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Macron, la camminata e la piramide

I rompicapo politici che seguono la vittoria di Macron sono molti e complicati e potrebbero accompagnare un processo di disgregazione dei due maggiori partiti francesi. Lo si vedrà nelle prossime legislative (ricordo che in Francia si vota per le legislative, come da noi, e, diversamente da noi che non ci fidiamo di noi stessi, anche per il detentore di una parte molto forte del potere esecutivo, cioè appunto il presidente. Se il presidente non ha una maggioranza non va a casa, ma “coabita” con le forze della maggioranza. E non è un dramma).

Tutto questo lo vedremo prestissimo, ma quello che abbiamo già visto, e che qui mi interessa, sono i fortissimi elementi simbolici visivi del discorso del Louvre di domenica scorsa. Tutti hanno notato immediatamente che la camminata di Macron al Louvre è stata una citazione visiva della camminata di Mitterrand al Panthéon del 1981. Anche in quel caso il sottofondo era l’Inno alla gioia di Beethoven, che è anche l’inno europeo.

L’altra celebre, ma incomparabile, camminata (ma chissà che se anche questa non debba essere considerata un elemento di precomprensione visiva della messa in scena dell’altra sera) è quella dell’agosto del 1944, di Charles de Gaulle, dall’arco di trionfo fino al palazzo della città, che segnava la liberazione di Parigi.

La camminata di Mitterrand del 1981 ebbe un impatto fortissimo, con il nuovo presidente che avanza prima seguito dalla folla e poi completamente solo dentro quello spazio del regno dei morti onorati dalla patria che è il Panthéon di Parigi.

Mitterrand depone una rosa davanti alla tomba di Jean Jaurès e alla tomba dell’eroe della resistenza Jean Moulin. Tutta la cerimonia (qui dal minuto 3.45) è concepita come un passaggio del nuovo presidente nel regno dei morti, che però rendono viva e autorevole la sua funzione presidenziale, e un ritorno tra i vivi, tra le responsabilità rinnovate delle nuove generazioni. Peraltro nell’ultimo discorso di fine anno di Mitterrand, quattordici anni dopo, rilancia questa solidarietà tra vivi e morti annunciando di fatto, lo si capì dopo, la propria morte (e resurrezione, verrebbe da dire), dicendo che l’anno successivo, “là dove sarà”, sarà ancora grato ai francesi e aggiungendo: “credo alle forze dello spirito e non vi lascerò“.

Questo rapporto costante tra i vivi e i morti è in fondo inerente a tutte le funzioni “monarchiche” e quella presidenziale francese deve molto alla storia regale di quella nazione.

Da noi forse questo punto di passaggio tra generazioni, questo contatto segreto che rende immortale il potere, scappa propriamente alla funzione politica civile, per essere assorbito dalla monumentalità della chiesa cattolica, istituzione che presidia la storia e il passaggio della vita e della morte (basti pensare ai “testimoni” della fede rappresentati dalla statue che ornano il porticato del Bernini in piazza San Pietro. Un’altra, grandiosa, storia).

Macron non si è spinto così in là, ma la cerimonia è stata allestita proprio sotto la piramide del Louvre, che è un lascito presidenziale di Mitterrand (come l’enorme Biblioteca Nazionale di Francia, che nessuno sceglie mai come luogo simbolico, ma che fu oggetto di una delle primissime visite, forse la prima, anche se molto discreta, di Hollande appena eletto, proprio in omaggio a Mitterrand e peraltro accompagnato dalla di lui figlia Mazarine). Nella piramide mitterrandiana Macron si è visivamente inscritto, quasi a fare coincidere la sua immagine con quella della grandezza presidenziale che ormai deve incarnare.

La piramide è simbolo di tante cose (i complottisti e gli “illuminati” di tutti i colori si sono già scatenati), ma è qui soprattuto segno di potere monumentale. La piramide ricorda anche Napoleone, il “vero” Napoleone, non quel Napoleone III che i media francesi si sono fulmineamente affrettati a comparare a Macron per la giovane età di arrivo al potere (se questa è la Quinta Repubblica i francesi non cessano infatti di pensare che ci sia una continuità di un qualche tipo con tutte le repubbliche precedenti, fino a quella della libertà, uguaglianza, fratellanza, immancabile trio di ogni discorso. O almeno lo pensano quasi tutti, certo non il cantante Katerine).

