Una proposta a Fioramonti

Si sa, uno dei problemi più avvertiti dell’università e della ricerca italiana è l’esodo verso l’estero di molti ricercatori formati in Italia.

Intendiamoci, la mobilità dei ricercatori è certamente un valore e di fatto una necessità della ricerca, e anche, direi, un motore di integrazione. Se n’è accorta da anni l’Unione Europea, che incoraggia moltissimo la mobilità infraeuropea e non solo (per esempio, con i programmi Marie Curie, negli ultimi 10 anni ha finanziato circa 100mila progetti di ricerca di giovani ricercatori, che basino il loro progetto – selezionato secondo gli standard più rigidi – in un’istituzione universitaria o di ricerca di un diverso paese da quello di provenienza).

C’è tutto un percorso da fare in questo senso, un discorso europeo. Per esempio quello di un sistema di università europee (come proponevo qui, al secondo punto), che tocca anche il nodo dell’amministrazione delle università, non solo della ricerca in quanto tale.

Ma non è questo quello che qui ci interessa. Il punto è qui che oltre al problema dei ricercatori che lasciano l’Italia perché in Italia non trovano una collocazione nel nostro sistema – e credo che lo stesso Fioramonti ne sappia qualcosa -, c’è un grande problema di incapacità di attrarre ricercatori e professori stranieri. E non si tratta di rientro di italiani, ma di attrazione di stranieri.

Dal dottorato alla docenza, nei dipartimenti italiani gli stranieri sono quasi inesistenti. E il problema è sia legato alle risorse che mancano, sia a una certa opacità dei concorsi a tutti i livelli (e anche qui non servono grossi rivolgimenti e neppure la caccia alle streghe, ma basterebbero alcuni semplici accorgimenti, che basterebbe copiare da altri paesi e di cui un giorno potremo parlare), sia anche a una certa cultura diffusa di inerzia e in fondo di chiusura. Io sono stato direttore di un dipartimento di filosofia in un’università francese (quindi eletto dai colleghi), prima di tornare in Italia (da pochissimo, e grazie a una legge virtuosa di chiamata diretta dall’estero, che è uno strumento che alcune università stanno imparando a utilizzare in modo strategico), ma mi parrebbe impossibile vedere il contrario in Italia, cioè di uno straniero eletto direttore di un dipartimento italiano.

Come sempre, però, i cambi di cultura sono (relativamente) lenti, vanno accompagnati e si appoggiano a volte su operazioni semplici e a medio termine.

Alcune azioni semplici possono essere sviluppate, soprattutto se si investe nelle prime fasi della carriera dei ricercatori. Paesi come la Germania e l’Austria in questo senso sono un modello da seguire.

L’Austria ha già da molti anni un programma di finanziamenti esclusivamente rivolto a ricercatori stranieri che abbiano progetti innovativi in qualsiasi disciplina. Un organismo autonomo (il FWF der Wissenschaftsfonds) finanzia ricerche di stranieri eccellenti che vogliano passare qualche anno in un’università austriaca (di cui diventano dipendenti, ma essendo pagati dal FWF).
Altri paesi, come il Portogallo e anche la Spagna, hanno tentato di replicare questo modello con alcune varianti, riuscendo, almeno per un certo periodo, ad attrarre ricercatori da tutta Europa.

Il modello più prestigioso e antico è però quello tedesco della Fondazione von Humboldt, conosciuta in tutto il mondo, che ogni anno seleziona studiosi stranieri sulla base di una procedura rigorosa che tiene conto del potenziale, dei risultati già ottenuti, dell’innovatività dei progetti di ricerca. Nei 50 e passa anni della sua esistenza, la Fondazione Humboldt, che ovviamente ha una gestione autonoma, ha aiutato nelle prime fasi (ma già di “eccellenza”) progetti di ricercatori che a volte hanno poi vinto Nobel e riconoscimenti di tutti i tipi in tutto il mondo. La Germania, tramite la Humboldt, li ha integrati nelle sue università e centri di ricerca per un paio d’anni e ha dato loro i mezzi, tutto sommato non molto onerosi, per sviluppare le proprie idee in varie fasi della carriera.

