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Le Marie Curie dell’Unione Europea

Da questa settimana, e fino a settembre, sono di nuovo aperti i bandi europei per i postdoc Marie Skłodowska Curie dell’Unione Europea.

Chi fa ricerca in Europa – in tutti i settori – sa a cosa mi riferisco: si tratta di uno dei programmi di finanziamento più amati dai ricercatori europei, soprattutto nella fase di consolidamento del loro percorso, cioè quando si hanno buone idee e una buona capacità di strutturarle, ma non si ha ancora una carriera consolidata e dunque tutto può diventare più difficile.

Questo programma dell’Unione Europea è un programma di mobilità, cioè finanzia per due anni il singolo ricercatore (con ottimo stipendio rispetto agli standard e con un fondo aggiuntivo per le spese connesse alla ricerca, dall’organizzazione di convegni ai viaggi di lavoro, a materiali vari) che basa il proprio progetto in un’istituzione di un paese europeo diverso da quello in cui ha significativamente lavorato negli ultimi tre anni. Per intenderci, chi ha lavorato per più di un certo numero di mesi in Italia negli ultimi tre anni, dovrà basare il proprio progetto in un altro paese europeo.

Questo naturalmente implica un lavoro di presa di contatti, di una ricerca del luogo scientificamente più adeguato e della costruzione di un progetto che tenga conto degli interessi scientifici di chi ospita (è necessario accordarsi con un professore, che avrà la funzione di supervisore in caso di attribuzione del postdoc). E il progetto sarà giudicato dall’Unione Europea in base al suo valore complessivo, alla sua credibilità, al profilo del ricercatore, in relazione all’età, e alla coerenza del luogo scelto. Non capita sempre di essere liberi da cordate, condizionamenti, opinioni di baroni.

Dietro queste azioni di finanziamento c’è una grande idea di scambio, di rafforzamento dello spazio comune della ricerca, di integrazione nella diversità e anche di ampliamento di opportunità di lavoro nell’area europea. Posso anzi dire, come ex postdoc Marie Curie, che se non avessi avuto l’opportunità di entrare in Francia, anni fa, con questo progetto, difficilmente sarei poi diventato, a distanza di anni, professore in quel paese, perché è sempre difficile avere l’occasione di comprendere un sistema di ricerca e di istituzioni diverso dal proprio.

Uno dei punti interessanti è proprio questo: il programma è costruito anche per far capire altri sistemi di ricerca (e, a seconda delle discipline, anche metodi di lavoro, scuole locali, idee e orientamenti), perché le differenze nazionali sono a volte forti, ma permette anche di ampliare la rete delle proprie conoscenze, dei contatti tra centri di ricerca, tra dipartimenti, tra singoli ricercatori.

Alcune università italiane se ne sono accorte e stanno investendo su questi progetti. Ca’ Foscari a Venezia, per esempio, è da qualche anno l’università italiana che accoglie più postdoc Marie Curie dall’estero (noi a Strasburgo ci difendiamo piuttosto bene).

Spero che nessuno si offenda se dico che si tratta di un successo dell’Unione Europea  – che in vent’anni, con questo sistema, ha finanziato e fatto muovere circa centomila ricercatori -, il successo di un’idea semplice, sebbene molto complessa nella sua realizzazione, concepita da quell’Europa che va nella direzione giusta. Non è l’unica buona idea, anche se di questa, come di altre azioni concrete, utili, e anche con un alto valore simbolico, sembra che non si abbia mai tempo di parlare. Eppure sarebbe proprio su questo piano che la discussione sull’Europa potrebbe arricchirsi in modo concreto, fornendo all’opinione di tutti elementi più concreti di riflessione.

In ogni caso, se siete ricercatori, sappiate che la procedura è molto complicata e il progetto non è solo di ricerca, ma anche di training, di diffusione dei risultati e di tanti altri elementi di complessità; ma se siete ricercatori con delle idee e con un po’ di voglia di misurarsi con contesti nuovi (la stessa scrittura di un progetto di questo tipo lo è), secondo me vale la pena di prendere in considerazione questa possibilità.