Del resto altrettanto importante da questo punto di vista era la sede che Macron aveva chiesto alla sindaca (che non ha potuto concerderla) per svolgere la cerimonia, e cioè il Campo di Marte, tra la torre Eiffel e la scuola militare. Si tenga presente che i luoghi simbolici “normali” in cui i presidenti appena eletti fanno il loro discorso sono la visivamente modesta piazza della Bastiglia (ma ovviamente importantissima per il simbolo rivoluzionario) per la sinistra e l’equivalente piazza della Repubblica per la destra repubblicana.

Insomma che cosa vuol dire tutto questo, oltre il gusto di ricordare alcuni momenti della storia francese contemporanea? Una cosa semplice, cioè che dopo un Hollande presidente “normale”, dopo un Sarkozy ipercinetico che erode la funzione presidenziale, di fatto desacralizzandola, per un eccesso di energia quotidiana, Macron ricostruirà l’immagine visiva e verbale dell’autorità presidenziale. O almeno questo sembra essere il suo progetto di estetica del potere.

 

Giovanna d’Arco in ritirata?

Dal primo momento è apparso chiaro che si sarebbe trattato di un dibattito asimmetrico, perché la strategia unica di Le Pen è stata quella di tentare di far saltare i nervi a Macron, il quale ha dominato in modo molto presidenziale, calmo e rassicurante la prima parte del dibattito. In seguito ha indugiato troppo nelle polemiche su cui Le Pen l’ha portato e ha voluto togliersi, secondo me sbagliando, troppi sassolini.

La grande sorpresa, per me, ma credo anche per molti francesi, è stata l’assoluta mancanza di un programma da parte di Le Pen, l’incompetenza mostrata più volte e anche l’incapacità di mostrare una qualsiasi idea della Francia. Sapevamo della provenienza di Marine, del suo partito, di tutte le ambiguità che si porta dietro, non sapevamo della sua assoluta impreparazione. Da almeno tre anni sapeva che sarebbe arrivata per la prima volta a un dibattito presidenziale, ma è sembrato che non avesse preparato nulla, ha maneggiato fogli, articoli di giornali, ma si è limitata ad insinuazioni che in alcuni casi sono andate oltre i limiti della diffamazione.

Sui due punti forti della sua campagna, il terrorismo islamista e l’uscita dall’euro, è andata forse peggio che in tutto il resto del dibattito. Sul terrorismo ha mostrato subito di non avere una strategia e di non sapere come funzionano le cose, ma soprattutto ha impiegato la maggior parte del tempo per attaccare Macron, accusato di essere compiacente nei confronti dell’islamismo e addirittura di sostenere il fondamentalismo islamico per motivi di conflitti di interesse non meglio precisati.

Sull’euro è stato un disastro. L’idea di Le Pen non di uscire dall’euro, ma di mantenere l’euro per le imprese, per i conti dello stato, per gli scambi internazionali, e di reintrodurre il franco per la vita quotidiana si è rivelato per quello che era, una barzelletta, che ridurrebbe in cenere la Francia nel giro di poche settimane.

Sia chiaro, dopo Trump e Farage tutto è possibile, e girano studi sulla possibilità che l’astensionismo, da solo, possa dare la vittoria alla figlia di Jean-Marie Le Pen, ma se Marine è la rappresentante più importante, più simbolica, più evocativa dell’armata dei populisti europei, forse il dibattito di ieri può essere uno spartiacque importante (altra cosa è capire perché milioni di persone diano credito alle panzane più diverse e soprattutto altra cosa è capire come trasformare questa forza distruttrice in forza creativa e in trasformazione positiva ed è il tema più importante e più essenziale di tutta la faccenda).

