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Post-Europa

Spesso quando si parla di uscita dall’euro o di disgregazione dell’Unione Europea, di sovranismi vari o anche di concrete difficoltà, si ha l’impressione che chi parla pensi che un futuro libero dai vincoli attuali sia il ritorno di un’Italia, o di un’Europa, degli anni ’60. Cioè: mi pare che pensiamo al futuro come la riproposizione di un certo tempo passato (che peraltro una gran parte di noi non ha neanche vissuto e non è probabilmente neppure esistito).

Il futuro non lo conosce nessuno, ma possiamo tentare di immaginarlo, a partire dalle tendenze attuali che per noi sono significative.

Non si può escludere – mi dico se osservo il presente e gli ultimi anni – che sul medio-lungo periodo finirà così: due grandi paesi come la Germania e la Francia stringeranno i rapporti per una vera unione, con altri quattro-cinque paesi dell’area Nord (del resto Francia e Germania hanno appena firmato degli intenti comuni bilaterali in materia di convergenza fiscale per le imprese). La frontiera del Reno, per secoli una barriera, è oggi una cerniera di comunicazione con investimenti forti da parte dei due paesi per un’integrazione strategica che nessun fallimento italiano o europeo potrà fermare.

Un’unione a velocità sostenuta tra i due paesi, con un legame stretto tra l’elemento latino e quello germanico (voglio esprimermi così) costituirà, pur in assenza di altri paesi, un centro pienamente legittimo di influenza economica, culturale e politica continentale con proiezioni extracontinentali. Quell’Europa andrà avanti.

La Gran Bretagna, se pur manterrà l’integrità politica, non potrà fare altro che riconsegnarsi a un liberismo alla Dickens nel tentativo di mantenersi hub globale di qualcosa di più ampio di una “piccola isoletta”, come l’aveva chiamata Putin in tempi non sospetti (e quanto i tempi attuali stanno favorendo proprio Putin nel suo disegno di sgretolamento dell’unica forza politica che può fermarne certe ambizioni).

E l’Est europeo – qualcuno ne dubita? – fuori dall’ombrello dell’Unione Europea tornerà di riffa o di raffa sotto l’influenza russa.

Il Mediterraneo, Italia compresa, sarà lo spazio di tante piccole e grandi Turchie, con livelli di libertà percepita diversi, con economie tra l’asfittico e il discreto, a seconda dei momenti e dopo l’eventuale choc di uscita dalla moneta unica, con una diminuzione di servizi ai cittadini e forse di passi indietro su alcuni diritti. Corsi e ricorsi? Possiamo arrangiarci a vivere in un’area di questo tipo? Lo vedremo, nel caso.

Non è solo questione di governi – intendiamoci – è anche questione di popoli e pulsioni sotterranee che periodicamente si manifestano. Di certo il ritorno al passato tale e quale non è possibile (e quale passato poi?), ma il futuro realistico che più somiglia al passato, e che in fondo sarebbe coerente con una certa storia europea in declino dell’ultimo secolo, mi pare questo.

Si tratterebbe insomma di vivere in una post-Europa che ha fallito il suo progetto di integrazione (progetto anch’esso del tutto coerente con la storia europea e, anzi, contributo a un miglioramente del mondo), una post-Europa che si gerarchizza secondo linee geopolitiche che riaffiorano e che esistono e che si arrende nel lasciare mano libera ad altre forze globali.

Tutto questo mi pare possibile, a meno che non si faccia uno sforzo per un futuro davvero nuovo, di superamento delle difficoltà attuali nella direzione di un rilancio che, diciamocelo chiaro, è tutto da inventare e richiede una dose di coraggio addirittura epocale, un coraggio da europei (perché gran parte della storia europea è una storia di coraggio nel cambiamento).

Abbiamo le risorse culturali, intellettuali, morali, d’immaginazione, per pensare e produrre questo sforzo? Forse sì, o forse no.

Non c’è momento più politico di questo, più collettivo, più libero per discutere tutte le opzioni.