Per esempio, se vi occupate di filosofia, potreste pensare a Strasburgo. Mi rendo conto: da qui in poi il post è piuttosto, come dire, orientato. Ma davvero, se vi occupate di alcuni settori che a noi quest’anno interessano particolarmente, noi stiamo proprio valutando a partire da questa settimana (e lo faremo ancora per un paio di mesi) i progetti che ci sentiamo di poter appoggiare. Le informazioni più importanti, comprese le aree filosofiche che ci interessano quest’anno, si trovano in questa pagina del nostro sito.

Prima di contattarci va però studiata la Guide for Applicants MSCA-IF del nuovo bando e vanno seguite bene le istruzioni che diamo nella pagina. Non risponderemo a email approssimative, a persone che non si sono date la pena di comprendere il dispositivo della competizione, non daremo informazioni che trovate da soli (perché non siamo tutor), anche se so che è difficile districarsi. Soprattutto valutate bene l’impegno richiesto, che non è poco. Ma ne vale certamente la pena.

Potete naturalmente condividire questa pagina, se pensate che sia utile a qualcuno, o diffondere il video qui sotto. Sì, sì, lo so, ognuno ha l’inglese che si merita e l’aspetto che l’insonnia da presenza di infanti gli aggrava, ma ricordo che anni fa fu proprio la segnalazione del bando Marie Curie, che non conoscevo, fatta da un amico, a permettermi di partecipare a questo progetto e a continuare a fare ricerca, spostandomi dall’Italia – via Germania – verso la Francia. Chissà che oggi un video su una bacheca possa aprire un pezzo di strada a qualcuno.

 

 

 

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Il grande crack di Firenze

Di seguito l’articolo su libro di L. Tanzini, 1345. La bancarotta di Firenze. Una storia di banchieri, fallimenti e finanza, Salerno, Roma, apparso sul supplemento culturale del Sole 24 Ore 8 aprile 2018:

Non sarà certamente il primo grande crack della storia della finanza, ma le spettacolari bancarotte dei banchieri fiorentini e dello stesso comune di Firenze, negli anni ’40 del Trecento, marcarono profondamente l’immaginario dei contemporanei e condussero a un riordino di assetti e a soluzioni interessanti e creative.

È nel 1345 che la decisione di Edoardo III d’Inghilterra di annullare il debito che aveva contratto con i Bardi e i Peruzzi per finanziare una guerra fallimentare porta a conseguenze drammatiche. Già da qualche anno il modello finanziario di prestito ai sovrani sembrava essere entrato in una fase pericolosa, ma è con quella decisione inglese che rapidamente falliscono non solo le famiglie dei grandissimi prestatori, ma tutta la rete di finanziatori, di cui Bardi e Peruzzi sono i capifila e i garanti. Come in un effetto domino conseguente e inarrestabile, non solo le famiglie di mercanti-banchieri perdono l’enorme quantità di denaro investito, ma vengono anche accusati di malversazioni e sospesi o esclusi da mercati e reti europee. Insieme a loro tutta una filiera di piccoli investitori finanziari affonda in una crisi potenzialmente letale.

Ma non basta, perché questi eventi si intrecciano e potenziano un’altra crisi finanziaria, quella del Comune di Firenze, che nello stesso giro di mesi dichiara la propria impossibilità a pagare i prestiti concessi dai cittadini, cioè i propri titoli pubblici. O meglio, stabilisce che non potrà pagare il valore nominale dei titoli, ma si impegna a pagare un interesse annuo perpetuo del 5% calcolato su quel valore.

Lorenzo Tanzin, professore di storia medievale all’università di Cagliari, in un libro agile e godibile, parte da questi due eventi per ritracciare la storia di quella crisi di sistema e le soluzioni messe in opera per farvi fronte. Ne risulta anche un bello spaccato della società trecentesca fiorentina e toscana, delle sue dinamiche finanziarie e del suo respiro internazionale.