Macron da parte sua ha attaccato su tutti i fronti, ma ha sbagliato varie volte nei toni e si è fatto spesso ipnotizzare dalla polemica imposta da Marine. Non si è quasi mai fatto mettere nell’angolo sul suo essere uomo delle élite, anche perché Le Pen è stata talmente greve e irridente da sbilanciarsi in continuazione.

In ogni dibattito presidenziale c’è una frase storica, che retrospettivamente fissa l’andamento e la svolta della discussione. Questa volta, a mio avviso, è arrivata proprio alla fine, quando ormai tutto sembrava chiuso. Incredibilmente Marine Le Pen ha utilizzato lo spazio finale della domanda aperta, cioè il tempo che viene concesso per dire quello che si vuole, la propria visione, il proprio progetto, il proprio appello, per continuare ad attaccare Macron sul piano personale e su temi assolutamente marginali, senza dire alcunché sulle proprie idee.

I conduttori stessi, un po’ sorpresi, forse pensando che non avesse capito che era il momento della “carta bianca”, l’hanno interrotta per chiedere conferma che quello fosse l’argomento di cui voleva parlare. Lei ha risposto “Non ho un tema a scelta”, che già sarebbe una bella frase storica per una che vuole fare la presidente, ma è Macron che ha colto l’occasione: “Le si dà carta bianca per parlare di quello che vuole e lei lo usa per sporcare (…). E questo perchè il paese non le importa, non ha un progetto per il paese, il suo progetto è di dire al popolo francese ‘questa persona è atroce (…)’. Il suo progetto è la paura e la menzogna. È questo ciò che la nutre, che ha nutrito suo padre per decenni, che ha nutrito l’estrema destra, è questo che ha fatto di lei quello che è. La Francia che voglio vale più di questo”.

Che cosa aspettarsi dal duello televisivo tra Le Pen e Macron

“Lei è un uomo del passato” disse Giscard d’Estaing a Mitterrand nel primo dibattito presidenziale televisivo francese, nel 1974. E in quel momento non aveva torto, tanto che Giscard vinse le elezioni. Sette anni più tardi Mitterrand, ancora al ballottaggio con Giscard, riferendosi all’aumento impressionante del deficit nel settennato del suo rivale, restituì il colpo, con un fulminante “Lei è l’uomo del passivo“. E vinse. Le stoccate presidenziali di Mitterrand al povero Chirac non si contano (Lei non può trattarmi come suo primo ministro, ma secondo parità, perchè sono candidato presidente come lei – protestava Chirac a un impassibile Mitterrand, che rispondeva più o meno “Lei ha ragione. Io però la tratto per quello che è, il mio primo ministro. Tra l’altro ha mostrato anche qualche capacità”). Il duello Sarkozy-Royal è rimasto celebre per il momento in cui Ségolène Royal sembrò perdere la calma, rimbrottata da un Sarkozy che le fece la lezione sulla necessità che un presidente mantenga sempre il sangue freddo, cosa che lei evidentemente non sapeva fare. Lo stesso Sarkozy, cinque anni più tardi, non fu assolutamente in grado di contrattaccare un Hollande che faceva indisturbato e molto presidenziale una lista di atteggiamenti che un presidente avrebbe dovuto tenere, introducendo ogni frase con un “Moi, président de la république…” (“Se il presidente fossi io…”).

Naturalmente sono tutte frasi che rimangono impresse a posteriori, che notificano alla memoria collettiva il momento di vittoria e di sconfitta dei candidati, anche se non sapremo mai quanto abbiano davvero influito e quanto l’importanza che attribuiamo loro si fissi retrospettivamente.

Di certo il prossimo duello tra Le Pen e Macron, anche da questo punto di vista, si annuncia come uno dei più interessanti degli ultimi decenni.