Un paese, la Germania, che non ha il “commonwealth”, che non ha la “francofonia”, che non ha avuto modo di imporsi politicamente in aree lontane del mondo, che di partenza non ha un’attrattiva particolare, è riuscito a stabilire una rete di ricercatori che rimane sempre attiva (perché la Fondazione tiene rapporti, con altre operazioni dedicate, con quanti sono appunto passati per la Germania in una certa fase) e ha avuto una capacità di irraggiamento culturale, di farsi conoscere e di conoscere.

Non è un caso che la Fondazione Humboldt sia finanziata non solo dal ministero della Ricerca, ma anche dai ministeri dello Sviluppo Economico e degli Affari Esteri.
Con un investimento sostenibile nel tempo, ma con una struttura seria di selezione, con un’organizzazione impeccabile e con le idee molto chiare, la Germania ha beneficiato della presenza, dell’entusiasmo e della creatività di ricercatori di tutto il mondo, ma ha anche aumentato il proprio prestigio e la propria influenza internazionale.

Perché non pensare a una cosa simile in Italia? Perché non partire nel processo di attrazione dei ricercatori stranieri proprio dai ricercatori che sono in fasi iniziali, ma ben definite, o comunque strategiche della loro vita professionale, che possano integrare i nostri dipartimenti (beninteso: a costo zero per i dipartimenti) e contaminarli con altre culture di ricerca, arricchendoli di talenti e aprendoli a progetti e reti internazionali? Sarebbe l’inizio di un percorso a più lunga scadenza.

Perché non dare vita alla nostra Fondazione Galileo, o Leonardo, o Fermi, sul modello di queste esperienze già funzionanti? Perché non coinvolgere anche regioni e città in un modello di questo tipo, sulla base di una strategia chiara e semplice? Tutto questo non implicherebbe investimenti enormi e non entrerebbe in competizione con i timori e i riflessi conservativi di una certa inerzia universitaria, ma anzi fornirebbe nuovi mezzi e nuova linfa a tutto il sistema.

 

 

La qualità sociale dei prodotti

Riconversione verde, tasse strategiche, Iva da sterilizzare, imposte di scopo sulle merendine: in queste settimane il dibattito si è molto focalizzato su questi temi.

Non sono un economista (del resto non lo sono neppure alcuni responsabili economici di partito e la maggior parte di coloro che parlano di questi temi avendone responsabilità) e so quindi di dire cose approssimative (in parte alcune già fatte), ma è appunto nel dibattito collettivo che le idee prendono vita e si radicano e che le società cambiano nelle loro consapevolezze.

E in questo dibattito, che non può essere solo nazionale (e infatti non lo è) forse può essere interessante partire dai prodotti e dalla loro diversità qualitativa.

I prodotti infatti non sono socialmente tutti uguali, non solo per la natura stessa dei prodotti, della materia che consumano in quanto tali, ma per la differenza di processi industriali e anche per la differenza di contesto di produzione.

Un prodotto può essere ottenuto rispettando l’ambiente, rispettando e i diritti dei lavoratori e innalzando il benessere complessivo delle comunità, oppure non rispettandoli. Non solo alcuni prodotti in sè consumano risorse e “socialità”, ma uno stesso apparentemente identico prodotto ottenuto in un paese garantito da leggi per l’ambiente e per i diritti dei lavoratori, in un altro paese privo di garanzie può avere effetti sociali negativi.

Per dirla con una formula, esiste un’ineguale “qualità sociale” dei prodotti. Un prodotto buono può essere socialmente cattivo, perché non fa abbastanza per minimizzare il suo impatto ambientale e non fa abbastanza per migliorare la vita non soltanto dei consumatori (questo lo fa già), ma dei lavoratori e delle comunità locali di origine.

La qualità sociale dei prodotti va premiata quando è buona e va scoraggiata con l’imposizione fiscale quando è cattiva. Non si tratta, a mio avviso, di scoraggiare prodotti particolari sulla base di intenti educativi (questo è importante, ma è un altro tema) relativi a questioni salutistiche o sanitarie, che risulterebbero moralistiche (in fondo se uno ha voglia di ammazzarsi di cioccolatini è libero di farlo), ma si tratta di ottenere una migliore qualità sociale di un prodotto qualsiasi.

