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Il mistero Conte

Sembra che stiamo scivolando verso le elezioni. Che sia vero o no, è interessante il ruolo di Conte (che, forse, a vedere i sondaggi, sarebbe quello che ne avrebbe più a guadagnare). Come tutti sanno, infatti, si parla di una lista Conte o di un suo ruolo di capo dei 5stelle.

Il Conte politico rimane però un apparente mistero. Anche se forse, a ben vedere, l’attuale presidente del consiglio porta a compimento un processo di “neutralizzazione” della politica che ha radici lontane.

Conte infatti può governare con la destra più becera, poi può costituire un governo con tutta la sinistra parlamentare, poi ancora può cercare i responsabili di centro o di centrodestra, e può comunque continuare a salire nei sondaggi al punto che una sua lista avrebbe un consenso molto alto. A pensarla, però, non è facile capire chi ci possa essere in questa lista e quale orientamento possa avere, perché Conte non ha un retroterra politico chiaro.

Sarebbe una lista “neutra”, fatta solo per governare e – sottolineerei – per governare in parlamento, in un sistema parlamentare come il nostro, non importa con chi (un Movimento 5 Stelle al contrario, che invece di non governare con nessuno può governare con chiunque), e non tanto per governare a partire dalle forze del Paese. Non c’è da stupirsi, il parlamento è un parlamento di “responsabili” almeno dal 2013 (lo dicevo, in qualche modo, qui). E questo è l’esito di un processo culturale che viene più da lontano, oltre che l’esito del nostro parlamentarismo che non è mai stato rivisto.

Del resto i partiti di sinistra sono semplici partiti del “buon governo”, cioè della tecnica amministrativa, almeno da 20 anni. E hanno demandato il livello ideale di trasformazione della società al tema dei “diritti” – peraltro, a pensarci bene, in potenziale accordo con visioni di tipo liberale -, perdendo anche solo la grammatica di un’impostazione sociale dei problemi. Il berlusconismo aveva annientato le ideologie di destra, mescolando la retorica liberale e liberista allo statalismo (a convenienza). Il centro cosiddetto moderato non ha negli ultimi decenni espresso ideologie (o idealità) particolari, limitandosi a trattare in subappalto, in momenti strategici, princìpi non negoziabili imposti da altri. Renzi, senza cambiare nulla di sè, è passato da essere leader del più grande partito di sinistra a fondare un partito di centro che in maniera del tutto esplicita voleva assorbire pezzi di centrosinistra e inglobare pezzi di centrodestra. E tutto questo, lo ripeto, senza cambiare nulla del proprio pensiero politico, ma scaricando il problema sulla “comunicazione” (da un certo punto degli anni di governo in poi speculare alla comunicazione pentastellata) e sulla “narrazione”. La stessa destra più rozza, quella leghista, è passata dal regionalismo, consunto dagli scandali, al nazionalismo, pur di rimanere al potere, e tenta ora di riposizionarsi sotto il cappello europeo.

Di tutto questo processo, Conte è il punto, direi, più “concettuale”, più trasparente, proprio perché politicamente neutro.

Può dirsi populista, rifarsi a Trump e poi a Biden, richiamarsi al socialismo (che nessuno sa più cos’è) e al centro moderato, ed essere a sua volta considerato il punto di riferimento dei progressisti, può essere alleato di forze antieuro e rivendicare orgogliosamente il ruolo dell’Europa. Non si tratta (solo) di trasformismo, nel senso tradizionale del termine, cioè di una mancanza di etica del ceto politico che seguirebbe solo i propri interessi, ma mi pare appunto che stiamo assistendo a una trasformazione profonda dei nostri sentimenti politici, alla loro neutralizzazione. E questo è il primo punto, che mi pare interessante.

Il secondo, più evenemenziale, riguarda proprio una ipotetica lista Conte in un’ipotetica elezione imminente. Lista ipotetica perchè Conte potrebbe invece assumere la leadership dei 5Stelle, il che da un lato lo garantirebbe maggiormente, dall’altra lo esporrebbe a una sua emarginazione alla prima difficoltà del partito. Ma ipotetica anche perché la lista Conte, a mio avviso, tramonterebbe nel caso in cui Conte non si presentasse alle elezioni come Presidente del consiglio in carica. Il che potrebbe avvenire se il Conte bis, o un Conte ter, non superasse il semestre bianco. Chi vuole liberarsi di lui, se non ci riesce già ora, potrebbe infatti sbarazzarsene proprio avvantaggiandosi dello scudo del semestre bianco. In sostanza, il momento più propizio per Conte è ora.

Ma come sarebbe composta la lista? Come potrà Conte trasferire la sua diafaneità politica in una proposta elettorale? A quale cultura politica dovrà tentare di rifarsi?

Certo qualche antecedente, vago, esiste. Per esempio, per certi aspetti, proprio quel Macron il cui esempio avrebbe dovuto essere seguito dall’operazione di Italia Viva. Anche Macron era riuscito a cogliere l’attimo della pura concettualizzazione politicista, apparendo di sinistra e di destra e sbucando dal nulla. Era stato però aiutato da un ceto intellettuale e politico di lungo corso e provate capacità (a partire dall’intramontabile Jacques Attali). E lo stesso Sarkozy aveva tentato l’approccio di governo se non proprio bipartisan, almeno includente. Ma era un modo per spaccare il campo avversario, finito male.

Ha Conte abbastanza risorse umane e intellettuali attorno a sè per imbastire almeno una parvenza di abito di cultura politica che possa resistere agli strappi della competizione? O tenterà di mettere in crisi gli avversari proprio includendo nella famosa lista personalità di varie origini politiche?

