Informazioni su gianlucabriguglia

http://gas.ehess.fr/document.php?id=242

E se fosse davvero un complotto?

Devo dire la verità: dopo anni e anni di evocazioni di tesi complottarde, di poteri occulti, di paesi cattivi e avidi che tramano contro paesi buoni e ingenui, mi sono detto “E se fosse davvero un complotto?”. Sì, è un complotto.

In fondo fare affondare l’Italia conviene a tutti. Oggettivamente il nostro paese è un enorme problema dell’Unione Europea. Abbiamo un debito pubblico gigantesco, il 133% di quello che produciamo. Pensiamoci un attimo: se uno fosse obbligato con la pistola alla tempia a scommettere tutto quello che ha sul destino dell’Italia tra dieci anni, scommetterebbe sul fallimento dell’Italia o sul suo risanamento? Tu che leggi, scommetteresti la tua casa e i tuoi risparmi sul fatto che fra 10 anni l’Italia riuscirà a pagare gli stipendi, gli ospedali, i servizi, l’esercito? Scommetteresti sul fatto che non sarà superato a breve quel livello di interessi che serve per farsi prestare i soldi e superato il quale non si riesce più a restituire?

Eppure, potresti dire, tu che ancora non sei iniziato alla comprensione dei complotti, che negli ultimi anni c’è stato un piccolo spiraglio, non nel mettere a posto la situazione, cosa che nessuno vuole fare, compreso te che leggi e io che scrivo perché siamo troppo comodi, ma nel cercare di gestirla, di ritardare quel crack che nel 2011 sembrava a pochi mesi di distanza.

Certo, ma è proprio questo uno dei problemi. È qui che si manifesta la necessità del complotto.

L’Unione Europea sa che finché rimaniamo nell’euro e nell’Unione per noi è più difficile fallire e che se ci andiamo vicino abbiamo dei paracadute: abbiamo voce in capitolo, possiamo dialogare con la Banca Centrale (che ogni mese ci aiuta prestandoci soldi, contro il parere furioso dei tedeschi), possiamo rifiutarci di far passare il bilancio, possiamo influire su tutte le politiche (se solo ci concentrassimo su cose concrete e credibili), possiamo addirittura imporre, come abbiamo fatto, di prevedere dei fondi speciali per salvare stati in difficoltà.

E l’UE sa anche che è difficile che facciamo fallimento in tempi troppo brevi (che sarebbe ottima ragione per mandarci a quel paese), perché la nostra economia è piuttosto grande e ci dà margini di assorbimento di queste crisi e però sa anche che non ci risolleveremo mai, che il nostro fallimento sarà a lungo a bassa intensità.

Invece di aspettare il fallimento naturale, il corso delle cose, non sarebbe più utile per i paesi dell’Unione che non hanno minimamente il nostro problema se ce ne andassimo, se sparissimo dai tavoli, ci riprendessimo la nostra cara Lira con Giuseppe Verdi e chi s’è visto s’è visto?

Del resto, riflettiamo, se noi usciamo la Francia e soprattutto la Germania con i suoi paesi satelliti potrebbero approfittarne, potrebbero farsi la loro Europa a tutta velocità e sbarazzarsi finalmente della cugina latina e magari anche di altri.

Tu dirai, ma solo perché non hai capito il complotto, ma noi con la nostra Lira vendiamo più pomodori. Può darsi, ma se usciamo e svalutiamo, poniamo, del 20-30% la nostra moneta (e non decidiamo mica noi se è il 30% o il 50%, lo decide sempre il mercato), poi quello che viene da fuori penisola, compresi semilavorati, materie prime e tutto quello che c’è in un’economia ormai integrata, con che cosa lo compriamo? I debiti che abbiamo con che moneta li paghiamo, con una stabile o una che non si sa? I mutui di casa come li gestiamo?

E siamo poi sicuri che alla Germania e alla Francia non convenga avere un paese vicino come l’Italia con una moneta debole per poter comprare le nostre industrie migliori? Non i prodotti, le industrie. I francesi sono da sempre in agguato per comprarci il possibile. Sarebbero contenti di avere anche lo sconto e di integrare alla propria economia quel di più di creatività e di capacità che, diciamocelo, spesso abbiamo dimostrato.

No, no, l’Italia non può rimanere in Europa e non può rimanere nell’euro. Solo che non possono sbatterci fuori così, senza motivi.