Questo vale naturalmente per i processi industriali nei nostri paesi, perché una migliore condizione produttiva (dai processi ai salari al modo di lavorare) sarebbe premiata con un’imposizione meno importante. Ma sarebbe importante anche nel dialogo con le aree del mondo e i diversi sistemi economici e produttivi.

Un’area forte come quella europea può esigere che al suo interno un sistema di incentivi e disincentivi venga messo in piedi, ma può anche dialogare con altre aree per pretendere una migliore qualità sociale dei prodotti che importa. Non si tratterebbe di dazi, che sono indiscriminati, ma di tassazioni selettive che possono addirittura convenire ai produttori di aree meno garantite.

Ma certo una simile concezione, se adottata su larga scala, costituirebbe anche un vantaggio competitivo per le economie più evolute e meno piratesche e al contempo uno stimolo competitivo per tutte le aree del mondo (magari su filiere particolari).

Un paese in via di sviluppo, per esempio, potrebbe convertire alcune delle sue filiere ad un livello qualitativo sociale che consenta di penetrare meglio in zone forti e, in questo senso, portare la concorrenza, con paesi dello stesso livello, ad uno stadio molto più utile a tutti o anche colmare il gap, su filiere particolari, con le economie più forti. In fondo gli squilibri del capitalismo possono essere mitigati anche incorporando ai prodotti (che vuol dire al loro valore) una responsabilità sociale.

In questo senso anche la necessaria “sterilizzazione” degli aumenti dell’Iva potrebbe essere l’inizio di un dibattito sulla diversificazione di imposizione sul valore non indiscriminata ma molto più selettiva e più socialmente utile.

La pacchia è finita?

Il successo elettorale non è certo finito, ma si può forse dire che il tentativo politico di Salvini, cioè quello di un’ascesa senza limiti e con forzature senza costrutto, si sia dimostrato infruttoso.

E si è dimostrato tale perché in fondo Salvini ha confermato di essere un politico dotato di un grande istinto, ma privo di una cultura politica propria (come dicevo qui in tempi non sospetti) e di un vero progetto.

Cerco di spiegarmi meglio. Il passaggio della Lega di Salvini al sovranismo è stato il tentativo di passare dallo strampalato nazionalismo padano, che appariva ormai esausto per vent’anni di sostanziali insuccessi, a un progetto nazionale che spostasse più in là, cioè dai meridionali agli stranieri soprattutto africani, la frontiera del nemico.

Lo stacco è sembrato ampio perché per vent’anni la Lega non ha fatto altro che predicare sull’inesistenza dell’Italia come paese, attribuendo al Mezzogiorno tutti i mali della Penisola, e fornendo come unica soluzione l’indipendenza della prima (e poi) inesistente Padania. Si trattava di una soluzione impossibile e dunque geniale perché lasciava aperti i problemi senza risolverli mai e quindi consentiva di lucrare su una cultura del risentimento che è stata il motore di tutto.

Salvini ha tentato di ampliare il nazionalismo padano portandolo a una scala più ampia, quella di tutto il paese, insistendo sul “prima gli italiani” ma dopo aver individuato i nuovi terroni (e anche qui avendo cura che i problemi non potessero risolversi).

C’è riuscito in parte, ma ha fallito con lo schema generale.

Completamente sfornito, lui e il suo gruppo dirigente, di un disegno ampio, ha perso l’occasione di fare davvero politica a partire da un nucleo concettuale che potenzialmente poteva rivolgersi in varie direzioni.

Privo della capacità intellettuale di elaborare un vero progetto strategico (che pure poteva essere nazionale, perché no?), per un’esigenza stretta di trovare elementi di un cultura politica possibile si è rivolto all’estrema destra.

A pensarci bene, non c’era nessuna necessità elettorale o di strategia per cercare per esempio un legame con Casa Pound, se non quello della ricerca urgente di un lievito ideologico già pronto e il più semplice possibile.