Altra strada potrebbe essere quella della lista con personalità non note, come nel caso dei primi 5 Stelle, ma rappresentative del Paese, che si prestano alla politica come costruttori che, almeno inizialmente, dipendono esclusivamente dal leader. Potrebbe funzionare, ma per poco tempo, perché dopo poco l’effetto casting devia sempre verso il posticcio. Del resto pensare che possa bastare la neutralità della comunicazione politica sui social e la buona educazione di Conte in televisione per raggiungere il consenso elettorale sembra un po’ ardito. Può davvero essere sufficiente un Casalino – lo chiedo senza ironia – per tradurre la “concettualità” di Conte in un prodotto elettorale? Si può davvero inglobare tutto senza un’elaborazione, solo perché volenterosi?

A meno che, proprio perché diafano, proprio perché conseguenza di una neutralizzazione della politica, proprio perché necessitato a mantenersi in un equilibrio così concettuale, Conte non possa davvero rielaborare tutto questo per proporre agli italiani in modo programmatico, ma neutro, una serie di riforme dello Stato che consentano di riorganizzare le forme della politica. Io ne dubito, ma il mistero è qui.

Muccioli, Sanpa e altre cose

Anch’io ho visto la docuserie Sanpa sulla vicenda di Muccioli e di San Patrignano. E come tutti ne ho ammirata la qualità tecnica e narrativa che la pone ai livelli di analoghi prodotti americani (Wild, Wild Country, per dirne uno). Le polemiche che ne sono seguite, e che perdurano, sono estremamente interessanti e rilanciano in tono minore quelle che furono allora, ma non è questo il dettaglio che vorrei seguire qui.

Mi ha colpito in particolare, della ricezione della serie, il senso di stupore che ha colto molti spettatori rispetto all’esistenza stessa di quella vicenda. Molti non la conoscevano per limiti di età, sono nati dopo, altri, come il sottoscritto, che avrebbero potuto ricordare bene tutti i dettagli, ne avevano un ricordo nebuloso.

Intendiamoci: ricordo molto bene, da ragazzino, “il problema della droga”, come lo si chiamava, che riguardava la diffusione, enorme e visibile, dell’eroina; ricordo certe strade e certi giardini di Milano (dove oggi ti spennano per un daikiri) essere offlimits, le distese di siringhe usate su certi marciapiedi. E ricordo naturalmente la figura di Vincenzo Muccioli e le polemiche sui suoi metodi, anche se non avrei potuto riassumere la vicenda prima della docuserie.

Ma tutto questo all’epoca non mi interessava, perché mi dava l’impressione di essere una cosa proveniente da un mondo precedente, alle spalle, e che non riguardasse il mio presente.

Credo che tutte le generazioni sentano da subito un senso se non proprio di estraneità almeno di distanza, di non completa intimità, con qualcosa che fa parte del mondo nel quale stanno, ma che appartiene a un passato, anche immediato, che incombe e che non le riguarda completamente. Vale per gli eventi storici, ma vale anche per le canzoni, i film, i prodotti della cultura che sono già datati, che hanno il marchio di un altro mondo, alla prima fruizione. E si comincia a essere vecchi, anche se si tengono le redini del mondo, quando le nuove generazioni, arrivate al momento in cui sono pensanti e prendono il loro spazio nelle cose, avvertono con distanza ciò che a noi sembra ancora contemporaneo.

Il punto è questo: la contemporaneità è fatta di temporalità diverse, di durate differenti. E tutte queste temporalità, queste durate, sono inserite nella trama del presente, anche se non le vediamo in modo immediato e distinto.

Mi ha colpito che molti dei protagonisti e dei comprimari, almeno quelli intervistati nella serie, siano tutt’altro che vecchi di un mondo passato. Non sono i partigiani novantenni che parlano (in apparenza) di un tempo consegnato alla storia, non sono i testimoni esotici di vicende magari a noi vicine ma di aree geografiche distanti. Sono persone nel pieno delle forze, nella piena maturità, dello stare al mondo.

Eppure parlano di un mondo che non c’è più, perché nella serie abbiamo visto una scheggia (significativa) di un mondo passato, talmente passato che non ce lo ricordavamo, ma talmente presente che molti dei suoi protagonisti ce lo raccontano. In questo senso ha un effetto spettacolare e quasi metaforico di questa pluralità di tempi che è ogni contemporaneità il fatto che Andrea Delogu, della quale non si può certo dire che appartenga al passato, sia figlia di Walter Delogu e abbia vissuto da bambina a San Patrignano. In questo senso, Sanpa non parla del passato, ma del presente. O meglio, parla di due tempi del presente.

L’effetto spiazzante e straniante della serie allora non è tanto, per me, il contenuto, ma proprio la messa all’opera delle diverse temporalità di un momento storico, in cui lo stupore di chi guarda fa parte del racconto. E lo stupore, dal mio punto di vista, è proprio dato dalla percezione che la storia è un groviglio di temporalità e durate, di contemporaneità che si inseguono.

Quando io ero ragazzino erano ancora vivi i partigiani e i fascisti (quelli veri), ma io non lo sapevo, non era il mio mondo (anche se ero in quel mondo), e quando sono nato c’era la stessa distanza cronologica tra me e la fine della guerra mondiale che c’è oggi tra noi e la morte di Muccioli.

“Sanpa” – e questo è il secondo dettaglio che mi interessa – non è un’opera storica, di ricerca storica, ma è un prodotto dell’industria culturale, fatto molto bene; è un prodotto “letterario”, potremmo dire, ma che dice anche qualcosa della storia (e della disperazione degli storici).

Certamente non bastano le fonti “dirette” per fare un’opera di storia, tanto più che è del tutto evidente in questo caso che ciascuno degli intervistati dice quello che vuole dire, che è una verità, e fa capire di non dire tutto quello che sa, come in un Rashomon giornalistico. E tuttavia ognuno di loro è una fonte diretta.