E non sono i soli che sarebbero contenti. Pensiamo a Putin e ai cinesi. Il primo vuole da sempre sgretolare l’Unione Europea e non è che lui abbia problemi di moneta. Semplicemente non vuole avere un vicino forte alle sue porte. Se noi uscissimo sarebbe felicissimo di aiutarci, magari facendoci uno sconto sull’energia e secondo me Gazprom ci comprerebbe anche qualche squadra di calcio, perché no? Magari in cambio potrebbe cogestire, di qui a vent’anni, anche qualche porto italiano. Non sono sicurissimo che altri affari potremmo farne, con un paese che ha un potenziale industriale relativo. I cinesi poi non vedono l’ora di metter piede in Italia. Quello che lascia la Francia loro lo prendono senza problemi. Per non parlare dell’enorme piacere che avrebbe uno come Trump di parlare con noi faccia a faccia, ma senza tedeschi e francesi, senza 250 milioni di persone dietro a spalleggiarci.

Tutti sarebbero poi felicissimi di risolvere definitivamente il problemone dell’immigrazione. Come? Be’, se l’Italia esce dall’UE si chiudono anche le frontiere, no? I migranti continuerebbero ad arrivare in Italia e si fermerebbero lì,  e non potremmo certo fare battaglie europee per risolvere il problema. Già l’Austria e la Francia ora chiudono le frontiere, figuriamoci quando non staremo più agli stessi tavoli.

E poi, diciamocelo, a quel punto i neri ci servirebbero davvero, per essere competitivi con gli altri europei, certo sarà dura per i caporali scegliere tra neri e bianchi. Però una volta svincolati dall’Europa non avremmo più questi freni sul lavoro, sui diritti, sui salari, saremmo finalmente sovrani.

Diciamocela tutta: solo un cieco non vede che stanno complottando questo contro l’Italia. Ma come fare per realizzarlo e senza che i suoi mandanti, Francia, Germania, Russia, Cina, America, possano essere scoperti? Lo fanno fare agli italiani!

Basta che si trovi una maggioranza per fare un governo che chieda di non pagare i debiti, cioè che dica (perché questo è): “Non prestateci più soldi, perché noi non ve li restituiamo”. Già basterebbe questo ad accelerare il processo, perché qualcuno che ce li presta lo troviamo, ma per prestarceli vuole un po’ di interessi in più, altrimenti, dice, li presto alla Germania che mi dà meno ma me li dà (quella roba lì dello spread).

Però attenzione, anche così l’Italia potrebbe cavarsela, allora forse è meglio che questo fantomatico governo a un certo punto dica chiaro e tondo che si deve uscire dall’euro. Non dev’essere la Germania a chiederlo, devono proprio essere gli italiani, convinti di fare un dispetto ai tedeschi e ai francesi.

Anzi, ci scommetto, tedeschi e francesi si mostreranno molto comprensivi e chiederanno con forza al Fondo Monetario Internazionale di aiutarci e di prestarci soldi per poter trovare ogni anno i 400 miliardi di euro (non oso pensare a quanto siano in lire pentastellate) che ci servono per non chiudere baracca. Il Fondo Monetario le presterà con gioia, come fa sempre, solo che detterà le sue regole e le sue riforme e ci centellinerà il prestito in cambio forse della privatizzazione degli ospedali, del licenziamento di maestri e professori (che poi sono già troppi), magari della gestione del patrimonio storico (che male ci sarebbe, in fondo, se il Louvre gestisse anche il Colosseo e gli Uffizi?), e naturalmente del taglio delle pensioni e dell’aumento delle tasse.

E a quel punto all’Italia rimarrebbe il sovranismo, non certo la sovranità.

Se il  complotto per distruggere l’Italia c’è, per consegnarla ai poteri forti della finanza mondiale e all’influenza di potenze straniere di tutte le taglie non saprei immaginare niente di meglio che un governo Lega-5 Stelle con la linea politica emersa nei giorni scorsi.

Disclaimer e aggiunta per lettori troppo aggressivi e troppo letterali: ovviamente non credo che ci sia un complotto (anche se…), questo post è stato scritto prima della crisi istituzionale scoppiata ieri e soprattutto prima dell’idea folle di mettere in stato d’accusa del presidente, che ha rivelato il bonapartismo dei 5 Stelle (vedremo la Lega). Il post era un gioco ad imitare i complottisti, ma è evidente che il tempo degli scherzi è finito e che in gioco, complotti o non complotti, c’è il destino del paese.