Ed è scandaloso e inaccettabile che nessuna delle forze politiche che ci dovrebbero guidare abbia mostrato la capacità di proporre un orizzonte chiaro. Alla vigilia di elezioni europee cruciali, le forze che governano l’Italia assumono decisioni le cui conseguenze non sanno spiegare, o fingono che esse non abbiano un impatto che investe la democrazia stessa e il destino del paese per i prossimi 30 anni.

Le forze di opposizione, di centro-destra o di sinistra che siano, non emettono una sillaba sull’Europa, a parte le frasi fatte, e non ci fanno capire (perché non lo sanno?) come riformerebbero l’Unione Europea. E l’unica pista possibile per la prosperità dei popoli europei è una riforma dell’unione, un’accelerazione dello stare insieme.

È desolante osservare che la politica italiana, di qualsiasi orientamento, non voglia e probabilmente non sappia produrre un pensiero sull’Europa (che può anche voler dire contro l’Europa), un contesto cognitivo, uno straccio di scenario che invece di farci affondare in azioni momentanee e senza costrutto ci aiuti a capire che fine stiamo facendo. Dobbiamo rassegnarci? Siamo già nella post-Europa?

 

 

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Il sovranismo è una perdita di sovranità

Bisogna ammettere che la parola “sovranismo” è tra le più belle e meglio riuscite che circolino nel dibattito politico internazionale.

La parola dà a intendere che si parli di “sovranità” (che non è la stessa cosa) ed evoca indirettamente il popolo (perché il popolo è sovrano, in tutte le costituzioni democratiche – e spesso nominalmente anche in quelle non democratiche), che è sempre concetto avvertito come positivo, ma sembra anche richiamare qualcosa di alto, di nobile, addirittura di regale.

Cosa c’è allora di più affascinante di un progetto politico che voglia restituire alla nazione una sovranità con un centro chiaro, con dei confini forti, con un potere interno pieno, con tutte le leve di comando alla portata dei governanti della nazione?

La semplicità della parola – sovranismo – porta con sè, senza neppure bisogno di tante spiegazioni, il cuore di un progetto che sembra chiaro, lineare e perfino ovvio, tanto che spetta al non sovranista giustificarsi per il suo non comprendere, per la sua sofisticazione, se non proprio, ancora, per il suo tradimento della sovranità nazionale.

Vogliamo essere sovrani, vogliamo tornare a essere sovrani: è questa la promessa concentrata nel termine stesso.

Ma che cos’è davvero il sovranismo dei Salvini e degli Orban-  se guardiamo un po’ meglio – se non un programma di perdita complessiva (e non di guadagno) di sovranità?

I modelli principali che si affrontano sono infatti due. Da una parte appunto l’idea che basti uscire dalle istituzioni sovranazionali per acquisire una potenza propria e un perimetro di sovranità, come nell’Otto-Novecento. Moneta, esercito, leggi, governo distinguono uno stato da un altro e ogni stato decide la propria politica, economica, militare, monetaria, in necessaria competizione con gli altri stati, che hanno le stesse prerogative.

Dall’altra parte sta l’idea europeista di un’unione di stati che mettono in comune la propria sovranità con le sovranità degli altri stati. Non si tratta di una “cessione”, come quando qualcuno regala qualcosa a qualcun altro, ma di una messa in comune reciproca di sovranità nel quadro di istituzioni comuni.

Il risultato del primo modello, il “sovranismo”, è l’illusione di un ritorno al Novecento, dovuta all’incapacità di progredire nel modello europeista, un’illusione che non tiene conto dei cambiamenti tecnologici del mondo, del rimpicciolimento del globo e della presenza di potenze globali che si avvantaggiano della riduzione sovranista di stati che da soli perdono significato politico.

D’altra parte il sovranismo non può, strategicamente, limitarsi a un’uscita dall’euro o dall’Unione.

Per un paese come l’Italia, infatti, trovarsi al confine di una grande unione di stati, anche monetaria, senza farne parte, vorrebbe dire non essere davvero in grado di gestire la propria economia liberamente ed essere sempre esposti ad attacchi speculativi, a debolezze monetarie e al saccheggio delle industrie private nazionali da parte di più forti acquirenti internazionali (a meno che non si decida che l’impresa privata non sia più libera, con conseguenze economiche distruttive), per non parlare della bomba del debito che ci consegnerebbe in cinque minuti nelle mani del FMI.