Marine Le Pen è oggettivamente superiore a Macron dal punto di vista retorico. Certo, è facilitata dall’estrema semplicità dei concetti che esprime, molto polarizzati, molto netti, ma bisogna riconoscerle un talento espressivo particolare (un po’ come quello di Mélenchon nel campo della sinistra). Il comizio di domenica scorsa di Le Pen a Villepinte è stato un discorso di rara forza retorica, con un attacco frontale a Macron, “il volto, l’aspetto, il candidato, il nome della finanza”, e una mezz’ora finale di formidabile prosa otto-novecentesca, che a mio avviso è ancora il cuore della prosa politica efficace (come sanno bene a Hollywood), con un restyling accettabile e addirittura entusiasmante della Francia “come storia e come geografia”. Purtroppo quella parte del discorso sembra essere un plagio ai danni del povero Fillon (la faccenda va approfondita), ma non importa a nessuno e quello che resta è uno spettacolare posizionamento culturale.

Macron ha invece qualche difficoltà retorica. Le sue risposte alle domande sono quasi sempre inutilmente strutturate, non tanto perchè il pensiero sia complesso, ma forse perchè segue senza accorgersi le regole della buona educazione retorica insegnate nelle scuole francesi fino all’asfissia (sempre introdurre, mai accontentarsi di un solo punto, sempre finire con una conclusione). Di fatto avvalora in questo modo l’immagine di uomo d’élite francese, con quel tanto d’insincerità che questo oggi comporta presso una certa parte degli elettori. Peraltro, visibilmente, cerca di governare una grande energia fisica che però si trasforma in piccoli gesti, in movimenti del collo, in sguardi impazienti, quasi in tic. Da questo punto di vista ricorda Sarkozy, che però aveva poi la capacità unica di far esplodere quella forza in un controllo totale della voce, in gesti senza replica, in una prosa semplice, solenne e urlata senza scomporsi al momento giusto che mobilitava il consenso. Naturalmente Macron ha anche delle qualità notevoli. Non lascia mai cadere un argomento, un’insinuazione, un dubbio, vuole convincere, perché è convinto. E ha una notevole capacità di attacco diretto, sa dire ai suoi avversari le cose come stanno.

In questo senso il dibattito di mercoledi promette spettacolo, se posso esprimermi così. Poi c’è com’è ovvio l’aspetto più propriamente politico, sia quello del piccolo posizionamento per i voti, sia quello delle grandi posizioni culturali.

Le Pen è in svantaggio di circa venti punti e si gioca il tutto per tutto, galvanizzata da un’alleanza con i sovranisti che rompe l’isolamento del Fronte Nazionale. Proverà in primo luogo a convincere gli elettori della destra repubblicana. Non a caso nei suoi discorsi si moltiplicano i riferimenti a De Gaulle. Ma nessuno dimentica – tranne le nuove generazioni, e non è poco – che il Fronte Nazionale ha avuto in odio De Gaulle per la sua posizione finale sull’Algeria e che tra i fondatori del movimento ci furono membri di gruppi vicini ai tentati golpisti antigollisti della fine degli anni ’50 (non bisogna mai dimenticare che in Francia ci sono due destre, incompatibili fino a oggi). Le Pen ha citato addirittura Chirac, l’odiatissimo Chirac, esprimendo gratitudine per aver evitato la guerra in Iraq. Sarà difficile che Macron faccia passare a Le Pen questo tipo di furbeschi riferimenti.

E per tranquillizzare l’elettorato di destra repubblicana Le Pen ha addirittura avanzato una proposta strampalata, in questi ultimi giorni, di doppia moneta, euro e franco. La proposta è quello che è, e Macron su questo avrà buon gioco a dimostrare la confusione delle idee del FN.

Marine Le Pen cercherà inoltre di corteggiare una certa parte di elettori di sinistra radicale, che si sono accorti che certe proposte di Mélenchon non sono del tutto dissimili da quelle del FN. Il riferimento è chiaro quando Le Pen si indirizza alla Francia di chi non si sottomette (La France Insoumise è proprio il movimento di Mélenchon). Dovrà però rinunciare allora a fare dell’immigrazione il punto unico del dibattito.