In fondo non molto diversamente ci si accapiglia, con altri metodi (ma qui il discorso si farebbe lungo e complesso), su fenomeni del passato. Che si parli del fascismo, o di Francesco d’Assisi, la disperazione è sempre la stessa (e un prodotto non storiografico come Sanpa ci dice molto di questo), cioè la paura di un abisso, l’impossibilità di rendere conto dei fenomeni, anzi di non capire neppure che cosa sia significativo e che cosa no in un determinato fenomeno (con la preliminare sdrucciolevole inquietudine di stare costruendo un fenomeno che in se stesso non sia significativo).

Che si tratti di capire le origini del fascismo (cito il fascismo anche perché l’opera, che è letteraria checché se ne dica, di Scurati ha rilanciato il tema delle fonti in un alveo di fruizione culturale ampio), o che sia altro, il gioco tra ricostruzione che si vuole oggettiva (la finzione metodologica dell’oggettività come orizzonte da raggiungere fa parte degli attrezzi degli storici), risignificazione, riuso strumentale, fruizione culturale, è un gioco appeso ad un abisso.

Un altro esempio che mi va di fare perché è un problema classico, direi da manuale in questo senso, è quello della vita di san Francesco, sulla quale sappiamo poco e spesso siamo condizionati da fonti francescane posteriori, attraversate da mille interessi concreti non sempre convergenti e da mille diverse visioni su chi fosse Francesco.

“Nos qui cum eo fuimus”, noi che siamo stati con lui, è la frase che usano tre francescani che appartenevano alla prima cerchia di Francesco. E in particolare la usava frate Leone, che visse ancora molti decenni dopo la morte di Francesco, e che si è trovato quindi ad attraversare differenti francescanesimi e che quindi usava quella frase per esibire la propria autorità di testimone oculare, di persona che aveva davvero vissuto in quella comunità. Ci dava garanzia di oggettività quella testimonianza (non dico testimonianza di buona o mala fede, ma di oggettività)? Cosa c’era di Francesco nei francescanesimi e che cosa c’è nei francescanesimi che ci spiega davvero Francesco?

La storia è spiazzante, anche quella che noi viviamo ancora senza saperlo. Per questo Sanpa, che non è una ricerca storica (ma che, oltre a cambiare il quadro del genere docuserie in Italia, forse crea le condizioni pubbliche perché quella vicenda, che è una scheggia di Italia, sia trattata anche dagli storici, secondo i loro metodi), insegna qualcosa sulla storia. E cioè che spesso arrivi alla fine e ti pare di non aver capito. Pensi tante cose, ma non collimano. Poi le ripensi, ti sembra di aver capito, e non collimano ancora. Se la storia – e la contemporaneità, con le sue diverse temporalità – fosse tutta così?

Corso di Scrittura e comunicazione politica

Alla Challenge School di Ca’ Foscari, a Venezia, abbiamo ideato un Corso di alta formazione in Scrittura e Comunicazione politica, che mi pare una cosa utile e importante, soprattutto per chi si occupa di istituzioni, associazioni, giornalismo, impresa, categorie, giornalismo. Qui le informazioni e qui di seguito il mio video di presentazione:

Buon rientro agli insegnanti e un augurio

Sappiamo che l’apertura di asili, scuole, università, quest’anno assume dei caratteri particolari. Sappiamo quante inquietudini stringano tutti.

Ma qui, per un attimo, vorrei semplicemente fare gli auguri di buon rientro in aula a tutte e tutti gli insegnanti del nostro paese, di ogni ordine e grado. Sì, sappiamo che ci sono differenze di mestiere, che ogni tappa ha le sue specificità e competenze, che gli educatori e le educatrici 0-3 (che belli i gerghi ministeriali) non sono lo stesso lavoro di chi fa 10-13 o 14-18 (i numeri indicano gli anni di età degli alunni), e che chi insegna all’università è addirittura sotto un altro ministero (com’è giusto che sia); è vero, ci sono educatori e educatrici (che bella la parola “educare”, da “e-duco”, cioè “tiro su”, “traggo fuori”, perché questo fanno alla scuola dell’infanzia, tirano su e traggono dai bambini quello che ancora non hanno neppure dentro, ma lo preparano), maestre e maestri, professoresse e professori, docenti, associati, ordinari, ciascuno con la sua laurea, la sua abilitazione, il suo concorso.

Ma nelle prossime settimane saremo tutti ugualmente in aula, timorosi, guardinghi, sospettosi, forse anche un po’ impauriti, ma emozionati noi per primi, perché ricominceremo a fare il nostro mestiere.

Ne abbiamo sentite di tutti i colori in questi mesi. E ne abbiamo anche dette. Sbirciando le lezioni a distanza, prima i genitori si sono accorti di quanto sia difficile insegnare e tenere un’aula, poi a volte hanno preso i maestri e le maestre per dei baby sitter, utili solo a stoccare tutti i minorenni del paese, altri hanno ricominciato con la stupida tiritera del lavorare poco (mai poco come loro poco ragionano, se posso permettermi). Poi ci sono stati i banchi a rotelle, i timori sanitari, un’organizzazione che sarà difficile.

Però ora si torna in aula, che sia alla scuola dell’infanzia o all’università.

E si ricomincia nel paese delle università più antiche del mondo, nel paese del Liceo classico (fermì lì: non voglio riaprire la solita polemica; dico solo che è un’invenzione originale che ha accompagnato un pezzo della storia italiana), nel paese di Maria Montessori, nel paese di Gianni Rodari (ve lo immaginate, Rodari, maestro elementare, che spettacolare rientro avrebbe preparato per i suoi alunni in un frangente come il nostro, come avrebbe esorcizzato paure e attivato energie inaspettate?).