Il sovranismo, per un paese come l’Italia, si traduce insomma in una perdita certa di sovranità.

Proprio per questo il sovranismo deve contenere anche un potenziale concettuale distruttivo. Non ci si può limitare a uscire dalle istituzioni politiche sovranazionali, ma si deve tentare di distruggerle, di farle saltare, si deve fare in modo che tutti i paesi escano e che l’Unione Europea semplicemente non ci sia più.

Come si può infatti non dico aumentare, ma almeno mantenere potenza e sovranità propria, uscendo da un’unione che a quel punto avrebbe 450 milioni di abitanti con interessi divergenti e forse del tutto contrari a quelli dell’Italia?

E se invece si riuscisse davvero a dissolvere l’Unione Europea? Nessuno può prevedere le conseguenze, ma è chiaro che a giovarsene sarebbero soprattutto la Russia, libera di tornare nell’Est Europa, e gli Stati Uniti, liberi di negoziare qualsiasi cosa con 28 piccoli paesi piuttosto che con un colosso economico, finanziario, culturale che in questo momento siamo come continente. Ma in quel caso il sovranismo si configurerebbe come un vero e proprio tradimento della nazione, portata fuori da un perimetro di protezione, l’Europa, e consegnata agli interessi asiatici e atlantici di vere potenze. L’alternativa all’integrazione europea, che è ancora molto faticosa, è la disintegrazione europea.

È un magnifico paradosso: all’Italia rimarrebbe il sovranismo delle bandierine, non certo la sovranità sul proprio futuro e sul proprio presente.

I rompibolle

Ma voi come fate quando vi rendete conto che tra i vostri contatti, nella vostra bolla di facebook o di twitter, ne saltano fuori alcuni che condividono sempre più fake news di matrice razzista o complottista, cioè quel genere di materiali che ci avvelenano la giornata?

Parliamoci chiaro: se seguite su twitter i filosofi per fessi, i politologi da osteria e tutti quei poveri infelici che twittano apposta fesserie perché hanno interesse a farlo, sperando in un posto da qualche parte, terrorizzati di non essere più invitati in tv o alla ricerca di uno stipendiuccio nella nuova Italia, la colpa è vostra e non vi potete lamentare.

Io alcuni di questi li seguo (lo confesso: a volte rispondo pure, subito attaccato da stormi di uccelli neri com’esuli pensieri nel vespero migrar), e lo faccio un po’ per quel brivido masochista del “non posso crederci” che ogni tanto abbiamo e un po’ perché leggere loro e i loro commentatori è istruttivo (a piccole dosi).

Ma io non parlo di loro. Parlo dei condivisori che ti prendono alla sprovvista e che non sospettavi di avere tra i contatti. Quelli che postano le foto con i finti virgolettati, quelli dello smalto della naufraga, degli alberghi a quattro stelle per i migranti, quelli dei bambini che non sono bambini, ma bambolotti. Parlo di quelli che prima sembravano brave persone e poi nel passaggio cognitivo che il paese sta attraversando si sono di colpo resi conto di essere stronzi e ne sono felici.

Che fare? Vivere in pace e toglierli dalla nostra bolla social? Oppure tenerli lì, a contatto, intossicandosi, ma almeno sapendo in che direzione vanno? In questi casi io oscillo tra togliere dal social almeno i casi più eclatanti di razzismo straccione e tenerli perché in fondo mi ispirano, mi fanno capire delle cose (brutte), e mi tengono in contatto con tutta quella spazzatura di odio e bufale che pare avere un ruolo importante in questo momento nella nostra vita collettiva.

Dialogare non è facile, anzi è quasi impossibile. Spesso trovi il condivisore di bufale che usa lo stile dubitativo-socratico. Se chiedi “Perché posti cose che sono palesemente false?”, lui o lei ti risponde “Non so se siano false, ma io non ho certezze. Tu piuttosto, non credi che un po’ di pensiero critico sarebbe utile?”. “Sì – fai tu – ma stai dicendo che c’è un complotto mondiale per sostituire i bianchi con i neri in Europa”. “Ma tu – risponde lui o lei – come puoi berti tutto quello che ti propinano i media?”.