Da parte sua Macron può certo stare in difesa, ma dovrà anche attaccare. Dovrà togliersi di dosso l’insinuazione di “uomo dei soldi” (come lo definì il centrista Bayrou oggi suo alleato) e delle banche. A mio avviso andrà direttamente al punto e dovrà soprattutto presidiare la zona della destra repubblicana, perché solo uno smottamento di quell’area verso la Le Pen potrebbe complicare le cose. Rimane però critico, a mio avviso, il posizionamento liberale di Macron, che se è erede in qualcosa del partito socialista, lo è proprio nell’ambiguità di posizionamento liberal-democratico (lo dico per quanto riguarda il dibattito). E questo gli impedirà anche – ma chi lo sa? – di indirizzarsi troppo agli elettori mélenchoniani.

E poi c’è il punto più importante. Raramente vedremo affrontarsi in modo più chiaro e al massimo livello due diverse concezioni della politica e dell’Europa. Tutte le ragioni del populismo contemporaneo saranno finalmente presenti in un programma di governo e in una concezione geopolitica. Tutte le ragioni europeiste potrebbero essere spiegate e i modi per cambiare l’Unione potrebbero essere almeno indicati come orizzonte del futuro immediato. La polarizzazione tra i due candidati è in questo senso più netta che mai, al limite della battaglia di civiltà (ma diciamo almeno di cultura politica): per Le Pen bisogna “scegliere la Francia”, che rischia di “non sopravvivere” all’Europa, per Macron la Le Pen è “l’anti-Francia”.

M.

“Merda!” – urlò il generale Pierre Cambronne , a Waterloo, ai britannici che intimavano la resa a lui e a quanto rimaneva del suo reggimento, la vecchia Guardia. Chiusi a quadrato e ormai decimati, a esercito napoleonico quasi dissolto, i soldati francesi sentono prima ingiungere dagli inglesi “Granatieri, arrendetevi! Sarete trattati come soldati valorosi” e di rimando la triviale, ma fulminante e del tutto chiara esclamazione del loro generale: “Meeerde!”. Appunto.

L’animoso generale – ammesso che le cose siano andate proprio così, come testimonierà molto dopo un soldato presente allo scontro – evidentemente non aveva figli neonati o infanti, o certamente non se ne occupava. Non avrebbe altrimenti usato per esclamare la sua stizza e la sua frustrazione quella parola, o piuttosto ciò che la parola indica, che invece i neogenitori almeno nei primissimi giorni pronunciano e indicano con soddisfazione e con gratitudine.

Sì, perché le direttive che ostetriche e pediatri impartiscono nelle ore successive alla nascita sono poche, ma precise. Se fa l’una, ciò di cui stiamo parlando, vuole dire che si sta nutrendo e tutto funziona, se fa l’altra vuol dire che si sta idratando. Mai semiotica fu più diretta e i genitori, almeno su questo, non hanno molto da scervellarsi per decodificare i segni di benessere, almeno primario, del bambino. Del resto, fra tutti gli esempi che Aristotele poteva immaginare, per indicare la capacità significativa del linguaggio e soprattutto la non univocità dei termini, scelse la parola “sano”, che può dirsi di varie cose. Con il suo esempio, rilanciato fino alla noia nelle aule delle scuole aristoteliche e delle università di tutti i tempi, Aristotele associava in modo indelebile, nella mente di schiere di commentatori in ogni secolo, “sano” a “urina”: “Sano si predica della dieta, della medicina, del bambino, dell’urina”.

Dunque hanno ragione le ostetriche (del resto maieutiche per eccellenza): Se fa l’una si nutre, se fa l’altra si idrata. Rapporto senza dubbi e senza riserve tra un evento che è anche un segno e condizione generale di cui è segno. Semiotica semplicissima ed efficace è pure quella che il filosofo Slavoj Žižek applica a un tema al quale forse Cambronne avrebbe risposto con una fucilata: la diversità delle toilette francesi, tedesche e americane. Con inspiegabile esclusione del gabinetto “alla turca”, ingiustamente assente dall’analisi, il filosofo sloveno si applica a spiegare le differenze dei wc nei tre paesi come differente rapporto alla non piacevole materia in oggetto e come distinzione tra le tre culture, la francese, la tedesca e l’anglosassone. Nei talk show l’esempio funziona molto bene.