Allora il mio augurio, almeno per i primi giorni, è di non pensare a nulla di tutto quello che c’è intorno a questo rientro, a non pensare alle polemiche, a non pensare alle aspettative (contraddittorie) di tutto il paese, a non pensare a quello che non va (ma certo di segnalarlo e tenerne conto).

L’augurio è di godersi il ritorno in aula, con quel carico di relazioni e di concreta umanità che ci regala. Dobbiamo stare attenti, certo, dobbiamo parlare a dei giovani che avranno le mascherine, che non potremo scrutare fino in fondo, ma faremo in modo che ci bastino gli occhi.

La didattica a distanza ci ha fatto venire in mente tante buone idee, che sfrutteremo, ma ci ha dato anche la certezza assoluta che il rapporto diretto con bambini e bambine, studenti e studentesse, giovani adulti che si presentano in aula non solo per avere informazioni o nozioni o concetti, ma per vivere la formazione e per formarsi alla vita successiva, è insostituibile.

E quest’anno molti di loro – pensiamo a chi si iscrive a un primo anno, in cui ai timori della novità, in queste condizioni, si aggiunge forse il senso di incompiutezza per non aver chiuso come si avrebbe voluto un ultimo anno in emergenza – sono ancora più affamati di contatto, di parole che accendono scintille, di discorsi che aprono orizzonti, di una vita quotidiana che si nutre di affetti. E noi abbiamo la fortuna di poter dar loro tutto questo, per mestiere.

Pensiamoci: c’è tutta una lunga generazione dagli 0 ai 18 o ai 23 anni, c’è tutta la linea del futuro che nelle prossime settimane entra in aula e chiede a noi di fare sapere, di conoscere quello che c’è di bello e utile; non lo chiede in primo luogo ai libri, non ce lo chiede a distanza, non lo chiede a video e tutorial, lo chiede a noi, persone in carne e ossa, gli insegnanti e le insegnanti.

Non sappiamo se arriverà una seconda ondata, non sappiamo come si concluderà l’anno. Però auguro a tutti e tutte di godersi l’enorme responsabilità e piacere di ricominciare un mestiere che ha il privilegio, come diceva qualcuno, di scrivere nelle anime dei singoli.

 

 

Disunità nazionale

È piuttosto triste doversi interrogare su certe sollecitazioni che vengono dalla politica, su certi dibattiti incompleti e quindi non comprensibili, soprattutto in un periodo come questo, in cui ci tutti siamo impegnati nell’immaginare una prospettiva per il nostro futuro immediato. Tuttavia è ormai da un pezzo che una buona parte delle energie dei commentatori è assorbita dalle sollecitazioni sul destino di questo governo, tema lecito, ma mal concepito.

Un problema in realtà c’è. È chiaro infatti che questo governo non era nato per condurre una nave attraverso una tempesta furibonda. Era nato perchè una barchetta non si allontanasse troppo dal porto. Era nato, in particolare ma non solo, su iniziativa di Renzi che cercava un contesto per fondare il proprio partito personale, il quale in pochi mesi avrebbe dovuto consolidarsi, prendere il 10% nei sondaggi; a quel punto il governo sarebbe caduto immediatamente e si sarebbe andati alle elezioni.

Al disegno avevano aderito i 5 Stelle per disperazione e il Pd, che si era disposto a un governo di legislatura nel tentativo di costituire un campo di centro-sinistra, il meno debole possibile, e compresi i 5 stelle, per far fronte all’apparentemente inevitabile vittoria della destra salviniana. Il governo fu fatto e la barchetta cominciò a navigare nei pressi del porto, come da mandato.

Poi è accaduto l’imprevedibile e si è diffusa una pericolosa pandemia. Il governo che aveva come principale assillo non alzare l’Iva si trova in un mondo in cui l’Iva praticamente rischia di non esserci neanche.

Peraltro – e anche questo è chiaro – noi non siamo ancora dentro la tempesta furibonda, la stiamo solo intravvedendo, ma si sta avvicinando. La vera tempesta scoppierà con la fase 3 e comunque a ottobre, quando bisognerà fare la finanziaria più difficile e disperata della storia della repubblica.

L’ipotesi di  un cambio di governo, all’avvicinarsi della tempesta, è quindi un’ipotesi che ha una sua concretezza e anche una sua teorica ragionevolezza, perché si entra in un mondo completamente nuovo che alla formazione del governo non era prevedibile
Il modo taumaturgico in cui se ne parla è però ridicolo e sconfortante (anche se conosciamo il ridicolo e lo sconforto che la politica italiana produce senza sosta).

Soprattutto è sconfortante quando si parla di governo di unità nazionale come panacea e senza minimamente prevederne la natura o abbozzarne le caratteristiche eventuali. Perché? Per tanti motivi.

Uno di questi motivi è che il governo della fase 3 dovrà essere fortemente europeista. L’Europa con la BCE ci compra il debito, ci dà accesso al MES e ci dà accesso al fondo per la ricostruzione. (Un tema collegato è chi beneficerà di quei fondi ingentissimi. Come si faranno gli investimenti? Che cosa sarà da considerare strategico? Tante voglie e interessi sono già in movimento e nessun governo è esente da pressioni).

Sarà quindi soprattutto con l’Europa e con i paesi dell’UE che dovremo cercare soluzioni.

È dunque evidente che il governo di unità nazionale non potrà includere forze radicalmente antieuropeiste. Non avrebbe senso. Mettiamo Borghi all’economia o in qualsiasi altro ruolo importante? Chiediamo a Salvini di trattare con la Bce?
Quindi le forze non europeiste non potranno fare parte di un governo di unità nazionale e quelle forze urleranno proprio al fatto che il governo non sarà di unità nazionale.