Insomma ti trovi davanti un simil-Socrate ubriaco e stronzo che fa seguire post su scie chimiche e sullo smalto della naufraga (“Non so voi, ma io se devo farmi il deserto e il mare certo non mi faccio le unghie”).

Altre volte ti trovi invece l’insospettabile aggressivo, che ormai ha deciso di uscire allo scoperto e che ti accusa di essere un fautore della superiorità della sinistra, di essere un privilegiato, di avere una situazione agiata che non ti permette di capire i problemi della gente. Ovviamente, anche se è un tuo contatto tu non sai chi sia, sai solo che fotografa il suo SUV e che fino a tre giorni prima metteva like ai tuoi post e faceva commenti spiritosi.

Non solo, ti accorgi anche che gli insospettabili sono in una rete di loro contatti di altri condivisori pronti a scatenarsi. Lo confesso, a volte faccio come loro per vedere l’effetto che fa: ti dicono che sei un radical chic e tu chiedi “chi ti paga?”, loro ti dicono “tu lavori all’estero, hai il culo all’asciutto” e tu rispondi “sei un cretinetti” (cosa che ho sognato di dire da una volta che lo disse in un film Franca Valeri). Inutile dire che non risolve (ma aiuta).

Insomma che fare? Godersi la propria bolla con i post dell’amica paleografa, del selezionatore di musiche, dell’artigiano geniale, della brava persona che non sai chi sia ma vedi che quasi ti vuol bene, del collega impegnato e brillante? Oppure sopportare  questi poveri infelici astiosi per capire da dove vengono i pericoli (e come difendersene, perché è arrivato il momento di difendersi)?

Quindi ho banalmente deciso di tenerne qualcuno ma di eliminarne qualcun altro, perché a tenerli tutti mi rompono la bolla, ma inviando un messaggio prima di cancellare i pestiferi contatti:

“Caro XY, la vita è troppo breve per avvelenarsi tutti i giorni con porcherie come quella che hai condiviso (e anche con gli argomenti come quelli dei tuoi contatti fb). Ognuno ha le sue idee e puoi essere politicamente contro tutto o a favore di tutto, contro l’Europa, con Putin, con Belzebù, ed è tuo diritto, perché siamo nell’ambito delle opinioni. Ma per votare chi vuoi non hai bisogno di bugie e di offese: se un poverocristo è annegato è annegato. Dissociati pubblicamente dall’ultima bufala odiosa che hai postato, dammi un messaggio di frequentabilità, altrimenti senza nessun rancore, possiamo tornare a non conoscerci, ciascuno nel piccolo mondo che saprà costruirsi”.

 

 

 

Il negazionismo dei ciccibelli

Ci siamo divertiti con le scie chimiche e con le sirene, poi gli anni dell’I want to believe da fesserie alla X files si sono trasformati in credenza in cure mediche miracolistiche e (nello stesso tempo) in diffidenza nei vaccini e nelle cure ovvie e normali. Nel frattempo  ci siamo abituati tutti a sentire di tutto e altri si sono abituati a dire di tutto, senza regole logiche, senza curarsi dell’impazzimento delle contraddizioni, utilizzando la manipolazione e la disponibilità a essere manipolati come unico prerequisito del dibattito pubblico. Le fake news non bastano più, siamo arrivati al contrario, cioè non solo si crede (o si fa finta di credere) a cose non vere e incredibili, ma si nega l’esistenza di cose ovvie, che è l’altro versante dell’I want to believe.

In questi giorni si leggono sui social network nugoli di post di ridicoli ceffi che negano che i bambini annegati in mare l’altro giorno siano davvero annegati e che addirittura siano davvero bambini. Le foto che abbiamo visto sarebbero foto di bambolotti, di cicciobello iperrealistici (ti mettono anche il link al prodotto) messi lì da qualcuno (le famigerate Ong, Soros, l’Ue, il baubau) per colpevolizzare noi poveri italiani che abbiamo il torto di non salvare la gente in mare (ma noi in realtà la salveremmo, dicono, non facendola partire o una volta partita non prestando soccorso, cioè non salvandola).