Il fallimento dei mercanti-banchieri, dei prestatori finanziari, è anche conseguenza di un gioco sottile e pericoloso, fatto di relazioni politiche internazionali ambigue, della ricerca del massimo profitto, di una struttura del prestito che di fatto non conosce la responsabilità limitata e a volte entra nell’area dell’azzardo. Il comune si trova a gestire queste procedure di fallimento tentando soluzioni condivise e durevoli, come la ristrutturazione concordata del debito, che però non sempre sembrano praticabili. Quando da ogni punto d’Europa compaiono creditori delle grandi compagnie o addirittura regnanti o istituzioni pubbliche estere, riuscire a gestire la crisi diventa difficile, ma è anche un impegno di ordine politico e strategico, perché la caduta della fiducia produrrebbe ripercussioni incalcolabili sulla tenuta stessa della città, provocando perdite di mercati e addirittura rappresaglie sui fiorentini all’estero.

Come se questa situazione non fosse bastata, lo stato delle finanze pubbliche della città si era già degradato negli anni che precedono il crack dei privati, e il debito pubblico fiorentino assume proporzioni insostenibili, tanto che il debito viene indicato contabilmente con un nome che ne rivela la massa e cioè “il Monte”. Due tipi di debito pubblico – ci mostra Tanzini con dovizia di dettagli e chiarendone agevolmente le caratteristiche tecniche – si accumulano. Da un lato abbiamo somme prestate in modo forzoso, come imposizioni che sono soggette però a una forma particolare di restituzione, cioè alla corresponsione di un interesse (ma non del capitale). Dall’altro lato abbiamo prestiti volontari, di breve termine, che costituiscono un vero e proprio mercato in cui la città negozia interessi e modi della restituzione. Il default di Firenze del 1345 dichiara, come abbiamo visto, la non restituzione dei crediti, ma li trasforma in una rendita del 5%. Comincia per il Comune una battaglia contabile, simbolica e politica per preservare la fiducia nella città di tutte le componenti del sistema. Un passo simbolico di grande importanza è la realizzazione dell’imponente registro pubblico di tutti i creditori del Comune: l’istituzione comunale non cancella la memoria del proprio debito, ma anzi la rende pubblica, come segno di una volontà di soluzioni. È l’autorità pubblica il tesoro comune, sembra voler dire quel registro, e la sua credibilità va difesa. A questa dichiarazione simbolica se ne aggiunge una molto tecnica e concreta: chi avesse tentato di abolire l’interesse annuo del 5% avrebbe dovuto pagare una multa di 2000 fiorini, metà della quale non al Comune, ma alla Camera apostolica, cioè al papa. In questo modo si vincolava la parola del Comune a un’autorità esterna, che tanto più è efficace quanto più avrebbe ben volentieri incassato le ammende (e ne avrebbe avute tutte le capacità e l’autorità).

Dunque calcolando la massa delle proprie entrate attraverso le tasse, non provocando panico tra creditori e investitori, avendo ristrutturato il debito, Firenze riteneva di poter gestire “il Monte” (e forse abbassarne un po’ la cima).

Furono allo stesso tempo escogitate alcune forme piuttosto “creative” di approvvigionamento al credito. I cittadini creditori del Comune erano infatti incoraggiati a prestare altro denaro in cambio dello scongelamento del valore nominale del loro credito pregresso. In pratica, chi avesse avuto un credito lo avrebbe avuto indietro integralmente – ciò che la legge del 1345 proibiva, avendolo trasformato in un interesse annuo -, se avesse prestato altro denaro (anche questo restituibile totalmente). Per dirla tutta, si era creato un mercato del debito: il valore nominale del proprio titolo poteva infatti essere venduto a terzi, che l’acquistava a prezzo enormemente ridotto garantendosi solo il pagamento dell’interesse. Ma ora poteva reinvestirlo nel Comune prestando altro denaro, ma riguadagnando tutto il credito nominale del titolo e dunque con un enorme profitto.

Insomma il sistema tiene, non solo quello pubblico, ma anche quello privato, perché i mercanti-banchieri avevano da tempo consolidato i loro prodotti e processi manifatturieri, le loro reti internazionali, dopo un primo sbandamento, si erano ricostituite e la loro capacità di raccogliere e investire denaro era di nuovo richiesta.

Neppure la grande peste, quella del 1348-’49, che pure è uno choc e riduce drammaticamente la popolazione, affonda il sistema, perché paradossalmente la diminuzione di manodopera fa aumentare i salari e innesca meccanismi produttivi e di consumo che assecondano, pur nel dramma come in una sorta di dopoguerra, la ripresa della città. Non sarà sempre così e l’equilibrio si romperà di nuovo, nel 1378, con la rivolta dei salariati esclusi da tutto, i Ciompi.

