twittano apposta fesserie perché hanno interesse a farlo, sperando in un posto da qualche parte, terrorizzati di non essere più invitati in tv o alla ricerca di uno stipendiuccio nella nuova Italia, la colpa è vostra e non vi potete lamentare.

Io alcuni di questi li seguo (lo confesso: a volte rispondo pure, subito attaccato da stormi di uccelli neri com’esuli pensieri nel vespero migrar), e lo faccio un po’ per quel brivido masochista del “non posso crederci” che ogni tanto abbiamo e un po’ perché leggere loro e i loro commentatori è istruttivo (a piccole dosi).

Ma io non parlo di loro. Parlo dei condivisori che ti prendono alla sprovvista e che non sospettavi di avere tra i contatti. Quelli che postano le foto con i finti virgolettati, quelli dello smalto della naufraga, degli alberghi a quattro stelle per i migranti, quelli dei bambini che non sono bambini, ma bambolotti. Parlo di quelli che prima sembravano brave persone e poi nel passaggio cognitivo che il paese sta attraversando si sono di colpo resi conto di essere stronzi e ne sono felici.

Che fare? Vivere in pace e toglierli dalla nostra bolla social? Oppure tenerli lì, a contatto, intossicandosi, ma almeno sapendo in che direzione vanno? In questi casi io oscillo tra togliere dal social almeno i casi più eclatanti di razzismo straccione e tenerli perché in fondo mi ispirano, mi fanno capire delle cose (brutte), e mi tengono in contatto con tutta quella spazzatura di odio e bufale che pare avere un ruolo importante in questo momento nella nostra vita collettiva.

Dialogare non è facile, anzi è quasi impossibile. Spesso trovi il condivisore di bufale che usa lo stile dubitativo-socratico. Se chiedi “Perché posti cose che sono palesemente false?”, lui o lei ti risponde “Non so se siano false, ma io non ho certezze. Tu piuttosto, non credi che un po’ di pensiero critico sarebbe utile?”. “Sì – fai tu – ma stai dicendo che c’è un complotto mondiale per sostituire i bianchi con i neri in Europa”. “Ma tu – risponde lui o lei – come puoi berti tutto quello che ti propinano i media?”.

Insomma ti trovi davanti un simil-Socrate ubriaco e stronzo che fa seguire post su scie chimiche e sullo smalto della naufraga (“Non so voi, ma io se devo farmi il deserto e il mare certo non mi faccio le unghie”).

Altre volte ti trovi invece l’insospettabile aggressivo, che ormai ha deciso di uscire allo scoperto e che ti accusa di essere un fautore della superiorità della sinistra, di essere un privilegiato, di avere una situazione agiata che non ti permette di capire i problemi della gente. Ovviamente, anche se è un tuo contatto tu non sai chi sia, sai solo che fotografa il suo SUV e che fino a tre giorni prima metteva like ai tuoi post e faceva commenti spiritosi.

Non solo, ti accorgi anche che gli insospettabili sono in una rete di loro contatti di altri condivisori pronti a scatenarsi. Lo confesso, a volte faccio come loro per vedere l’effetto che fa: ti dicono che sei un radical chic e tu chiedi “chi ti paga?”, loro ti dicono “tu lavori all’estero, hai il culo all’asciutto” e tu rispondi “sei un cretinetti” (cosa che ho sognato di dire da una volta che lo disse in un film Franca Valeri). Inutile dire che non risolve (ma aiuta).

Insomma che fare? Godersi la propria bolla con i post dell’amica paleografa, del selezionatore di musiche, dell’artigiano geniale, della brava persona che non sai chi sia ma vedi che quasi ti vuol bene, del collega impegnato e brillante? Oppure sopportare  questi poveri infelici astiosi per capire da dove vengono i pericoli (e come difendersene, perché è arrivato il momento di difendersi)?

Quindi ho banalmente deciso di tenerne qualcuno ma di eliminarne qualcun altro, perché a tenerli tutti mi rompono la bolla, ma inviando un messaggio prima di cancellare i pestiferi contatti:

“Caro XY, la vita è troppo breve per avvelenarsi tutti i giorni con porcherie come quella che hai condiviso (e anche con gli argomenti come quelli dei tuoi contatti fb). Ognuno ha le sue idee e puoi essere politicamente contro tutto o a favore di tutto, contro l’Europa, con Putin, con Belzebù, ed è tuo diritto, perché siamo nell’ambito delle opinioni. Ma per votare chi vuoi non hai bisogno di bugie e di offese: se un poverocristo è annegato è annegato. Dissociati pubblicamente dall’ultima bufala odiosa che hai postato, dammi un messaggio di frequentabilità, altrimenti senza nessun rancore, possiamo tornare a non conoscerci, ciascuno nel piccolo mondo che saprà costruirsi”.