Chiamiamo per una volta le cose con un nome appropriato: siamo al negazionismo. E questi che una volta potevamo bonariamente prendere in giro per le scie chimiche, questi che si presentano come anime candide, come persone controcorrente che scrutano i segni dell’oppressione, dei complotti mondialisti, questi ciccibelli del pensiero, in questo caso non sono altro che negazionisti.

E c’è qualcosa nel negazionismo che logicamente mi ha sempre affascinato (non i negazionisti in sé, che non sono mai in buona fede), e cioè che il negazionista implicitamente ammette l’orrore di ciò di cui parla, per nasconderlo all’interlocutore, ma poi riproporlo in altra forma.

Lasciare annegare bambini nel mare è un orrore, e infatti i bambini non annegano, non ci sono, non esistono. La mala fede sta nel fatto che se non annegano non vanno salvati, quindi, in sostanza, che anneghino pure.

Stronzi che non lo erano

Chi mi legge sa che non sono tipo da “al lupo, al lupo”, ma bisogna pur dire che le frasi di Salvini di ieri sono di una gravità e di una pericolosità eccezionali, anche perchè Salvini è ministro dell’interno e vicepresidente del consiglio.

Nesssuno vieta di fare indagini su una situazione o su un problema, ma dire “I rom italiani purtroppo te li devi tenere a casa” vuol dire abbattere una protezione comune. In pratica nella testa di Salvini è desiderabile che un gruppo, una parte, una minoranza di italiani sia espulsa (anche se “purtroppo” questo non è legalmente possibile).

Nella testa di Salvini lo stato può fare differenze fra gruppi di italiani sulla base di definizioni prestabilite (e in questo caso la definizione è etnica).

A chi non capisce che una persona con queste idee mette in pericolo il paese (cioè noi tutti, che siamo tutti definibili per l’appartenenza a un gruppo, per le idee, per la religione, per gli orientamenti sessuali, per etnia) non posso certo spiegarglielo io qui.

Salvini vive da molti mesi l’euforia che ti prende quando decidi di abbracciare il tuo destino e di percorrere fino in fondo una strada che ti si presenta e ti si apre. La svolta romana con le bandiere nere, un linguaggio che è cambiato (in peggio) nell’ultimo paio d’anni, la (peraltro tecnicamente bella) foto degli ultimi giorni che rivela moltissimo sono un percorso di certo interessante da seguire come osservatore.

Ma non è questo il punto qui. Il punto è che nella trasformazione della politica degli ultimi vent’anni anche gli italiani si sono trasformati e trovano accettabili (almeno una parte di loro, ma sempre più ampia) cose a cui prima non pensavano pubblicamente, e probabilmente non pensavano proprio, e dunque non avevano valore politico.

Che il ministro dell’interno dica quel che ha detto determina lo sfondamento di un’altra barriera di protezione della nostra vita comune, perché con quella frase si è accesa una possibilità nella mente degli italiani, non più  solo l’idea che gli stranieri siano tutti delinquenti, stupratori, ladri, ma l’idea che ci siano italiani che non sono abbastanza italiani e che le leggi (che poi è la costituzione) ci impediscono di far sparire.

Insomma c’è una nuova ingiustizia da combattere nella loro testa: quella della presenza di italiani che non sono italiani. Oggi sono i rom, domani chi saranno? Forse gli italiani traditori pro Europa, quelli dell’élite (che poi questa storia dell’élite me la dovete spiegare), oppure più facilmente gli italiani omosessuali, gli italiani musulmani, gli italiani ebrei? Prima gli italiani, abbiamo capito, ma quali?

Il quadro sta cambiando rapidamente. E c’è un inutile moralismo tra chi si sente all’opposizione quando dice: “Avete visto, voi elettori dei 5stelle che eravate per la sinistra e che ora vi trovate il governo più di destra della storia?”, oppure “Non avete voluto votare altri partiti perché non eravate soddisfatti al 100% e ora vi trovate l’Italia in mano a Lega e Casa Pound”.