Salvini a Rosarno

La cittadina di Rosarno – non proprio urbanisticamente ridente, ma con almeno una bellissima Madonna nera, guarda il caso, venerata da secoli nella sua chiesa parrocchiale – è il luogo di rivelazione del dispositivo perfetto. Salvini, che ha preso lì il 13% dei voti, non molto di più della media dei paesi vicini della piana di Gioia Tauro, viene accolto con entusiasmo da una folla di suoi elettori rosarnesi — le stesse persone che solo poco tempo fa avrebbe qualificato con i peggiori epiteti razzisti -, li ringrazia dei tanti voti ricevuti (del resto è il loro senatore) e li assicura che il problema degli extracomunitari che vengono a lavorare per due euro sarà risolto, perché lavorare per due euro è schiavitù. Il che è vero. E com’è giusto li aiuteremo a casa loro. Solo che loro, i leghisti terroni, dovrebbero sapere che se i neri lavorano a due euro, qualcuno lì tra di loro (forse anche loro?) a poche centinaia di metri da dove parla Salvini, in campagna, li paga due euro. Gli sfruttatori di schiavi sono lì; e si fanno aiutare a casa propria. Intendiamoci, Rosarno è una terra di martiri (la piazza principale è dedicata a uno di loro) e di gente che lavora, di persone che hanno pensato che gli africani potessero salvare Rosarno, ma è anche una terra di caporali, di sfruttamento e di altro.

E dunque che senso ha parlare di schiavi a Rosarno, gettando tutto il peso sugli schiavi, che non sono lì a caso, e non mostrando una sola soluzione praticabile, di fatto garantendo che non ce ne saranno? Che cosa si capisce di tutto il discorso, e lo si capisce in modo perfetto proprio davanti alla platea rosarnese delle grandi occasioni? I leghisti terroni capiscono, e noi con loro, la stessa cosa che capiscono i leghisti del profondo Nord su tante cose: continuiamo a sfruttare indisturbati i nostri schiavi, siano essi terroni o neri, continuiamo a tenerli lì dove sono, che qualcuno continui a raccogliere le arance a due euro e che non chieda di più, com’è sempre stato; non muoviamoci, stiamo fermi, ai nostri figli pensiamo noi, i nostri figli li sistemiamo noi. Eccolo lì l’eterno dispositivo, il blocco sociale. Viva l’Italia, viva Salvini, che Salvini salvi la Calabria.

Così fiorirono le università

Domenica del Sole 24 Ore, 4 marzo 2018:

Si parla spesso del Medioevo come di un’epoca di tenebre e ignoranza; e ci sembra di capire che cosa si intenda. Ma la cosa è strana se pensiamo che proprio al Medioevo dobbiamo l’invenzione dell’università, cioè l’istituzione della produzione e della trasmissione del sapere per eccellenza. Certo, può forse disturbare qualcuno che tra le facoltà più importanti ci fossero quelle di filosofia e di teologia – di sicuro non fra le più in auge nei nostri anni -, ma che dire allora delle facoltà di diritto e di medicina, saldamente inquadrate nel sistema della conoscenza medievale (e già allora potenzialmente molto lucrative), indispensabili per esercitare alcune delle professioni più importanti dell’epoca?

Naturalmente passerà ancora molto tempo prima che un Danton possa dire, programmaticamente, che “dopo il pane, l’istruzione è il primo bisogno di un popolo”; e tuttavia l’epoca medievale ebbe un’attenzione specifica all’istruzione e una pluralità di modelli di insegnamento e di ricerca che, appunto, culminarono con la nascita delle università.

Su questa pluralità di istituzioni, non sempre coeve vista l’ampiezza del periodo trattato, ma anche sulla diversità di contesto, di approcci culturali, di programmi, di gerarchia di discipline e di tecniche d’apprendimento si concentra il libro La scuola nel Medioevo (Carocci, Roma) del medievista Paolo Rosso.

