Recensione di M. Firpo a Stato d’innocenza

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Recensione Firpo Stato d'innocenza

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Philo-Fiction

Il gruppo di ricerca COMETH (Conceptions on Medieval Thought) di Eucor, il campus europeo che federa Strasburgo, Friburgo e Basilea, e Frias (Freiburg Institute for Advanced Studies), e in particolare Nadja Germann e Catherine König-Pralong, ha organizzato un convegno sugli strumenti fittivi del discorso filosofico (Friburgo 30 Novembre-2 Dicembre).

Qui la descrizione e il programma.

Stato d’innocenza

Il 23 novembre sarà disponibile in tutte le librerie il mio nuovo libro: Stato d’innocenza. Adamo, Eva e la filosofia politica medievale. È un libro a cui tengo molto. Qui di seguito la descrizione della quarta di copertina.

Se pensiamo alla caduta di Adamo ed Eva ci vengono subito alla mente i grandi affreschi sul peccato originale e sulla cacciata dall’Eden e non possiamo non considerare quella storia nei termini del mito, o della favola. C’è però molto altro, perché la caduta dei progenitori è stata concepita per molti secoli, e fin dentro la modernità, come il preambolo per comprendere la natura umana, da quel momento preda di passioni antisociali. Che cosa sarebbe successo alla nostra convivenza se Adamo ed Eva non fossero caduti, se fossero rimasti nello stato di innocenza? È questa la sorprendente domanda controfattuale che filosofi, teologi, intellettuali si sono posti non per immaginare un mondo perduto, ma per poter meglio capire il nostro. Dal rigore di Agostino alle narrazioni storiche di Tolomeo da Lucca, dal sempre innovatore Tommaso d’Aquino al francescano Ockham, da Wyclif a Suárez e a molti altri,  in un conflitto continuo e creativo  di idee, di teorie, di immagini,  di posizioni irriducibili e di aperture sempre nuove, lo stato d’innocenza  è il luogo paradossale per pensare l’ambiguità della convivenza, l’ambivalenza della politica, il perimetro della natura umana. Tutt’altro che semplice favola, stato d’innocenza è uno dei nomi della realtà.

copertina innocenza

Il generale Lee e il generale Cadorna

Questa faccenda americana del buttar giù le statue del generale Lee & c. è interessante e complicata, perché interessante e complicato è proprio il senso dell’erigere le statue (prima di buttarle giù).

Sopra il portone monumentale d’ingresso dell’università in cui insegno, Strasburgo, ci sono due statue, una rappresenta Strasburgo, l’altra si chiama “Germania”. Tra le due statue la scritta, in latino, “alla patria e alle lettere”. Sulla patria presunta abbiamo già detto, per le lettere basta guardare venti metri più in là, dove c’è un’altra statua, quella di Goethe, l’autore tedesco per eccellenza.

Insomma bastano tre statue e una scritta per definire un universo ideologico e politico, che nel caso specifico è quello degli anni ’80 dell’Ottocento, dopo la conquista tedesca dell’Alsazia del 1871 e il crollo dell’impero francese. La statua “Germania”, sparita dopo la prima guerra mondiale (guarda caso), è stata ricostruita nel 2013, proprio con una delle motivazioni della conservazione delle statue che sentiamo in questi giorni (“è la nostra storia”).

Ma erigere una statua ha sempre, o quasi, una motivazione di ordine ideologico (almeno nel senso neutro e largo del termine).

Le statue di Dante che vediamo in quasi tutte le città italiane sono state erette a partire dagli anni ’60 dell’Ottocento, con una motivazione ideale e ideologica chiara: abbiamo finalmente uno stato, perché da sempre abbiamo una lingua (Storia della letteratura italiana di De Sanctis, e il titolo è banale ora, ma non lo era allora, nel 1871, è in questo senso un classico della storiografia, ma è anche un atto politico).