 

 

 

Annunci

Ci vediamo a Lecce

Dopo un piacevole incontro, giovedi scorso, all’Università del Piemonte Orientale (Vercelli), invitato dal prof. Gianni Paganini, a parlare di alcune idee del mio libro Stato d’innocenza. Adamo, Eva e la filosofia politica medievale (Carocci), questo mercoledi, 3 maggio, sarò molto contento di essere all’Università di Lecce, sempre a parlare del libro, invitato dalla prof. Alessandra Beccarisi (dalle h 11 alle h 13, via Calasso 5).

Sempre mercoledi, alle h 16, avrò poi il piacere di parlare, con la moderazione di Ubaldo Villani-Lubelli, sempre all’Università di Lecce, al laboratorio “Comunicare la filosofia”, che è rivolto agli studenti, ma anche ai giornalisti (che possono acquisire i crediti di aggiornamento). Parleremo di comunicazione, cultura e altro. Qui i dettagli di questo secondo incontro della giornata.

Le Marie Curie dell’Unione Europea

Da questa settimana, e fino a settembre, sono di nuovo aperti i bandi europei per i postdoc Marie Skłodowska Curie dell’Unione Europea.

Chi fa ricerca in Europa – in tutti i settori – sa a cosa mi riferisco: si tratta di uno dei programmi di finanziamento più amati dai ricercatori europei, soprattutto nella fase di consolidamento del loro percorso, cioè quando si hanno buone idee e una buona capacità di strutturarle, ma non si ha ancora una carriera consolidata e dunque tutto può diventare più difficile.

Questo programma dell’Unione Europea è un programma di mobilità, cioè finanzia per due anni il singolo ricercatore (con ottimo stipendio rispetto agli standard e con un fondo aggiuntivo per le spese connesse alla ricerca, dall’organizzazione di convegni ai viaggi di lavoro, a materiali vari) che basa il proprio progetto in un’istituzione di un paese europeo diverso da quello in cui ha significativamente lavorato negli ultimi tre anni. Per intenderci, chi ha lavorato per più di un certo numero di mesi in Italia negli ultimi tre anni, dovrà basare il proprio progetto in un altro paese europeo.

Questo naturalmente implica un lavoro di presa di contatti, di una ricerca del luogo scientificamente più adeguato e della costruzione di un progetto che tenga conto degli interessi scientifici di chi ospita (è necessario accordarsi con un professore, che avrà la funzione di supervisore in caso di attribuzione del postdoc). E il progetto sarà giudicato dall’Unione Europea in base al suo valore complessivo, alla sua credibilità, al profilo del ricercatore, in relazione all’età, e alla coerenza del luogo scelto. Non capita sempre di essere liberi da cordate, condizionamenti, opinioni di baroni.

Dietro queste azioni di finanziamento c’è una grande idea di scambio, di rafforzamento dello spazio comune della ricerca, di integrazione nella diversità e anche di ampliamento di opportunità di lavoro nell’area europea. Posso anzi dire, come ex postdoc Marie Curie, che se non avessi avuto l’opportunità di entrare in Francia, anni fa, con questo progetto, difficilmente sarei poi diventato, a distanza di anni, professore in quel paese, perché è sempre difficile avere l’occasione di comprendere un sistema di ricerca e di istituzioni diverso dal proprio.

Uno dei punti interessanti è proprio questo: il programma è costruito anche per far capire altri sistemi di ricerca (e, a seconda delle discipline, anche metodi di lavoro, scuole locali, idee e orientamenti), perché le differenze nazionali sono a volte forti, ma permette anche di ampliare la rete delle proprie conoscenze, dei contatti tra centri di ricerca, tra dipartimenti, tra singoli ricercatori.

Alcune università italiane se ne sono accorte e stanno investendo su questi progetti. Ca’ Foscari a Venezia, per esempio, è da qualche anno l’università italiana che accoglie più postdoc Marie Curie dall’estero (noi a Strasburgo ci difendiamo piuttosto bene).

Spero che nessuno si offenda se dico che si tratta di un successo dell’Unione Europea  – che in vent’anni, con questo sistema, ha finanziato e fatto muovere circa centomila ricercatori -, il successo di un’idea semplice, sebbene molto complessa nella sua realizzazione, concepita da quell’Europa che va nella direzione giusta. Non è l’unica buona idea, anche se di questa, come di altre azioni concrete, utili, e anche con un alto valore simbolico, sembra che non si abbia mai tempo di parlare. Eppure sarebbe proprio su questo piano che la discussione sull’Europa potrebbe arricchirsi in modo concreto, fornendo all’opinione di tutti elementi più concreti di riflessione.