Il volume prende le mosse dal disfacimento della cultura scolastica classica e pagana, mostrando però le permanenze di alcuni suoi valori guida e tutte le sue mutazioni nel contesto cristiano, fino al grande rilancio educativo dell’età carolingia, per iniziativa di Carlo Magno e Alcuino di York, e termina il suo percorso alle soglie dell’umanesimo.

L’utilissima storia raccontata da Paolo Rosso, con stile sintetico e informativo, è dunque anche una storia sul rapporto tra le istituzioni e le forme del sapere. Il monastero e il pensiero monastico sono un buon esempio. Se è vero che “claustrum sine armario quasi castrum sine armamentario” (un chiostro senza biblioteca e come una fortezza senza arsenale), come dichiarava un adagio monastico del XII secolo, è allora interessante cogliere il legame tra le istituzioni monastiche e lo studio. Si poteva imparare a leggere cominciando a memorizzare le lettere dell’alfabeto latino, anche trattenendone un senso simbolico, poi le sillabe e le parole. La lettura successiva si esercitava in modo continuo sul Salterio, cioè il libro dei salmi. In questo modo apprendimento e meditazione risultavano uniti nello stesso processo di perfezionamento personale, che favoriva la memorizzazione, ma anche la meditazione e quella sorta di riflessione muscolare che veniva chiamata “ruminazione”, cioè il tenere in bocca la parola e quasi gustarla, e che si potenziava con il canto liturgico. Non si può forse neppure capire del tutto l’opera di un autore capitale come Anselmo d’Aosta se non si tiene conto di questo retroterra istituzionale e cognitivo.

La domanda di istruzione e la necessità di formare persone in grado di assumere responsabilità nelle amministrazioni, ecclesiastiche ma non solo, porta anche alla nascita di scuole cattedrali, che legate al vescovo sono scuole di ambiente urbano e cittadino. Il programma di studi del quadrivio (aritmetica, geometria, astronomia, musica) e del trivio (grammatica, retorica, dialettica) fornisce allora “sette vie” di accesso al sapere, aumentando anche la domanda di testi, di manuali, di materiali vari. La figura del maestro o dei maestri diventa sempre più forte. Molti di loro assumono cariche importanti, come quella di abate, e scalano le gerarchie ecclesiastiche. Ed è proprio per consentire di seguire i prestigiosi insegnamenti di maestri famosi che nell’ambiente urbano dell’XI secolo nascono anche altre scuole di vario orientamento e la figura dello studente si trasforma e diventa itinerante. Basterebbe citare il caso del famoso Giovanni di Salisbury, che dall’Inghilterra si sposta a Parigi e Chartres, per studiare con i maestri più famosi, e poi diventa segretario dell’arcivescovo di Canterbury e finisce la propria carriera come vescovo, ancora a Chartres. Ma è appunto l’università l’istituzione che contribuisce di più al decollo scientifico e culturale dell’Europa medievale. Essa nasceva dall’accordo corporativo tra studenti e professori, che si legavano all’interesse reciproco della formazione – indispensabile per raggiungere i vertici di certe professioni o per raggiungere posizioni di medio e alto livello nelle amministrazioni civili ed ecclesiastiche -, e che unendosi difendevano meglio i propri diritti, per esempio certe esenzioni, di fronte ad altri poteri e anzi trovavano riconoscimento dalle massime autorità.

Non solo ormai il modo di studiare i testi tipico delle scuole abbaziali non sembra più essere adeguato alle nuove esigenze di istruzione superiore, ma cambia anche la composizione sociale degli studenti. Anche lo schema del trivio e del quadrivio, che aveva dato ordine alla ricerca, risulta insufficiente e incapace di contenere tutte le tendenze scientifiche ed educative dal XII-XIII secolo. Il metodo della quaestio, con l’analisi dei pro e dei contra e la soluzione del maestro, e la disputatio, che rende il sapere un dialogo in competizione tra diversi punti di vista, uniti alle nuove definizioni disciplinari e al profondo ripensamento di che cosa sia da ritenersi “scientia”, sono tra gli strumenti più noti di questo nuovo sapere. I cambiamenti sociali, economici e culturali del XIII secolo sono ormai talmente profondi e talmente legati alla cultura, alla parola pubblica, alla capacità di agire e riflettere, al valore della ricerca intellettuale che l’Europa non più pensarsi senza scuole e senza università.