La statua di Giordano Bruno in Campo dei fiori fu anche una sfida anticlericale nella Roma diventata italiana e non più papale da poco, una sfida che i papi vissero come una spina nel fianco per molto tempo. Garibaldi non si tocca, ma a Bergamo, e temo in altre città, nel basamento fu scritto “Al duce dei Mille”, con ovvio rimando al presente di un’altra epoca. E che meraviglia le statue borboniche che ancora si trovano nei territori del Regno delle due Sicilie, o che sono state ricollocate (per esempio a Catania), o gli otto re di tutte le dinastie di Piazza del Plebiscito (nome anche questo non neutro) a Napoli, che convergono verso il primo re d’Italia.

Alcune statue cambiano di segno: quella ad Alberto da Giussano è una statua che celebra l’unità d’Italia – e Legnano è nell’inno nazionale -, ma i leghisti degli anni ’90 e Duemila ne hanno fatto il simbolo contrario, quello del tentativo di disunirla, nell’attesa di erigere  a loro volta qualche statua equestre a Gianfranco Miglio o a qualche celta cornuto (nel senso dell’elmo). Un po’ come il coro del Nabucco, che è un coro patriottico antiaustriaco  (e W Verdi l’acronimo risorgimentale), diventato inno dell’enigmatica Padania.

Ogni generazione ha però il diritto anche di buttar giù le sue statue e di cambiare nome alle sue piazze e strade. Certo, il populismo è sempre in agguato. Il tentativo del sindaco di New York di cavalcare l’onda e togliere le statue di Colombo è ridicolo non tanto per Colombo, quanto per la totale incoerenza dell’attacco a quel simbolo. La proposta nasconde una cattiva coscienza collettiva talmente grande rispetto a com’è avvenuta la conquista del continente americano da essere ingestibile a quel livello. La statua non basta.

Il generale Lee è evidentemente un simbolo diverso. Confesso che quando sento parlare del generale Lee la prima cosa che mi viene in mente è la macchina di Bo e Luke e confesso anche che quando esplose la polemica anni fa sulla bandiera confederata ripensai anche a quel telefilm per capire se potesse esserci qualcosa di nascosto, qualche elemento da “sdoganare” nascostamente (o magari da cancellare per integrare il resto) in quei personaggi positivi, ma fortemente “sudisti”. Non lo dico solo come battuta, ma soprattutto perché i simboli cambiano e uno stesso personaggio, una stessa statua, una stessa piazza, può contenere ambiguamente più sensi e significati.

Perché ci sono le statue di Lee? Per ricordare che cosa? Per essere fieri di cosa? Per includere o escludere chi? E perché prima non faceva male e adesso sì? Sono gli americani a dover rispondere e decidere se trasferire le statue in un museo o se tenerle come testimonianza di una fase storica (che comunque è una guerra civile).

Giovanna d’Arco in Francia, altro oggetto controverso di statue, ad esempio, è un simbolo politico operante. Sotto la sua statua si riuniscono ancora ogni anno gli attivisti della peggior risma del Fronte Nazionale, i razzisti e antisemiti irriducibili. Ma Giovanna d’Arco, che è santa e martire della Francia, seduce anche una parte della cultura di destra normale e fa parte di una tradizione politica importante del Novecento. Nessuno si sogna di buttar giù le sue numerose statue, che però per lo più sono statue che prima non c’erano. La statua più famosa è stata eretta negli anni ’70 dell’Ottocento, guarda caso dopo la sconfitta con i tedeschi e alla ricerca di simboli di riscatto.

Insomma si possono buttar giù le statue? Sì. Si possono cambiare i nomi delle piazze? Sì.

Aggiungo una piccola considerazione, pertinente in parte.

Il 4 novembre del 2018 si festeggerà il centenario della fine della Prima Guerra Mondiale, la Grande guerra. Perché non ne approfittiamo per cambiare nome a una piazza importante di Milano, intitolata al generale Cadorna, che non lasciò proprio un ricordo serenissimo di sé, della sua umanità e delle sue capacità? Di tanto in tanto viene proposto, in altre città l’hanno fatto, per esempio a Udine e a Firenze. Perché non intitoliamo per esempio la piazza alla Pace europea? Ideologia, si dirà. Può darsi, ma le statue si possono buttare giù e le piazze si possono risignificare, sulla base di quello che siamo stati, ma anche di quello che vogliamo essere.