Se invece saranno incluse quelle forse non sarà un vero governo di unità, ma un governo eterogeneo di lotta politica interna quotidiana, cioè il contrario di quello che si dice di voler ottenere.
L’altra alternativa sarebbe un altro governo con le stesse forze attuali, e magari con Forza Italia, ma con dentro tutti i big, a garanzia della concordia, perché altrimenti sarebbe un governo esattamente come questo. E voi ve l’immaginate l’armonia di un governo con Renzi ministro degli esteri, Brunetta all’economia, Zingaretti agli interni, Crimi alla difesa e con il Letta di turno minacciato ogni ora della sua vita?

Si dice allora “chiamiamo Draghi”. Benissimo. Immaginiamoci quindi al vertice di ciascuno di questa ipotesi Draghi. Vorrebbe dire mandare Draghi allo sbaraglio e perdere per sempre questa opportunità.

Immaginiamo allora un governo solo tecnico con Draghi al vertice. Ecco, il giorno dopo tutti i partiti che lo appoggiano comincerebbero a dire che farebbero le cose diversamente, per non assumersi elettoralmente nessuna responsabilità dei sacrifici e per prepararsi alle elezioni e scaricarlo dicendo di non averlo mai appoggiato.
Quindi il governo Conte è il più adeguato, l’unico possibile e ci lascia tranquilli? No, per nulla. Ma dire che Conte non è Churchill – cosa chiara anche se forse Conte crede il contrario – è una verità che serve solo per qualche meme divertente, ma non è un argomento politico.

La verità è che la tempesta è vicinissima e noi la stiamo affrontando con una barca che non doveva uscire dal porto. L’obiettivo è cercare di attraversare la tempesta il più possibile sani e salvi e il più velocemente che si possa.

Chi oggi non cerca soluzioni, ma pretesti (vale anche per chi ha responsabilità nel governo, a partire da Conte), non può essere una soluzione per domani.

Chi oggi sostiene il governo e cerca altri governi non può limitarsi a minacciare questo governo, ma dovrebbe spiegarci che altro governo vuole, con quali forze, quali nomi (sì, ci vogliono i nomi) e soprattutto con che mandato. Se la linea è la stessa di questo governo  (perchè una linea c’è, per quanto faticosa) o si riduce a un semplice cazzeggio verbale sugli “affetti stabili”, sulla libreria sì e il barbiere no, allora si farebbe meglio a irrobustire questo governo, magari chiedendo di parteciparvi più direttamente assumendosi delle responsabilità (perchè no?).

E chi sta all’opposizione e giustamente critica il governo dovrebbe spiegare quale sarebbe la linea alternativa, concretamente, per affrontare la tempesta con un altro governo, per esempio un governo delle destre, che in fondo è teoricamente possibile in questa legislatura. Magari chiarendo anche come bisognerebbe guardare alla Cina e alla Russia, anzichè all’Europa. E decidere, per esempio nel caso della Lega, se qualcosa è andato storto in Lombardia e se non sia il Veneto l’esempio di miglior governo e perchè.

Tutto è consentito e tutto è lecito, cambi di linea e di governo. Ma spiegateci cosa e come.
Sappiamo che il peggio deve ancora arrivare e ci pare purtroppo di capire che la politica non avrà nessuno scatto d’orgoglio particolare. Sarà durissima e disorientante. Rischiamo che il nostro paese venga spazzato via. Gli italiani lo stanno capendo e, per quanto fessi siamo un po’ noi tutti, ho l’impressione che non siano interessati solo a politiche del jackpot, alla politica ludopatica, al “chiamiamo uno che risolve”, ma si aspettano lavoro, serietà e spiegazioni (anche spiegazioni dei dubbi!).

Siete in grado di darci chiarezza non su come andranno le cose, ma su che cosa immaginate voi rispetto a questi scenari? Cioè quali sono i vostri scenari? Perchè se non ci dite questo vuole dire che tutto è tattica, tutto è “mo’ vediamo”, vuol dire che tutto è buttato lì per interessi che sono i nostri.

Gli italiani, io credo, si aspettano poi una comunicazione più sincera, che non sia il paternalismo di Conte, l’abracadabra sui numeri della regione Lombardia, la retorica pomposa del giovanilismo fuori tempo, l’aggressività di chi bonfonchia mezze frasi da bar (e che coi bar chiusi non ha più niente da dire). Ma è possibile che un parlamento, un governo, le forze politiche di così tanti orientamento non siano in grado di studiare una comunicazione chiara e corretta, che non ne sentano il bisogno neanche in questo frangente?

Gli italiani si meritano sincerità nella diversità, si aspettano scenari differenti ma logici. Sono disposti tutti a dare una mano (e quante risorse umane ci sono nel paese! lo abbiamo visto nella pandemia) e, chi lo sa, magari premieranno chi si dimostra serio (almeno un po’). Non “coerente”, non rappresentativo, non giocoliere, non fuoriclasse, ma semplicemente serio. A destra, a sinistra, al centro.

Come ci può cambiare quella App

Tutto quello che la tecnologia rende possibile, prima o poi succederà. Da tempo è ormai possibile che le popolazioni siano sottoposte a un controllo minuzioso e totale. La raccolta dei dati a fini commerciali è la spina dorsale degli sviluppi tecnologici dell’ultimo decennio. Lo fanno le aziende private dei social e dei motori di ricerca, lo fa la televisione smart, lo fanno molti altri, quasi tutti. Lo sappiamo, paghiamo un servizio, che ci risulta ormai essenziale, con la cessione di informazioni su di noi.