Io credo, al contrario, che la cosa più pericolosa di questo governo è che già ha fatto diventare gli italiani cognitivamente più stronzi. Non mi riferisco a quei ridicoli ceffi che si sono messi la bandierina sul profilo twitter; o a quelli che dicono “aiutiamoli a casa loro” solo per poterli sfruttare meglio a casa propria; non a quelli che dicono prima gli italiani sapendo bene che vuol dire solo gli italiani e, anzi, solo loro, perché degli altri italiani se ne fottono; non sono quelli che dicono “perché non te li prendi tu?” e che certo non si sono presi un terremotato in casa; no, tutti questi stronzi lo erano già, e va bene così.

Io parlo degli stronzi che non lo erano, cioè del fatto che c’è un nuovo quadro di comprensione che gli atti e le parole (che annunciano atti) di questa nuova politica stanno disegnando e che coinvolgono tutti.

A furia di insistere su un peggio che non c’era, il peggio è diventato il nuovo orizzonte. In altri paesi non è successo, anche se il tentativo c’è stato, e il senso collettivo della realtà non si è modificato così profondamente. Ci sono momenti in cui le cose cambiano e questo per l’Italia è uno di qui momenti.

Il che vuol dire che bisogna fare tutto daccapo nel nuovo contesto, che è un contesto politico sì, ma soprattutto cognitivo, cioè c’è una parte grande degli italiani vede le cose diversamente da poco tempo fa e sta facendo un passo verso direzioni scivolose.

L’opposizione politica in questo quadro rischia di non avere molto da dire (e il ruolo dell’opposizione in questo caso è davvero molto difficile) e bisogna spogliarsi di moralismi, frasi fatte, perfino dell’idea di gridare “al lupo al lupo” tutti i giorni, proprio perché il lupo rischia di essere molto vicino.

Però quell’Italia che trova che il destino del paese non possa coincidere con quello di Salvini deve farsi vedere, deve fare i conti con il vicino di casa che vuole sfogare un rancore che non sapeva neppure di avere, con la zia che dice “lasciamoli lavorare”, con quelli che chiamano la prepotenza buon senso. La storia è fatta di momenti importanti, rovinosi o di svolta positiva. Ma è fatta anche di mutamenti di sguardo che possono sembrare impercettibili, ma che cambiano tutto. Dobbiamo essere coscienti che siamo in uno di quei momenti.

 

 

 

E se fosse davvero un complotto?

Devo dire la verità: dopo anni e anni di evocazioni di tesi complottarde, di poteri occulti, di paesi cattivi e avidi che tramano contro paesi buoni e ingenui, mi sono detto “E se fosse davvero un complotto?”. Sì, è un complotto.

In fondo fare affondare l’Italia conviene a tutti. Oggettivamente il nostro paese è un enorme problema dell’Unione Europea. Abbiamo un debito pubblico gigantesco, il 133% di quello che produciamo. Pensiamoci un attimo: se uno fosse obbligato con la pistola alla tempia a scommettere tutto quello che ha sul destino dell’Italia tra dieci anni, scommetterebbe sul fallimento dell’Italia o sul suo risanamento? Tu che leggi, scommetteresti la tua casa e i tuoi risparmi sul fatto che fra 10 anni l’Italia riuscirà a pagare gli stipendi, gli ospedali, i servizi, l’esercito? Scommetteresti sul fatto che non sarà superato a breve quel livello di interessi che serve per farsi prestare i soldi e superato il quale non si riesce più a restituire?

Eppure, potresti dire, tu che ancora non sei iniziato alla comprensione dei complotti, che negli ultimi anni c’è stato un piccolo spiraglio, non nel mettere a posto la situazione, cosa che nessuno vuole fare, compreso te che leggi e io che scrivo perché siamo troppo comodi, ma nel cercare di gestirla, di ritardare quel crack che nel 2011 sembrava a pochi mesi di distanza.

Certo, ma è proprio questo uno dei problemi. È qui che si manifesta la necessità del complotto.