Aggiornamento: alcuni lettori mi segnalano due cose. La prima è che effettivamente le statue del Generale Lee sono state innalzate in anni in cui il loro valore era quello dell’esclusione (e qui un articolo interessante) e quindi sono in certo senso nate per fare male. La seconda cosa è che l’iscrizione del monumento di Bergamo a Garibaldi “Duce dei Mille” non è degli anni ’20 (anni in cui fu rifatto il basamento, che comunque è del ’22 e quindi un po’ presto in ogni caso), ma è precedente ed è un epiteto già diffuso.

Jon Snow non sa niente

Mi sono imbattuto in un paio di articoli di Natalia Aspesi sulle serie tv storiche (come i Tudor) e su Il trono di Spade, di cui la giornalista è grande fan. Condivido l’entusiasmo dei tronisti di spade, ho trovato noiosissimi i Tudor, i Borgia e altre semi-soap opera a mano armata, ma non è questo il punto.

Con la sua grazia sbrigativa, Natalia Aspesi se la prende in maniera insistita con gli storici di professione che criticano le serie parastoriche, perché se la prenderebbero per cose minime, come i colori dei vestiti o il materiale dei bottoni. Non so chi siano questi storici minimalisti – ci saranno sicuramente -, che disturbano la visione ad Aspesi e al pubblico con considerazioni noiose e spocchiose. Del resto lo storico è noioso e spocchioso per definizione, come tutti gli studiosi in qualsiasi campo, soprattutto quando contraddice le certezze della fruizione culturale (della politica parleremo un’altra volta) e un po’ di anti-intellettualismo ai nostri tempi non guasta mia.

Nel suo ultimo articolo sul Trono di Spade però Aspesi non si accontenta di disinnescare il disturbo alla visione da parte degli storici dei bottoni, ma ci assicura che esistono anche storici “di altissima preparazione” che cercano anche “le eventuali fonti negli archivi più seri”.

Parlando di una serie tv,  che non è un dato di natura, ma un prodotto dell’industria culturale, le fonti a cui si sono ispirati basta chiederle agli autori, spesso anche molto colti. Aspesi da parte sua ne individua alcune, forse Tiziano e Giorgione per certe atmosfere visive, di certo la storia inglese e francese per certi episodi, e chi più ne ha più ne metta. Insomma dopo aver criticato, se non ridicolizzato, gli storici, Aspesi si mette poi un po’ ingenuamente a fare la storica, con la conta delle fonti (di una storia fantasy).

È proprio il meccanismo delle serie parastoriche (o dei film, o dei romanzi) che esige questo paradosso e quindi Aspesi è scusata. Sapere che quello che vediamo è vero ci dà un’emozione in più, quindi non tolleriamo che qualcuno ci dica che Cosimo il Vecchio non poteva esprimersi in quei termini e ci piace che qualcun altro ci presenti le fonti storiche degli “archivi più seri” della plausibilità della storia che guardiamo.

Senza questa presunzione di verità non entriamo in quel mondo, così come non possiamo vedere un film degli Xmen o di Spider Man se c’è uno accanto a noi che continua a dirci che Quicksilver non può correre così veloce e che l’uomo ragno non può in nessun caso lanciare tele di ragno.

Però, effettivamente, Quicksilver non può correre così veloce, e le fonti del Trono di spade sono nella testa dei suoi autori (e comunque non chiedetele a Jon Snow perché tanto non sa niente), e il papa Borgia non ha niente a che vedere con Jeremy Irons. E se a uno storico piace dire tutto questo, lasciate anche a lui il diritto di stare in pace almeno il lunedi sera, senza la tiritera dello studioso fuori dal mondo.

 

 

 

 

L’antivaccino di Galileo

Gli argomenti degli antivaccinisti nudi e puri sono inconsistenti e talvolta allucinati, lo sappiamo. Sono per questo ammirato da quanti tentano di fare una posizione politica di questa massa di opinioni che aggroviglia residui del primitivismo degli anni ’90, rancori contro le istituzioni assimilate a parti politiche ostili, volontà di esercitare un potere sui propri figli intesi come proprietà esclusiva (si direbbe un ritorno del patriarcalismo delle società antiche, in cui il padrefamiglia ha tra le sue sostanze anche i figli – e quando ha solo quelli, cioè la prole, su cui esercitare un potere, è un proletario; ma qui sto scherzando con le parole) e istinti nichilistici tinti di libertarismo.