Inoltre cediamo di fatto i nostri dati, e soprattutto lo stoccaggio dei nostri dati, ad aziende di paesi stranieri, sui quali non abbiamo nessun controllo.

Già ora, chi controlla i “grandi dati” e li sa leggere ha un enorme potere di previsione, ma anche una capacità potenziale di indirizzare le società umane in un senso o in un altro.

L’emergenza del Covid19 sta ponendo però un altro problema, che per l’Italia e i paesi europei è inedito. Per la prima volta in uno stato democratico – di quel tipo di democrazia liberale, cioè incentrata sulle libertà non delle classi, non dei ceti, non delle patrie, ma dei singoli individui – si concede al governo un controllo totale sugli spostamenti di ogni cittadino.

Il singolo cittadino non è individuato, ma questo per un atto grazioso, per una concessione dell’app, per un inchino del governo, non perché non sia possibile tecnicamente.

Si dice inoltre che chi non scarica l’app, lo strumento del controllo, non incappa in nessuno svantaggio, che non gli sarà impedito di fare alcunchè. Ed è una precisazione inquietante, perché vuol dire che qualcuno aveva pensato il contrario, cioè di rendere la app obbligatoria o svantaggioso, penalizzante, il suo non uso.

Intendiamoci bene: non dico che tutto questo non serva a tenere sotto controllo il contagio. Non dico neppure che questo sistema non salverà delle vite. Non dico che non contribuirà alla ripresa delle attività economica. Non dico neppure che non sia un sistema intelligente. (Non dico neppure che non scaricherò l’app, perché ancora non l’ho deciso. E prego astenersi commentatori con l’accetta e maldestri colpevolizzatori).

Mi chiedo però che cosa significhi sdoganare un controllo del governo (non degli attori economici, diversi per natura), e un controllo di passo per passo, di stretta di mano per stretta di mano. Certo, ora c’è una crisi. Ma non è la prima e non sarà l’ultima.

Qualcuno proporrà di tornare al controllo totale per esempio in caso di disordini sociali, che con il PIL a -15% potranno esserci?

Qualcuno la chiederà durante le crisi – che come sappiamo durano anni – legate al terrorismo di qualsiasi colore? Durante i mesi degli attentati?

E se qualcuno la chiedesse addirittura prima degli attentati? Per prevenirli?

Si potrebbe chiederla per esempio anche durante una expo, per motivi di ordine pubblico. Durante le Olimpiadi, o i Mondiali.

E se qualcuno pensasse a un certo punto che debba essere obbligatoria per tutti, perché altrimenti non funziona?

Qualcuno la potrebbe chiedere a un ipotetico nuovo G7 di Genova per rintracciare quelli che dormono in una certa scuola? Perché certo la app è anonima, ma non tecnicamente, e per l’efficacia dell’ordine pubblico qualcuno potrebbe pensare – con l’applauso dell’opinione pubblica – che l’anonimato sia un’inutile finzione.

Mi permetto di chiedere che il governo sia il più chiaro e il più esplicito possibile sul funzionamento di questa app e valuti con serietà, in modo pubblico, se il rapporto tra benefici e rischi sia davvero favorevole, perché i dispositivi tecnologici e i cambiamenti che essi tacitamente impongono sono più forti dei governi. E mi chiedo se non stiamo per entrare in una nuova antropologia della libertà, che ai fondatori delle libertà europee risulterebbe difficilmente comprensibile.

 

Autorizziamo i funerali. Prima del 3 maggio

Non sto attaccando il governo, non sto attaccando le ordinanze di governatori e sindaci. Però con il divieto di celebrare i riti funebri, senza che ce ne accorgessimo, abbiamo sbagliato. Eravamo impauriti, anzi, di più, eravamo sbigottiti e attraversati da quella strana euforia che ti danno, in certi momenti, la preoccupazione e l’inquietudine.

E così non abbiamo pensato al peso delle conseguenze della decisione, inutile e crudele, di non far celebrare i funerali. Parlo con il senno di poi, naturalmente. Su questo punto ha ragione Agamben, in un contesto di altre cose interessanti che però non condivido.

E non direi, come lui dice, che siamo crollati eticamente. Abbiamo però capito che possiamo farlo, che dobbiamo vigilare di più su noi stessi e su come stiamo cambiando.

Certamente il primo mese di quarantena è stato particolarmente carico di timori. Il divieto degli onori funebri è però iniziato prima del lockdown e all’inizio, pochi giorni, è stato saggiamente non rispettato, anche se qualche timida raccomandazione di contenimento  da parte dei sacerdoti è stata data. Questo atto saggio di non applicazione del divieto è però stato dissennatamente, nei primissimi giorni, compiuto senza prendere delle contromisure concrete. E ci siamo potenzialmente esposti al contagio (erano i giorni degli hashtag di ogni colore e degli aperitivi).

Poi è arrivata la chiusura totale e non ci siamo neppure accorti, compresi nella normalizzazione della nostra inquietudine, che avremmo benissimo potuto e anzi dovuto celebrare i funerali.

Dal punto di vista organizzativo non c’è nulla di più semplice: sarebbe bastato tenere le persone non a uno ma a tre metri di distanza, limitare per esempio a 20 persone i presenti, magari con un vigile, e avremmo consentito ai vivi di salutare i morti. E possiamo ancora farlo. Altro che aprire le librerie!

Abbiamo trovato un modo per tenere aperti i supermercati (che hanno sempre avuto nei propri spazi decine quando non centinaia di clienti contemporaneamente, più o meno distanziati);  abbiamo aperto, com’è giusto, i negozi per l’abbigliamento dei neonati; stiamo studiando il modo per aprire le scuole elementari con una dislocazione di corpi vivi in uno spazio tutto sommato angusto; e non siamo in grado di posizionare 20 persone ferme attorno a una bara alla presenza di un vigile nello spazio di una chiesa parrocchiale (o di una chiesa scelta apposta per i suoi metri quadrati)?