L’Unione Europea sa che finché rimaniamo nell’euro e nell’Unione per noi è più difficile fallire e che se ci andiamo vicino abbiamo dei paracadute: abbiamo voce in capitolo, possiamo dialogare con la Banca Centrale (che ogni mese ci aiuta prestandoci soldi, contro il parere furioso dei tedeschi), possiamo rifiutarci di far passare il bilancio, possiamo influire su tutte le politiche (se solo ci concentrassimo su cose concrete e credibili), possiamo addirittura imporre, come abbiamo fatto, di prevedere dei fondi speciali per salvare stati in difficoltà.

E l’UE sa anche che è difficile che facciamo fallimento in tempi troppo brevi (che sarebbe ottima ragione per mandarci a quel paese), perché la nostra economia è piuttosto grande e ci dà margini di assorbimento di queste crisi e però sa anche che non ci risolleveremo mai, che il nostro fallimento sarà a lungo a bassa intensità.

Invece di aspettare il fallimento naturale, il corso delle cose, non sarebbe più utile per i paesi dell’Unione che non hanno minimamente il nostro problema se ce ne andassimo, se sparissimo dai tavoli, ci riprendessimo la nostra cara Lira con Giuseppe Verdi e chi s’è visto s’è visto?

Del resto, riflettiamo, se noi usciamo la Francia e soprattutto la Germania con i suoi paesi satelliti potrebbero approfittarne, potrebbero farsi la loro Europa a tutta velocità e sbarazzarsi finalmente della cugina latina e magari anche di altri.

Tu dirai, ma solo perché non hai capito il complotto, ma noi con la nostra Lira vendiamo più pomodori. Può darsi, ma se usciamo e svalutiamo, poniamo, del 20-30% la nostra moneta (e non decidiamo mica noi se è il 30% o il 50%, lo decide sempre il mercato), poi quello che viene da fuori penisola, compresi semilavorati, materie prime e tutto quello che c’è in un’economia ormai integrata, con che cosa lo compriamo? I debiti che abbiamo con che moneta li paghiamo, con una stabile o una che non si sa? I mutui di casa come li gestiamo?

E siamo poi sicuri che alla Germania e alla Francia non convenga avere un paese vicino come l’Italia con una moneta debole per poter comprare le nostre industrie migliori? Non i prodotti, le industrie. I francesi sono da sempre in agguato per comprarci il possibile. Sarebbero contenti di avere anche lo sconto e di integrare alla propria economia quel di più di creatività e di capacità che, diciamocelo, spesso abbiamo dimostrato.

No, no, l’Italia non può rimanere in Europa e non può rimanere nell’euro. Solo che non possono sbatterci fuori così, senza motivi.

E non sono i soli che sarebbero contenti. Pensiamo a Putin e ai cinesi. Il primo vuole da sempre sgretolare l’Unione Europea e non è che lui abbia problemi di moneta. Semplicemente non vuole avere un vicino forte alle sue porte. Se noi uscissimo sarebbe felicissimo di aiutarci, magari facendoci uno sconto sull’energia e secondo me Gazprom ci comprerebbe anche qualche squadra di calcio, perché no? Magari in cambio potrebbe cogestire, di qui a vent’anni, anche qualche porto italiano. Non sono sicurissimo che altri affari potremmo farne, con un paese che ha un potenziale industriale relativo. I cinesi poi non vedono l’ora di metter piede in Italia. Quello che lascia la Francia loro lo prendono senza problemi. Per non parlare dell’enorme piacere che avrebbe uno come Trump di parlare con noi faccia a faccia, ma senza tedeschi e francesi, senza 250 milioni di persone dietro a spalleggiarci.

Tutti sarebbero poi felicissimi di risolvere definitivamente il problemone dell’immigrazione. Come? Be’, se l’Italia esce dall’UE si chiudono anche le frontiere, no? I migranti continuerebbero ad arrivare in Italia e si fermerebbero lì,  e non potremmo certo fare battaglie europee per risolvere il problema. Già l’Austria e la Francia ora chiudono le frontiere, figuriamoci quando non staremo più agli stessi tavoli.