La semiotica applicata dai neogenitori è molto più delicata e ricorda l’arte aruspicina – con cui gli indovini di Roma antica interpretavano materie varie e variamente sgradevoli – messa però in atto in modo meno solenne e più sbrigativo. Certo è una teoria gentile di colori, di nuances, di texture, un frinire di cicale, un gracidare di ranocchie, uno strepitio di versetti. Ogni tanto però, per espressione di soddisfazione o per inevitabile sfinimento, è anche un’insopprimibile esclamazione alla Cambronne.

Dante a Strasburgo

Sull’entrata del bellissimo Palazzo universitario dell’università di Strasburgo – detto anche Palais U, per la smania francese di abbreviare le frasi – c’è la scritta “Alle lettere e alla patria”, a cui gli studenti non fanno minimamente caso. Quali siano le lettere, nelle intenzioni dei costruttori del Palazzo, è facile intuirlo: a pochi metri c’è una statua di Goethe. Quale sia la patria lo si capisce dalle due statue all’ingresso: a sinistra una donna con la scritta Argentina (il nome medievale di Strasburgo), a destra una donna con la scritta Germania (così, in latino).

Del resto il palazzo, come tutta l’area e il quartiere dell’università, è stato edificato (e inaugurato) dal Kaiser tedesco, dopo l’annessione dell’Alsazia all’impero germanico nel 1870. Bisognava fare di Strasburgo uno dei centri più importanti di irraggiamento della cultura tedesca in Europa, con un’università all’avanguardia in Europa.

A poche centinaia di metri fu costruita la monumentale Biblioteca Nazionale (oggi la seconda più importante di Francia), dopo che l’antica biblioteca di Strasburgo era stata accidentalmente (se si può dire così) distrutta dai colpi d’artiglieria delle truppe tedesche.

E che c’entra Dante in tutta questa storia? C’entra, perché dopo la costruzione della Biblioteca nazionale e dell’università, si lanciò un grande appello al mondo germanico a donazioni di fondi librari, di collezioni, di libri, di manoscritti, e il Kaiser stesso investì moltissimo nell’acquisizione di quanto più fosse possibile.

È così che la Biblioteca venne in possesso in un colpo solo di un impressionante fondo di opere dantesche, manoscritti, incunaboli, edizioni prestigiose, edizioni aldine, giuntine, prime edizioni, addirittura busti, serigrafia, illustrazioni, e centinaia di opere secondarie su Dante.

Si trattava del patrimonio di Karl Witte, che fu ceduto nel 1883. Witte era stato un enfant prodige vero. Si era laureato in filosofia a tredici anni e successivamente in diritto, ma ancora troppo giovane per poter avere un posto da professore. Grazie a un fondo speciale viaggiò in Italia per alcuni anni – sostanzialmente per invecchiare un po’ – dove si appassionò alle opere di Dante divenendone uno degli specialisti più importanti (fece l’edizione critica di varie opere dantesche). Nel suo viaggio a caccia di codici, intrecciò una rete di rapporti con specialisti e intellettuali italiani, ma anche con famiglie nobili, politici, chierici. Witte fu il fondatore della prima società dantesca del mondo, prima ancora di quella italiana, la Deutsche Dante-Gesellschaft, che esiste tuttora.

Anche le carte di Witte sono conservate in questo fondo, i suoi appunti, molte delle lettere e dei materiali che gli venivano inviati dall’Italia, alcuni molto curiosi. Mi è capitato di vedere varie lettere di apprezzamento dai segretari di vari ministri dell’educazione del Regno d’Italia (tra cui il ministro Coppino), ma anche un manifestino patriottico e antiaustriaco di Tommaseo, datato 1849, stampato proprio a Venezia durante la Repubblica di San Marco, o l’iscrizione di Witte alla Società Magnetica italiana (dalla lettera che ho visto, che gli invia il presidente della società, non si capisce però quanto l’iscrizione di Witte sia volontaria), che diffondeva le vecchie idee del mesmerismo.