In ogni caso, se siete ricercatori, sappiate che la procedura è molto complicata e il progetto non è solo di ricerca, ma anche di training, di diffusione dei risultati e di tanti altri elementi di complessità; ma se siete ricercatori con delle idee e con un po’ di voglia di misurarsi con contesti nuovi (la stessa scrittura di un progetto di questo tipo lo è), secondo me vale la pena di prendere in considerazione questa possibilità.

Per esempio, se vi occupate di filosofia, potreste pensare a Strasburgo. Mi rendo conto: da qui in poi il post è piuttosto, come dire, orientato. Ma davvero, se vi occupate di alcuni settori che a noi quest’anno interessano particolarmente, noi stiamo proprio valutando a partire da questa settimana (e lo faremo ancora per un paio di mesi) i progetti che ci sentiamo di poter appoggiare. Le informazioni più importanti, comprese le aree filosofiche che ci interessano quest’anno, si trovano in questa pagina del nostro sito.

Prima di contattarci va però studiata la Guide for Applicants MSCA-IF del nuovo bando e vanno seguite bene le istruzioni che diamo nella pagina. Non risponderemo a email approssimative, a persone che non si sono date la pena di comprendere il dispositivo della competizione, non daremo informazioni che trovate da soli (perché non siamo tutor), anche se so che è difficile districarsi. Soprattutto valutate bene l’impegno richiesto, che non è poco. Ma ne vale certamente la pena.

Potete naturalmente condividire questa pagina, se pensate che sia utile a qualcuno, o diffondere il video qui sotto. Sì, sì, lo so, ognuno ha l’inglese che si merita e l’aspetto che l’insonnia da presenza di infanti gli aggrava, ma ricordo che anni fa fu proprio la segnalazione del bando Marie Curie, che non conoscevo, fatta da un amico, a permettermi di partecipare a questo progetto e a continuare a fare ricerca, spostandomi dall’Italia – via Germania – verso la Francia. Chissà che oggi un video su una bacheca possa aprire un pezzo di strada a qualcuno.

 

 

 

Il grande crack di Firenze

Di seguito l’articolo su libro di L. Tanzini, 1345. La bancarotta di Firenze. Una storia di banchieri, fallimenti e finanza, Salerno, Roma, apparso sul supplemento culturale del Sole 24 Ore 8 aprile 2018:

Non sarà certamente il primo grande crack della storia della finanza, ma le spettacolari bancarotte dei banchieri fiorentini e dello stesso comune di Firenze, negli anni ’40 del Trecento, marcarono profondamente l’immaginario dei contemporanei e condussero a un riordino di assetti e a soluzioni interessanti e creative.

È nel 1345 che la decisione di Edoardo III d’Inghilterra di annullare il debito che aveva contratto con i Bardi e i Peruzzi per finanziare una guerra fallimentare porta a conseguenze drammatiche. Già da qualche anno il modello finanziario di prestito ai sovrani sembrava essere entrato in una fase pericolosa, ma è con quella decisione inglese che rapidamente falliscono non solo le famiglie dei grandissimi prestatori, ma tutta la rete di finanziatori, di cui Bardi e Peruzzi sono i capifila e i garanti. Come in un effetto domino conseguente e inarrestabile, non solo le famiglie di mercanti-banchieri perdono l’enorme quantità di denaro investito, ma vengono anche accusati di malversazioni e sospesi o esclusi da mercati e reti europee. Insieme a loro tutta una filiera di piccoli investitori finanziari affonda in una crisi potenzialmente letale.

Ma non basta, perché questi eventi si intrecciano e potenziano un’altra crisi finanziaria, quella del Comune di Firenze, che nello stesso giro di mesi dichiara la propria impossibilità a pagare i prestiti concessi dai cittadini, cioè i propri titoli pubblici. O meglio, stabilisce che non potrà pagare il valore nominale dei titoli, ma si impegna a pagare un interesse annuo perpetuo del 5% calcolato su quel valore.

Lorenzo Tanzin, professore di storia medievale all’università di Cagliari, in un libro agile e godibile, parte da questi due eventi per ritracciare la storia di quella crisi di sistema e le soluzioni messe in opera per farvi fronte. Ne risulta anche un bello spaccato della società trecentesca fiorentina e toscana, delle sue dinamiche finanziarie e del suo respiro internazionale.