E poi, diciamocelo, a quel punto i neri ci servirebbero davvero, per essere competitivi con gli altri europei, certo sarà dura per i caporali scegliere tra neri e bianchi. Però una volta svincolati dall’Europa non avremmo più questi freni sul lavoro, sui diritti, sui salari, saremmo finalmente sovrani.

Diciamocela tutta: solo un cieco non vede che stanno complottando questo contro l’Italia. Ma come fare per realizzarlo e senza che i suoi mandanti, Francia, Germania, Russia, Cina, America, possano essere scoperti? Lo fanno fare agli italiani!

Basta che si trovi una maggioranza per fare un governo che chieda di non pagare i debiti, cioè che dica (perché questo è): “Non prestateci più soldi, perché noi non ve li restituiamo”. Già basterebbe questo ad accelerare il processo, perché qualcuno che ce li presta lo troviamo, ma per prestarceli vuole un po’ di interessi in più, altrimenti, dice, li presto alla Germania che mi dà meno ma me li dà (quella roba lì dello spread).

Però attenzione, anche così l’Italia potrebbe cavarsela, allora forse è meglio che questo fantomatico governo a un certo punto dica chiaro e tondo che si deve uscire dall’euro. Non dev’essere la Germania a chiederlo, devono proprio essere gli italiani, convinti di fare un dispetto ai tedeschi e ai francesi.

Anzi, ci scommetto, tedeschi e francesi si mostreranno molto comprensivi e chiederanno con forza al Fondo Monetario Internazionale di aiutarci e di prestarci soldi per poter trovare ogni anno i 400 miliardi di euro (non oso pensare a quanto siano in lire pentastellate) che ci servono per non chiudere baracca. Il Fondo Monetario le presterà con gioia, come fa sempre, solo che detterà le sue regole e le sue riforme e ci centellinerà il prestito in cambio forse della privatizzazione degli ospedali, del licenziamento di maestri e professori (che poi sono già troppi), magari della gestione del patrimonio storico (che male ci sarebbe, in fondo, se il Louvre gestisse anche il Colosseo e gli Uffizi?), e naturalmente del taglio delle pensioni e dell’aumento delle tasse.

E a quel punto all’Italia rimarrebbe il sovranismo, non certo la sovranità.

Se il  complotto per distruggere l’Italia c’è, per consegnarla ai poteri forti della finanza mondiale e all’influenza di potenze straniere di tutte le taglie non saprei immaginare niente di meglio che un governo Lega-5 Stelle con la linea politica emersa nei giorni scorsi.

Disclaimer e aggiunta per lettori troppo aggressivi e troppo letterali: ovviamente non credo che ci sia un complotto (anche se…), questo post è stato scritto prima della crisi istituzionale scoppiata ieri e soprattutto prima dell’idea folle di mettere in stato d’accusa del presidente, che ha rivelato il bonapartismo dei 5 Stelle (vedremo la Lega). Il post era un gioco ad imitare i complottisti, ma è evidente che il tempo degli scherzi è finito e che in gioco, complotti o non complotti, c’è il destino del paese.

 

 

 

Ci vediamo a Lecce

Dopo un piacevole incontro, giovedi scorso, all’Università del Piemonte Orientale (Vercelli), invitato dal prof. Gianni Paganini, a parlare di alcune idee del mio libro Stato d’innocenza. Adamo, Eva e la filosofia politica medievale (Carocci), questo mercoledi, 3 maggio, sarò molto contento di essere all’Università di Lecce, sempre a parlare del libro, invitato dalla prof. Alessandra Beccarisi (dalle h 11 alle h 13, via Calasso 5).

Sempre mercoledi, alle h 16, avrò poi il piacere di parlare, con la moderazione di Ubaldo Villani-Lubelli, sempre all’Università di Lecce, al laboratorio “Comunicare la filosofia”, che è rivolto agli studenti, ma anche ai giornalisti (che possono acquisire i crediti di aggiornamento). Parleremo di comunicazione, cultura e altro. Qui i dettagli di questo secondo incontro della giornata.