EU Marie Curie Fellowships in Strasbourg (France)

(English version below)

Pensiero medievale (o rinascimentale) a Strasburgo.

Tra poco riapriranno i bandi Marie Skłodowska-Curie Fellowship dell’Unione Europea (per esempio gli Individual Fellowship – IF). Si tratta di un fellowship particolarmente importante e strategico (24 mesi), con ottimo stipendio e fondi di ricerca.

Lo so per esperienza, perché lo vinsi anni fa e fu un’esperienza di ricerca e umana decisiva. Adesso a mia volta ho il piacere di ospitare dei Marie Curie Fellows, all’Università di Strasburgo, che è un luogo estremamente propizio per la ricerca.

Per questo invito chi avesse voglia di lavorare a un proprio progetto di ricerca nel campo del pensiero medievale (o rinascimentale) – un progetto innovativo, importante, fattibile, quello che chiamano un progetto “outstanding” –  a valutare una candidatura per una Marie Curie Fellowship dell’Unione Europea qui a Strasburgo, con la mia supervisione e quindi a contattarmi ( briguglia@unistra.fr ).

Una descrizione sommaria dei MCF si trova qui, in attesa del bando imminente https://ec.europa.eu/research/mariecurieactions/how-to/apply_en e http://ec.europa.eu/research/mariecurieactions/ ed è il caso di darci un’occhiata, prima di scrivermi.

Per candidarsi in Francia è necessario non aver lavorato qui negli ultimi 3 anni per più di 12 mesi, il resto dipende solo dall’importanza del progetto, dalla voglia di fare ricerca (e un po’ anche dalla nostra esperienza europea).

I nostri uffici aiuteranno poi i candidati a migliorare il progetto da tutti i molteplici punti di vista per rendere la candidatura ancora più competitiva.

Medieval and Renaissance Thought in Strasbourg

In a few weeks, the Marie Sklodowska Curie Programme of the European Union (for instance the Individual Fellowships) will open the new calls for 2017. This fellowship programme represents an excellent and strategic career opportunity for researchers, up to 24 months for funded project.

I speak from my own experience: ten years ago I obtained a Marie Curie fellowship and I can say that it was a decisive experience, both for my career, and my personal life.

In my turn, now I’m glad to host Marie Curie Fellows at the University of Strasbourg, an excellent working environment for researchers.

I would like to invite anyone interested in working on individual research projects on medieval or renaissance thought to contact me (briguglia@unistra.fr).

I encourage you to apply for this important grant and I’ll be happy to consider innovative, ambitious, and outstanding projects to be based at the University of Strasbourg with my supervision.

The forthcoming 2017 call is expected for April 12, 2018: meanwhile, take a look at the Marie Curie Actions website: https://ec.europa.eu/research/mariecurieactions/how-to/apply_en and http://ec.europa.eu/research/mariecurieactions/

In order to apply for a MSC in France the researcher must not have resided or carried out his/her main activity here in France for more than 12 months in the 3 years immediately before the call deadline. However, the success of the application depends on the scientific quality of the project and the candidate’s determination to pursue a top level research career.

Our experience in European Funds and EU Programs is also a valuable resource: our university offices will follow the preparation of the application, providing infos, relevant materials and a pre-screening service in order to improve the competitiveness of the application.

Ma ha senso dare un senso?

Domenica del Sole 24 ore, 11 febbraio 2018.

A giudicare dalla presenza costante negli scaffali delle librerie, italiane e non solo, di titoli, pamphlet, manifesti su che cosa sia la filosofia, su quale sia la sua utilità e la sua funzione sociale e personale, sorge un dubbio legittimo, cioè che questo continuo indagare e porre la domanda nasconda ed esorcizzi un’inquietudine sottile: forse la filosofia non serve a nulla.

Certo, anche Aristotele aveva detto e assunto come rivendicazione che la filosofia per essere attività libera e indagine conoscitiva autentica dev’essere svincolata da quel tipo di utilità che hanno le altre scienze. Ma lì non si trattava né di un dubbio, né di un’inquietudine, bensì del momento costitutivo di un sapere nuovo, con caratteristiche speciali e imparentato con la meraviglia e lo sbigottimento.