Il fallimento dei mercanti-banchieri, dei prestatori finanziari, è anche conseguenza di un gioco sottile e pericoloso, fatto di relazioni politiche internazionali ambigue, della ricerca del massimo profitto, di una struttura del prestito che di fatto non conosce la responsabilità limitata e a volte entra nell’area dell’azzardo. Il comune si trova a gestire queste procedure di fallimento tentando soluzioni condivise e durevoli, come la ristrutturazione concordata del debito, che però non sempre sembrano praticabili. Quando da ogni punto d’Europa compaiono creditori delle grandi compagnie o addirittura regnanti o istituzioni pubbliche estere, riuscire a gestire la crisi diventa difficile, ma è anche un impegno di ordine politico e strategico, perché la caduta della fiducia produrrebbe ripercussioni incalcolabili sulla tenuta stessa della città, provocando perdite di mercati e addirittura rappresaglie sui fiorentini all’estero.

Come se questa situazione non fosse bastata, lo stato delle finanze pubbliche della città si era già degradato negli anni che precedono il crack dei privati, e il debito pubblico fiorentino assume proporzioni insostenibili, tanto che il debito viene indicato contabilmente con un nome che ne rivela la massa e cioè “il Monte”. Due tipi di debito pubblico – ci mostra Tanzini con dovizia di dettagli e chiarendone agevolmente le caratteristiche tecniche – si accumulano. Da un lato abbiamo somme prestate in modo forzoso, come imposizioni che sono soggette però a una forma particolare di restituzione, cioè alla corresponsione di un interesse (ma non del capitale). Dall’altro lato abbiamo prestiti volontari, di breve termine, che costituiscono un vero e proprio mercato in cui la città negozia interessi e modi della restituzione. Il default di Firenze del 1345 dichiara, come abbiamo visto, la non restituzione dei crediti, ma li trasforma in una rendita del 5%. Comincia per il Comune una battaglia contabile, simbolica e politica per preservare la fiducia nella città di tutte le componenti del sistema. Un passo simbolico di grande importanza è la realizzazione dell’imponente registro pubblico di tutti i creditori del Comune: l’istituzione comunale non cancella la memoria del proprio debito, ma anzi la rende pubblica, come segno di una volontà di soluzioni. È l’autorità pubblica il tesoro comune, sembra voler dire quel registro, e la sua credibilità va difesa. A questa dichiarazione simbolica se ne aggiunge una molto tecnica e concreta: chi avesse tentato di abolire l’interesse annuo del 5% avrebbe dovuto pagare una multa di 2000 fiorini, metà della quale non al Comune, ma alla Camera apostolica, cioè al papa. In questo modo si vincolava la parola del Comune a un’autorità esterna, che tanto più è efficace quanto più avrebbe ben volentieri incassato le ammende (e ne avrebbe avute tutte le capacità e l’autorità).

Dunque calcolando la massa delle proprie entrate attraverso le tasse, non provocando panico tra creditori e investitori, avendo ristrutturato il debito, Firenze riteneva di poter gestire “il Monte” (e forse abbassarne un po’ la cima).

Furono allo stesso tempo escogitate alcune forme piuttosto “creative” di approvvigionamento al credito. I cittadini creditori del Comune erano infatti incoraggiati a prestare altro denaro in cambio dello scongelamento del valore nominale del loro credito pregresso. In pratica, chi avesse avuto un credito lo avrebbe avuto indietro integralmente – ciò che la legge del 1345 proibiva, avendolo trasformato in un interesse annuo -, se avesse prestato altro denaro (anche questo restituibile totalmente). Per dirla tutta, si era creato un mercato del debito: il valore nominale del proprio titolo poteva infatti essere venduto a terzi, che l’acquistava a prezzo enormemente ridotto garantendosi solo il pagamento dell’interesse. Ma ora poteva reinvestirlo nel Comune prestando altro denaro, ma riguadagnando tutto il credito nominale del titolo e dunque con un enorme profitto.

Insomma il sistema tiene, non solo quello pubblico, ma anche quello privato, perché i mercanti-banchieri avevano da tempo consolidato i loro prodotti e processi manifatturieri, le loro reti internazionali, dopo un primo sbandamento, si erano ricostituite e la loro capacità di raccogliere e investire denaro era di nuovo richiesta.