La Lega salviniana ha virato alla destra estrema per mancanza di cultura propria nel  nuovo quadro nazionalista in cui voleva porsi e quella cultura estrema ha fatto da lievito. Ne è bastato un po’ per far crescere l’impasto.

Tuttavia, com’è ovvio, quell’impasto ha sì fornito una struttura elementare da spendere nella ricerca del consenso, ma non ha fornito ulteriori idee o progetti capaci di misurarsi con il contesto mondiale e nemmeno europeo (e  per insufficienze proprie in Europa Salvini ha davvero sbagliato moltissimo da subito, mentre avrebbe potuto cambiare il quadro indirizzando il suo sovranismo oltre le frontiere europee – e vedremo se non l’ha fatto per condizionamenti economici di potenze extraeuropee).

L’evocazione dei simboli religiosi è poi un ulteriore tentativo di costruire un altro ibrido sostegno culturale e intellettuale alla sua azione, compatibile con una certa destra e dal significato anche antieuropeista (essendo l’Europa vista come un covo di illuministi). Per il momento anche questo è risultato un colpo a salve, anche perché i tempi sono cambiati pure rispetto a pochi anni fa.

Senza un orizzonte concettuale e intellettuale (che può essere certo ideologico e ricevuto), nessuno può fare politica in modo ampio, ambizioso e non asfittico, perché manca lo spazio che anticipa e nutre l’azione.

Certo, se Salvini non avesse fatto quell’errore madornale di mezza estate sarebbe ancora lì – e tante volte nella storia si è proceduto per spinte apparentemente asfittiche che però hanno cambiato il quadro delle situazioni -, ma c’è da chiedersi se, senza direzione, senza risorse intellettuali, senza veri progetti, senza un gruppo dirigente, quel tipo di errore sia davvero evitabile.

Salvini ha dunque chiuso? No, per nulla. Ma non sembra avere molto filo per tessere, proprio per le insufficienze strutturali a cui abbiamo accennato.

Potrebbero però succedere molte cose diverse.

La prima è che, sentendo fallire la Lega “nazionale”, un certo gruppo dirigente leghista ricominci ad alludere all’antimeridionalismo, verniciandolo di autonomia e di vittimismo antiromano (non escludo che qualche cervellone finto economista fra un po’ teorizzi la doppia moneta, l’euro al Nord e qualcos’altro al Sud, perché il Nord è pronto e il Sud ne avrebbe giovamento…). Sarebbe però un ridimensionamento

Potrebbe invece essere che il nuovo governo si dimostri talmente disastroso (perché no?) da tenere in partita Salvini, con l’integralità del suo sovranismo (parola contraddittoria nel mondo in cui viviamo, ma sempre con un fortissimo appeal) anche agli occhi dei suoi stessi competitori interni che certo gli presenteranno il conto se i sondaggi caleranno (Maroni ha già ricominciato ad andare in televisione).

Molto dipenderà da come si comporterà il governo che ha giurato ieri e da come si polarizzerà lo scontro politico nella percezione generale.

Salvini infatti non solo non è fuori gioco, ma guida quello che i sondaggi danno come il primo partito italiano: tornerebbe di certo al vertice in caso di elezioni anticipate, potrebbe invece farsi erodere il proprio consenso, o potrebbe addirittura essere costretto, dal calo eventuale dei sondaggi e dai morsi dei rivali interni, a una prova finale di forza (e se fosse, nella necessità di avere un palazzo istituzionale, l’attacco diretto al comune di Milano?).

 

 

I santi di Salvini

Che un politico come Salvini – privo di cultura politica propria, ma dotato di un grande istinto politico – cerchi di costruire percorsi anche ibridi di sostegno culturale e intellettuale alla sua azione non è per nulla strano. Che l’elemento religioso stia sempre di più entrando nel suo modo di raccontarsi è pure evidente, almeno dall’esibizione del Vangelo nella campagna 2018, fino alle foto su Padre Pio, oltre naturalmente alle citazioni del discorso al Duomo.