Abbiamo sbagliato. Abbiamo capito che per distrazione e inquietudine si può perdere umanità. Rimediamo al più presto. Prima del 3 maggio.

 

L’apertura delle librerie, un simbolo del contrario

Quella della riapertura delle librerie è una scelta curiosa.

Ci si dice che dobbiamo triplicare gli sforzi, ci si dice che i contagiati sono dieci volte di più (dieci volte di più, non il doppio) di quelli noti, ci si spiega che basta fare un passo falso (come ne sono stati fatti di clamorosi, a tutti i livelli, all’inizio di questa vicenda, ma questo è un altro discorso) e ricomincia tutto.

Inoltre ci si ammonisce sul fatto che i bambini non possono fare il giro del palazzo per prendere una boccata d’aria e sgranchirsi le gambe – ed è incredibile che ancora nessun decisore abbia neppure percepito che anche quello dei bambini chiusi in casa è un problema di salute pubblica -, perché si sospetta che i genitori ne approfitterebbero.

Poi però si dice che le librerie, curioso privilegio merceologico, possono aprire. Ma è evidente che si tratta di una scelta simbolica (perché altre attività avrebbero allora potuto riaprire mentre, giustissimamente, non riaprono ancora).

Questa scelta, curiosa e incomprensibile, di cui sembra sfuggire la ragione concreta, anche perché non tiene neppure conto della diversità delle zone (un conto è dare una deroga in zone più tranquille, ma allora perché darla proprio alle librerie, un conto è darla, per esempio, a Bergamo, da dove scrivo, o a Milano), è dettata da motivi simbolici e come tale è stata accolta: apriamo le librerie perché la cultura ci salverà, la cultura è il cibo dell’anima e tutte queste amenità trite e ritrite.

Questa scelta simbolica, nella situazione che stiamo vivendo, non ci porterà domani a metterci tutti in fila per andarci a comprare la Critica della ragion pura o per accaparrarci chissà quale tesoro culturale di cui non possiamo proprio fare a meno fino al 3 maggio, ma dimostra soltanto che ci manca del tutto la capacità di produrre simboli collettivi efficaci e sensati.

Ripetiamo a pappagallo, in modo asfittico e in un paese che è tra gli ultimi in Europa per lettori, quello che convenzionalmente sentiamo ripetere da decenni, e cioè tutto l’insopportabile chiacchiericcio simbolico su lettura, cultura, bellezza, rinascite e rinascimenti.

Se c’è qualcosa che questa, secondo me non giustificata, scelta di deroga simbolizza, è propria la nostra mancanza di capacità di creare simboli vivi e non asfittici e non convenzionali, di mobilitarci su qualcosa di comune, di coraggioso, di fantasioso (tutte cose, comunità, coraggio, fantasia che peraltro nei libri spesso si trovano).

È un simbolo sì, ma che simboleggia il contrario di quello che si vorrebbe.

Non dateci date, dateci scenari alternativi

Non è arrivato il momento di cambiare modo e sostanza nella comunicazione di quello che avviene e di quello che avverrà? Non chiedo date, non chiedo certezze, non chiedo slogan. Chiedo ipotesi, chiedo ventagli coerenti di eventi potenziali, anche alternativi, chiedo scenari.

Mi si consenta: non sono più così utili i punti quotidiani dell’assessore Gallera, che sembrano ormai una rubrica di Luca Sardella; non hanno più grande senso le conferenze stampa quotidiane ansiogene della protezione civile che sembrano la Messa del pomeriggio prefestivo in cui si somministrano dati non molto significativi (che possono essere comunicati ai giornalisti in altro modo, magari con una semplice nota quotidiana e un punto settimanale).

Tutto questo ha avuto una funzione importante, ma quello che ci serve ora è il passaggio a un livello diverso, quello dell’esposizione delle strategie, soprattutto rispetto a quella famosa fase di convivenza con il virus che si sta prospettando.

Gli italiani stanno facendo un esercizio di fiducia e pazienza – però non possono farlo “a debito”, devono essere trattati secondo verità – e forse c’è l’occasione storica di parlare di futuro (prossimo) a una nazione come la nostra, che si è sempre dedicata solo al più effimero presente.

Quello che ci serve, per essere resilienti – e non escludo che come quegli anni famosi furono chiamati gli anni della Resistenza, questi che stiamo per vivere potranno essere gli anni della Resilienza, peraltro virtù che non tutti i popoli europei hanno – , è sapere non quello che sarà (perché non lo sa nessuno), ma quello potrebbe essere.

Che può succedere se gli europei si accordano, per esempio, con i bond? E che cosa può succedere se non si accordano? Quali sarebbero le conseguenze di alcune scelte o di altre? Quanti piani abbiamo, A, B, C? Che cosa succede se la Cina non si riprende? Se gli Stati Uniti si fermano? Abbiamo scoperto che non produciamo mascherine: che cosa ci può servire nei prossimi mesi che non abbiamo? Come si torna nei posti di lavoro, dal punto di vista logistico e spaziale, se il virus non passa?

Non dico che il governo debba mettersi a fantasticare sul futuro. Dico che qualcuno, per conto del governo, deve farlo. E, poi, rapidamente, il governo, o chi per lui, deve spiegarci la pluralità e la diversità degli scenari.