Neppure la grande peste, quella del 1348-’49, che pure è uno choc e riduce drammaticamente la popolazione, affonda il sistema, perché paradossalmente la diminuzione di manodopera fa aumentare i salari e innesca meccanismi produttivi e di consumo che assecondano, pur nel dramma come in una sorta di dopoguerra, la ripresa della città. Non sarà sempre così e l’equilibrio si romperà di nuovo, nel 1378, con la rivolta dei salariati esclusi da tutto, i Ciompi.

Salvini a Rosarno

La cittadina di Rosarno – non proprio urbanisticamente ridente, ma con almeno una bellissima Madonna nera, guarda il caso, venerata da secoli nella sua chiesa parrocchiale – è il luogo di rivelazione del dispositivo perfetto. Salvini, che ha preso lì il 13% dei voti, non molto di più della media dei paesi vicini della piana di Gioia Tauro, viene accolto con entusiasmo da una folla di suoi elettori rosarnesi — le stesse persone che solo poco tempo fa avrebbe qualificato con i peggiori epiteti razzisti -, li ringrazia dei tanti voti ricevuti (del resto è il loro senatore) e li assicura che il problema degli extracomunitari che vengono a lavorare per due euro sarà risolto, perché lavorare per due euro è schiavitù. Il che è vero. E com’è giusto li aiuteremo a casa loro. Solo che loro, i leghisti terroni, dovrebbero sapere che se i neri lavorano a due euro, qualcuno lì tra di loro (forse anche loro?) a poche centinaia di metri da dove parla Salvini, in campagna, li paga due euro. Gli sfruttatori di schiavi sono lì; e si fanno aiutare a casa propria. Intendiamoci, Rosarno è una terra di martiri (la piazza principale è dedicata a uno di loro) e di gente che lavora, di persone che hanno pensato che gli africani potessero salvare Rosarno, ma è anche una terra di caporali, di sfruttamento e di altro.

E dunque che senso ha parlare di schiavi a Rosarno, gettando tutto il peso sugli schiavi, che non sono lì a caso, e non mostrando una sola soluzione praticabile, di fatto garantendo che non ce ne saranno? Che cosa si capisce di tutto il discorso, e lo si capisce in modo perfetto proprio davanti alla platea rosarnese delle grandi occasioni? I leghisti terroni capiscono, e noi con loro, la stessa cosa che capiscono i leghisti del profondo Nord su tante cose: continuiamo a sfruttare indisturbati i nostri schiavi, siano essi terroni o neri, continuiamo a tenerli lì dove sono, che qualcuno continui a raccogliere le arance a due euro e che non chieda di più, com’è sempre stato; non muoviamoci, stiamo fermi, ai nostri figli pensiamo noi, i nostri figli li sistemiamo noi. Eccolo lì l’eterno dispositivo, il blocco sociale. Viva l’Italia, viva Salvini, che Salvini salvi la Calabria.

Così fiorirono le università

Domenica del Sole 24 Ore, 4 marzo 2018:

Si parla spesso del Medioevo come di un’epoca di tenebre e ignoranza; e ci sembra di capire che cosa si intenda. Ma la cosa è strana se pensiamo che proprio al Medioevo dobbiamo l’invenzione dell’università, cioè l’istituzione della produzione e della trasmissione del sapere per eccellenza. Certo, può forse disturbare qualcuno che tra le facoltà più importanti ci fossero quelle di filosofia e di teologia – di sicuro non fra le più in auge nei nostri anni -, ma che dire allora delle facoltà di diritto e di medicina, saldamente inquadrate nel sistema della conoscenza medievale (e già allora potenzialmente molto lucrative), indispensabili per esercitare alcune delle professioni più importanti dell’epoca?

Naturalmente passerà ancora molto tempo prima che un Danton possa dire, programmaticamente, che “dopo il pane, l’istruzione è il primo bisogno di un popolo”; e tuttavia l’epoca medievale ebbe un’attenzione specifica all’istruzione e una pluralità di modelli di insegnamento e di ricerca che, appunto, culminarono con la nascita delle università.

Su questa pluralità di istituzioni, non sempre coeve vista l’ampiezza del periodo trattato, ma anche sulla diversità di contesto, di approcci culturali, di programmi, di gerarchia di discipline e di tecniche d’apprendimento si concentra il libro La scuola nel Medioevo (Carocci, Roma) del medievista Paolo Rosso.