I nostri pamphlet invece da un lato cercano di fronteggiare un’insofferenza strisciante per la filosofia, dall’altro mostrano una nostalgia per tempi in cui l’attività filosofica aveva un riconoscimento nella percezione sociale dei saperi, ammesso che questi tempi siano mai esistiti. Per un altro verso ancora, forse quello più interessante, nutrono l’esigenza di una filosofia capace di porre problemi e di scoprire vie da percorrere. La spericolatezza del compito è evidente, soprattutto quando si pensi che la complessità dei discorsi e delle pratiche filosofiche sembra impedire anche solo l’uso della parola “filosofia” al singolare.

E non è raro sentire (o leggere) filosofi analitici che accusano storici della filosofia di essere tutto tranne che filosofi, ricambiati dalla presa in giro di alcuni loro colleghi storici per l’ignorante semplicità delle conclusioni analitiche, o filosofi della scienza indignarsi per l’oscura inconcludenza di brocche che continuano a broccheggiare, ripagati dalla considerazione di filosofi continentali che la scienza la fanno gli scienziati, che dei filosofi della scienza poco si curano. Tra competizione nei dipartimenti, spartizioni di torte ben poco appetitose, voglia di legittimarsi nell’opinione pubblica, a volte l’impressione è quella dei capponi di Renzo.

Non cade in queste trappole Rossella Fabbrichesi, professoressa di Ermeneutica alla Statale di Milano, che scrive un libro utile e godibile sull’attività filosofica. Già il titolo del libro – Cosa si fa quando si fa filosofia? – ci fornisce le tracce della via percorsa: non si tratta di dare definizioni, di delimitare l’essenza di questa o quella filosofia, di perimetrare formalmente l’estensione di una disciplina, ma di interrogarsi sull’attività filosofica, sull’agire della filosofia, sulla sua prassi (secondo l’approccio di scuola dell’autrice, riconoscibile ma inclusivo). Anche i titoli di ogni capitolo, introdotti come sono da verbi all’infinito, non rimandano a cose, ma ad azioni (Dominare l’orrore, Sperimentare, Praticare il reale, Educare all’amore per il sapere…).

Fabbrichesi accompagna la propria riflessione dialogando costantemente con alcuni dei riferimenti della tradizione filosofica contemporanea, con i Deleuze e Guattari che fanno della filosofia l’attività di creazione dei concetti “per tenere a bada il caos”, o con il Foucault della parresia, cioè della necessità e della libertà di dire la verità come scelta vitale, che aveva nei Cinici un modello, o come Peirce e Wittgenstein, per l’attenzione alle trappole del linguaggio e allo smascheramento degli idoli concettuali, ma anche Socrate e Platone, per quell’amore per l’insegnamento attraente, per quel voler maneggiare gli strumenti della filosofia come relazione con le arti del maestro.

La filosofia è infatti per Fabbrichesi un interpellare, l’azione che spinge al chiedere spiegazioni, un indirizzarsi agli altri per provocare una reazione, ascoltare una risposta, come nella grande figura socratica, nell’azione del produrre insieme il vero. La filosofia non è solo interpretazione testuale, meno ancora può essere mero tecnicismo, ma neppure attività esclusivamente teoretica. È un’attività costante di rapporto con il mondo, è trasformare, anche resistere, ha insomma un’aspirazione pratica e politica. È forse questo lo spunto più interessante che il libro offre a dei potenziali lettori che si vogliano interrogare sul cammino della filosofia – e in appendice Fabbrichesi riporta anche il concreto esperimento sull’esercizio della filosofia condotto con i suoi studenti – e che forse lega insieme varie esperienze storiche della filosofia. In fondo la filosofia antica era proprio questo, amore della conoscenza coltivato con altri, in un progetto di condivisione di vita e di trasformazione del mondo e questa rimane ancora la spinta essenziale di chi si dedica alla filosofia, al di là della molteplicità degli orientamenti, dei metodi e degli indirizzi della ricerca. E forse non c’è nulla di più moderno di questa esigenza centrale e di più urgente di questa sfida.