Mi sono imbattuto in questo fondo – la cui esistenza è nota ma, direi quasi, dimenticata, anche perché non esiste una catalogazione del fondo in quanto tale – praticamente per caso, ma mi è sembrata una storia magnifica, questa di un pezzo di cultura italiana che lega Germania e Francia. Proprio perché mi sembra una bellissima storia da raccontare e da rilanciare, abbiamo deciso, con i colleghi italianisti Enrica Zanin, dell’università di Strasburgo, e Johannes Bartuschat, dell’università di Zurigo, di organizzare per l’anno prossimo a Strasburgo una giornata di studio su Witte e soprattutto un piccolo evento più ampio su questo straordinario Dante a Strasburgo, forse anche allestendo una mostra, con chi di competenza, per rendere visibili al pubblico gli splendidi incunaboli, i manoscritti e le edizione pregiate del nostro Dante.

Ma proprio per questo abbiamo pensato che ci piacerebbe che, oltre ai nostri dipartimenti universitari, qualche istituzione italiana collaborasse a questo progetto finanziandolo in parte, ci piacerebbe far cogliere quest’occasione anche a chi si occupa di Italia e ha voglia di partecipare al racconto di tre paesi riuniti, in un modo o nell’altro, nel cuore dell’Europa, con Dante.

Marie Curie Fellowship. Venite a Strasburgo?

Le Marie Skłodowska-Curie Actions sono un programma articolato di finanziamenti alla ricerca dell’Unione Europea. Io sono particolarmente affezionato ai cosiddetti Individual Fellowships, finanziamenti ai singoli ricercatori (stipendio e fondi di ricerca) all’inizio della carriera o in una fase più avanzata, che abbiano un progetto di ricerca innovativo e serio e che vogliano basarlo per due anni in un paese diverso dal proprio (si tratta di programmi di mobilità internazionale) sotto la supervisione di un professore e di una struttura che li ospiti. Sono particolarmente affezionato ai Marie Curie Fellowship perché ebbi la fortuna di vincerne uno e fu un momento chiave per la mia ricerca e per la mia carriera (se vogliamo chiamarla così).

Certo si tratta di una selezione molto rigida, che presuppone la scrittura di un progetto di ricerca che tenga conto di moltissimi fattori, con regole che vanno applicate bene, con caratteristiche che vanno studiate a fondo, con una coerenza con le linee di ricerca del supervisore (che è un vero e proprio co-applicant) e con le peculiarità organizzative e scientifiche dell’istituzione che accoglie, ma soprattutto con un’idea chiara del proprio percorso scientifico e delle proprie motivazioni, capacità e punti da migliorare. Insomma ci vuole entusiamo e lavoro, come sempre.

Proprio nelle prossime settimane si aprono i bandi per i nuovi Marie Skłodowska-Curie Fellowship (chiuderanno i primi giorni di settembre).

Consiglio davvero a chi ha voglia di fare ricerca, ritiene di avere un profilo adeguato e un bel progetto da scrivere di pensarci seriamente e di dare fondo a immaginazione e entusiasmo

E naturalmente vale soprattutto, per quanto mi riguarda, per chi si occupa di pensiero medievale (o rinascimentale!) e ha voglia di fare un’esperienza importante in Francia e in particolare a Strasburgo. L’anno scorso abbiamo avuto un buon successo. Ho ricevuto progetti eccellenti, come è stato confermato dall’Unione Europea, alcuni dei quali sono stati premiati. I nostri uffici tecnici danno un supporto di livello davvero eccellente, come raramente ho visto pur avendo lavorato in molti paesi, e i loro consigli finali sono a volte determinanti.

Se vi va di cimentarvi, magari dopo aver dato un’occhiata alle regole, contattatemi pure.

La follia dell’Europa

Una volta, qui, l’ho detto così: secondo me solo Pierino Porcospino può salvare l’Europa. Me ne sono accorto vivendo fuori dal mio paese e viaggiando per il continente: ci sono molte cose che ci uniscono, ma non ci conosciamo abbastanza. Ogni volta che sento una filastrocca tedesca, una favola francese, un modo di dire particolare, mi rendo conto della straordinaria diversità europea (e di quanto questo sia anche spaesante).