Visto che vi piace la metafora della guerra – e chi sono io per dire che non va bene – direi che se dobbiamo vincere questa guerra di resilienza  – che rischiamo di perdere – non possiamo farla con le scarpe di cartone, ma dobbiamo essere avvertiti del ventaglio di possibilità. Dobbiamo essere messi subito in grado di capire che sacrifici dovremo fare (allo scenario minimo e allo scenario massimo), ci si deve dare il tempo di prepararci mentalmente, dobbiamo per esempio sapere se c’è la possibilità (non la certezza) che neppure a settembre i nostri figli andranno a scuola, che il telelavoro delle nostre aziende debba essere migliorato nel caso in cui l’emergenza durasse tutto l’anno o più, se in uno scenario o in un altro possiamo, noi come lavoratori, imprenditori, impiegati, professori, pensare addirittura di ricavarne opportunità, cambiamenti positivi, nuove proposte.

Non dubito che chi governa stia pensando al futuro. Chiedo che ne approfitti per renderci partecipi dei futuri possibili. Perché imparare a pensare i futuri possibili diventi un esercizio permanente anche per dopo.

Chiedo però che voglia farlo bene e sappia comunicarlo, essendo noi tutti adulti. Non bastano però gli epidemiologi e i tecnici dell’economia, ovviamente essenziali, per pensare i futuri prossimi. Però affiancate queste competenze a quelle di matematici, di architetti, di scrittori, di filosofi, di sceneggiatori di film, di storici, chessò a degli autori di Netflix, ad artisti, cioè alle competenze contemporanee, del nostro mondo, agli immaginatori di professione, cioè a quelli che conoscono lo sviluppo della realtà. Fatelo in fretta, però, e poi diteci cosa ci può aspettare, e tutti insieme cercheremo di andare pronti verso il meglio.

No, non è una guerra

Si dice “è una guerra”. L’ha detto Macron sei volte con la solennità del caso: “Siamo in guerra”. Lo ripetono i governatori regionali e i sindaci, anche nella versione del “resistere”, che nell’immaginario nazionale evoca il Piave e la lotta al nazifascismo, variante anche questa della guerra. Continuiamo a ridircelo sui social e sui giornali e anche i virologi: guerra, guerra, guerra…

Quella della guerra è una metafora potente ed efficace che funziona quasi sempre. Perché? Perché è capace di dirci che c’è un nemico, ci avverte che c’è un pericolo incombente, ci chiama all’azione, ci dà esempi di eroismo, ci dà una linea netta del fronte, ci connette alla storia nazionale.

La guerra poi è uno dei fondamenti estetici della storia europea, se posso esprimermi così. L’Europa comincia con l’Iliade, che è la storia di una guerra talmente bella, talmente eroica, talmente gratuita, da essere raccontata per tutte le generazioni fino alla fine dei tempi.

Però questa volta la metafora della guerra non funziona. Questa non è una guerra.

Non c’è un nemico esterno (c’è chi lo cercherà, ma è un’altra faccenda), non possiamo batterci come in una guerra, non ci dice contro chi agire, non ci spiega in che cosa consisterebbe la resistenza, dove starebbe il fronte, non è una faccenda di nazioni, ma di mondo, non difende frontiere.

Non solo non è una guerra, ma quello che è veramente – cioè un contagio, un’epidemia – è un’esperienza talmente potente che è a sua volta da sempre usata come metafora per altro: il vizio, il male, gli errori sono contagiosi, i cattivi esempi, le idee che non ci piacciono sono morbo, gli eretici erano pestiferi, per non parlare dei dissidenti politici, da mettere nella quarantena del campo di rieducazionoe o da estirpare come una malattia infettiva. O pensiamo a esperienze più comuni e banali, come la comunicazione virale, o i virus dei computer.

La metafora della guerra questa volta non funziona perché ci deresponsabilizza. Lascia pensare che al fronte ci siano solo i medici e gli infermieri che combattono contro il virus (che viene poi sempre personificato…. maledetto virus, sei malvagio, ma non ci batterai). Ci inquieta, ci spaventa, ma in fondo nessuno ci bombarda, nessuno ci spara addosso davvero, e allora tanto vale fare una corsetta (disclaimer: non ce l’ho con chi corre), o prenderci un caffettino (quando ancora si poteva), o tentare di andare a mangiare da mamma.

Intendiamoci, non mi sfugge il valore performativo delle metafore (nel mio piccolo c’ho anche scritto un libro, anni fa…), ma in questo caso specifico forse quella che va detta è proprio la letteralità del fenomeno, se dire epidemia ci pare poco. Si tratta cioè di una catastrofe sanitaria mondiale.

Tralasciando il fatto che anche “catastrofe” è una metafora, di cui però abbiamo perso memoria, introiettare l’idea della catastrofe sanitaria mondiale ci rende più chiaro che ogni comportamento individuale contribuisce all’allungamento o all’accorciamento del fenomeno, ci aiuta a capire che non c’è una linea del fronte, un orizzonte da cui spuntano i nemici, ma un arzigogolo di relazioni, di linee, di punti, che sono i terminali globali del contagio e che noi siamo uno di quei punti e siamo noi a tracciare linee e curve di trasmissione, ci aiuta a comprendere che non ci sono nemici esterni, ma neanche interni e che le armi sono le mascherine (e quelle ci vogliono) perché interrompono gli arabeschi, sono le mani pulite, è un po’ d’attenzione, ovviamente ospedali e formazione e ricerca. Non ci sono attacchi da parte di malvagi conquistatori, ma un po’ di applicazione e concentrazione a cosa facciamo, non c’è odio, ma cura e affetto per lo snodo che noi siamo e il fascio di relazioni che si snodano attorno a noi.

Solo alla fine di questa catastrofe sanitaria mondiale forse, purtroppo, dovremo ritirare fuori la metafora della guerra per far fronte a quel che succederà, o forse no, forse troveremo metafore più efficaci e capaci di aiutarci a mettere a punto soluzioni. Governare è anche trovare metafore che cambiano i processi in corso.