Il volume prende le mosse dal disfacimento della cultura scolastica classica e pagana, mostrando però le permanenze di alcuni suoi valori guida e tutte le sue mutazioni nel contesto cristiano, fino al grande rilancio educativo dell’età carolingia, per iniziativa di Carlo Magno e Alcuino di York, e termina il suo percorso alle soglie dell’umanesimo.

L’utilissima storia raccontata da Paolo Rosso, con stile sintetico e informativo, è dunque anche una storia sul rapporto tra le istituzioni e le forme del sapere. Il monastero e il pensiero monastico sono un buon esempio. Se è vero che “claustrum sine armario quasi castrum sine armamentario” (un chiostro senza biblioteca e come una fortezza senza arsenale), come dichiarava un adagio monastico del XII secolo, è allora interessante cogliere il legame tra le istituzioni monastiche e lo studio. Si poteva imparare a leggere cominciando a memorizzare le lettere dell’alfabeto latino, anche trattenendone un senso simbolico, poi le sillabe e le parole. La lettura successiva si esercitava in modo continuo sul Salterio, cioè il libro dei salmi. In questo modo apprendimento e meditazione risultavano uniti nello stesso processo di perfezionamento personale, che favoriva la memorizzazione, ma anche la meditazione e quella sorta di riflessione muscolare che veniva chiamata “ruminazione”, cioè il tenere in bocca la parola e quasi gustarla, e che si potenziava con il canto liturgico. Non si può forse neppure capire del tutto l’opera di un autore capitale come Anselmo d’Aosta se non si tiene conto di questo retroterra istituzionale e cognitivo.

La domanda di istruzione e la necessità di formare persone in grado di assumere responsabilità nelle amministrazioni, ecclesiastiche ma non solo, porta anche alla nascita di scuole cattedrali, che legate al vescovo sono scuole di ambiente urbano e cittadino. Il programma di studi del quadrivio (aritmetica, geometria, astronomia, musica) e del trivio (grammatica, retorica, dialettica) fornisce allora “sette vie” di accesso al sapere, aumentando anche la domanda di testi, di manuali, di materiali vari. La figura del maestro o dei maestri diventa sempre più forte. Molti di loro assumono cariche importanti, come quella di abate, e scalano le gerarchie ecclesiastiche. Ed è proprio per consentire di seguire i prestigiosi insegnamenti di maestri famosi che nell’ambiente urbano dell’XI secolo nascono anche altre scuole di vario orientamento e la figura dello studente si trasforma e diventa itinerante. Basterebbe citare il caso del famoso Giovanni di Salisbury, che dall’Inghilterra si sposta a Parigi e Chartres, per studiare con i maestri più famosi, e poi diventa segretario dell’arcivescovo di Canterbury e finisce la propria carriera come vescovo, ancora a Chartres. Ma è appunto l’università l’istituzione che contribuisce di più al decollo scientifico e culturale dell’Europa medievale. Essa nasceva dall’accordo corporativo tra studenti e professori, che si legavano all’interesse reciproco della formazione – indispensabile per raggiungere i vertici di certe professioni o per raggiungere posizioni di medio e alto livello nelle amministrazioni civili ed ecclesiastiche -, e che unendosi difendevano meglio i propri diritti, per esempio certe esenzioni, di fronte ad altri poteri e anzi trovavano riconoscimento dalle massime autorità.

Non solo ormai il modo di studiare i testi tipico delle scuole abbaziali non sembra più essere adeguato alle nuove esigenze di istruzione superiore, ma cambia anche la composizione sociale degli studenti. Anche lo schema del trivio e del quadrivio, che aveva dato ordine alla ricerca, risulta insufficiente e incapace di contenere tutte le tendenze scientifiche ed educative dal XII-XIII secolo. Il metodo della quaestio, con l’analisi dei pro e dei contra e la soluzione del maestro, e la disputatio, che rende il sapere un dialogo in competizione tra diversi punti di vista, uniti alle nuove definizioni disciplinari e al profondo ripensamento di che cosa sia da ritenersi “scientia”, sono tra gli strumenti più noti di questo nuovo sapere. I cambiamenti sociali, economici e culturali del XIII secolo sono ormai talmente profondi e talmente legati alla cultura, alla parola pubblica, alla capacità di agire e riflettere, al valore della ricerca intellettuale che l’Europa non più pensarsi senza scuole e senza università.