E mi sono anche accorto – almeno questo mi sembra – di come questo continente e il suo grandioso progetto di integrazione – nonostante tutti gli impedimenti e impicci oggettivi e nonostante quello che raccontano i disfacitori professionali e interessati della tela dell’integrazione  –  siano naturalmente caratterizzati da un’unità complessa e da una fortunatamente irriducibile diversità.

Lo si vede in certe aree del continente che per storia propria sono delle grandi cerniere tra culture europee, dei grandi apparati digerenti di diversità, che la storia otto-novecentesca ha voluto vedere come frontiere, ma che sono sempre state (e continueranno a essere) degli spazi di integrazione.

È la lezione che mi ha insegnato Strasburgo, dove lavoro, e quella vastissima area renana che certo per un verso è stata limes, confine, ma per un altro verso è cerniera. Proprio in queste settimane ho chiesto ai miei studenti dell’università di Strasburgo di riflettere su un tema nel quale ci siamo imbattuti in un mio corso sul Rinascimento – Rinascimento che nel senso comune degli italiani è fenomeno esclusivamente nostro, ma che è invece un fenomeno europeo – e cioè quello della follia. Nel cuore stesso della razionalità dell’Europa della prima modernità, tra rinascite, tentativi di controllo della natura di vario segno, prima grande globalizzazione, viene sussurato e poi prende forza il richiamo della follia.

Un vero bestseller europeo è proprio un poemetto alsaziano (e scritto in tedesco alsaziano) del 1494, stampato, ristampato, letto e riletto, tradotto in varie lingue e addirittura anche in latino, con un processo inverso a quello che ci si potrebbe aspettare, La nave dei folli, dello strasburghese Sebastian Brant, con le xilografie di Dürer. Il tono lì è carnevalesco e la follia è un po’ mondo alla rovescia, un po’ follia delle ambizioni umane, un po’ modo giocoso per integrare nell’ordine quel sentore di disordine che attraversa tutte le relazioni (Foucault qui non lo scomodiamo). Ma poi c’è anche la follia di Bosch, la sua  Nave dei folli  è dello stesso anno, ma il tono sembra miscelare insensatezza, allegria e inquietudine.

Non voglio farla lunga, perchè è invece l’elogio della follia che mi interessa. Quello di Erasmo, l’olandese che amava l’Europa, che poteva stare dei mesi da Aldo Manuzio a Venezia, fare una capatina per caso a Bologna proprio quando entrava papa Giulio II con la sua armata, educare figli di re scozzesi, visitare Enrico VIII in Inghilterra, passare per le università parigine ma non amarle troppo, stringere amicizia con Thomas More e con tutti quegli intellettuali greci che dopo la fine dell’impero bizantino avevano popolato i circoli umanisti europei, capire che Lutero non aveva tutti i torti e che però forse qualcuno ne aveva.

Con Erasmo tutta l’Europa diventa una cerniera e la follia è tante cose: è la pazzia degli Stati dello stesso continente che si fanno la guerra in continuazione, è la pazzia di una ragione cinica che si vuole centro di ogni rapporto sociale e di ogni ambizione, ma è anche la pazzia dello slancio verso gli altri (chi farebbe figli se non fosse pazzo? si chiede Erasmo), la follia del ricostruire dopo ogni distruzione quotidiana.

Ecco, pensando all’Europa, in questi giorni di celebrazioni, forse l’idea che per prima mi viene in mente è la follia. La follia di Brant il renano, che è quella di un’inversione quotidiana di ruoli e di ambizioni, di una nave che fa temere il naufragio ogni momento; la follia di Bosch, inquieta e allucinata, che sembra nascondere mostri misteriosi pronti a manifestarsi. E soprattutto la follia di Erasmo, l’olandese, e renano, italiano, scozzese, inglese, che è anche la consapevolezza che la vera saggezza è il coraggio di imprese piccole e grandi allo stesso tempo. Se fosse questa follia la cifra dell’Europa?