Ma non è questo il punto che m’interessa ora. Qui vorrei solo sottolineare un elemento della narrazione implicita degli antivaccinisti (e di quelli che cercano le sirene, le scie chimiche e tutto il resto), che ha una sua coerenza con la nostra idea collettiva della scienza. Non ci hanno insegnato forse che la verità incontra sempre degli ostacoli, soprattutto nelle istituzioni e nel senso comune?

In fondo non è stato Galileo, padre della scienza moderna, processato e condannato dalle istituzioni del suo tempo per aver contestato quello che da tutti veniva considerato scientifico? Non è stato Giordano Bruno arso vivo anche per le sue teorie scientifiche e filosofiche? Per non parlare, più ampiamente, dai tanti eretici portatori di verità che le istituzioni, le inquisizioni di tutto l’Occidente, ma anche le idee tradizionali e ricevute della gente, hanno condannato a morte, allontanato, punito.

Nell’impresa scientifica, per come l’abbiamo introiettata comunemente, il passaggio dalle tenebre dell’ignoranza alla luce della conoscenza è sempre osteggiato, anche se non sempre in modo cruento. Ricordiamo ancora tutti il braccio di ferro tra il medico Di Bella e il ministero della salute. Il medico si presentava con il suo camice da medico e con quell’aspetto da Einstein buono e quasi ingenuo, presentando un cocktail di farmaci contro il cancro che era l’uovo di Colombo, un po’ come dire che la Terra gira attorno al Sole, mentre dall’altra parte la ministra Bindi, politica di professione, parlava di protocolli, di verifiche, di impossibilità, come una tolemaica che maneggia incomprensibili equanti ed epicicli a difendere inconfessabili interessi.

Del resto nessuno saprebbe spiegare la teoria della relatività, ma tutti sanno che Einstein faceva le linguacce e andava in bicicletta e che alle elementari andava male in matematica (anche se questo dettaglio è discutibile) e quindi era un tipo strano, tutto genio.  Un genio come Newton, che se ne stava tutto il giorno a dormire sotto un albero, poi gli cadeva in testa una mela e lui, genio, scopriva la gravità universale. L’essere un po’ strani, un po’ derisi, un po’ smanettoni e controcorrente – che forse è la traduzione depotenziata e fruibile del ricordo della persecuzione per la scienza – è un’immagine incorporata a quella del vero scienziato. Un po’ come “Doc” di Ritorno al futuro, incompreso nipote di Einstein e pronipote di Galileo e Newton, come probabilmente si sentono tutti questi antivaccinisti, che dell’impresa scientifica hanno assorbito gli aspetti folcloristici e falsi (che però si incrociano con altri aspetti del racconto della modernità che fanno sorridere molto meno).

Insomma, in questa macchina della razionalità, vera o presunta, che è la modernità, e che fa acqua da tutte le parti, l’irrazionalità (ma forse basterebbe dire l’irragionevolezza) di certi gruppi di antivaccinisti non è un corpo estraneo, non è solo ignoranza e arroganza, anche se lo è e non ha un briciolo di verità (se non quella di esistere che è la verità più interessante), ma è uno dei suoi percorsi impliciti, uno dei suoi esiti laterali, uno dei suoi costanti e numerosi sottoprodotti.

Un teologo per il principe

Tra le tante figure d’intellettuale del Medioevo, quella di Egidio Romano (1247-1316) ha una sua straordinarietà. Ancora giovane teologo, nel 1277, perde il suo insegnamento all’università di Parigi perché viene coinvolto nelle censure ecclesiastiche che si abbattono sugli aristotelici dell’università. Può sembrare strano a noi oggi, ma le censure lo colpiscono pure perché allievo di Tommaso d’Aquino, da poco scomparso, in quello che è anche un regolamento di conti tra scuole filosofiche….

(Cliccare qui per il seguito della recensione per la domenica del Sole 24 Ore dell’edizione del volgarizzamento del Governo dei principi di Egidio Romano a cura di Fiammetta Papi).