Si tratta naturalmente di un uso della religione che, per il momento, non arriva neppure al livello di una valenza ideologica chiara. È, al limite, un semplice uso identitario dei simboli religiosi, direi quasi un esperimento, un tentativo di ibridazione in attesa di comprendere se quella religiosa sia una strada percorribile (e probabilmente in quanto tale non lo è). Forse qualcosa di simile a quello che la Le Pen, erede del padre e di altro, ogni tanto tenta ancora stancamente con la povera santa Giovanna d’Arco, patrona di Francia (santa e patrona dal 1920).

Niente di nuovo: la storia europea anche è un intreccio di ideologie politiche e religiose, di segni identitari costruiti e abbandonati alla bisogna. Che uno come Salvini tenti la carta del simbolo religioso è solo un episodio in più, interessante e però un po’ strampalato (ma non per questo banale, perché l’avventurismo è quasi sempre un percorso strampalato compiuto un po’ per caso da uomini senza cultura politica o pronti a cambiare la propria, ma con grande istinto politico, nel momento storico giusto).

Semmai quello che ho trovato divertente è che Salvini si sia messo a citare dei santi che avrebbero potuto benissimo essere citati da un europeista convinto per dire esattamente il contrario di quello che pensano i sovranisti. Giocando un po’ con le cose e con il passato – così come ogni discorso politico fa per essere convincente e vivo e certo le citazioni di Salvini non sono filologia agiografica  – potremmo dire che basterebbe vedere una mappa dei monasteri benedettini nei secoli per capire quanto i paesi europei siano tra loro interconnessi da sempre; Cirillo e Metodio integrarono alla cultura e al destino europeo i paesi slavi; Brigida di Svezia girò mezza Europa, aiutando i poveri e creando una cultura nuova, più accessibile ai molti; Caterina da Siena ebbe una visione complessiva dei fenomeni che si dispiegava su tutto il continente, con rapporti con papi, imperatori, governanti; Edith Stein, e qui si gioca meno, ebrea di nascita, morì ad Auschwitz, in un’Europa dilaniata che non dovrà tornare più. Insomma, viva l’Europa (che peraltro, non dimentichiamolo, potrebbe anche essere intesa da qualcuno in senso beceramente sovranista, come fortezza assediata, da difendere e quindi, perché no, da cristianizzare per fini identitari e non certo di fede o credenza).

Molti poi si sono offesi per il riferimento di Salvini alla Madonna, alla quale il leader dei sovranisti ha affidato il destino proprio e, non si sa bene a che titolo, quello dei presenti e quello dell’Europa. Per farlo però, avrebbe potuto benissimo indirizzarsi, e nessuno si offenda se rilevo il particolare curioso, proprio a una bandiera dell’Unione Europea: il colore della bandiera e la disposizione delle stelle sono un richiamo diretto all’iconografia mariana (tanto che il populista di sinistra francese Mélenchon, che non brilla per europeismo, chiese ufficialmente, nel 2017, che fosse tolta la bandiera europea dal parlamento francese, in quanto riferimento confessionale).

Certo, quando accettarono la proposta dell’illustratore Heitz nel ’55, i famigerati burocrati europei non lo sapevano, ma Heitz, strasburghese, era cattolico di quelli tosti, alla francese, e si era ispirato, a quanto da lui riferito decenni dopo, alla “medaglia miracolosa dell’Immacolata” (se passate a rue du Bac a Parigi andate a dare un’occhiata) e a un versetto dell’Apocalisse “Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una Donna vestita di sole con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle”.

Salvini per arrivare al potere è stato prima separatista e poi nazionalista e antieuropeista. Finirà che per le vie traverse della politica, ancora più piene di folgorazioni delle vie che portano a Damasco, ce lo ritroveremo, prima o poi, europeista convinto.

Tre proposte per l’Europa

Devo ammetterlo: cerco tra i programmi dei partiti e dei movimenti qualche proposta concreta sull’Europa che non sia la proiezione di questiuncole italiane, ma che parli proprio di Europa in quanto tale. Qualcosa che ci porti a un livello più utile di funzionamento o di integrazione dell’Unione.

Chessò, qualcosa su come cambiare i rapporti tra il parlamento e la commissione, sulle liste transnazionali, sull’elezione del presidente, sul ruolo dei governi e il loro ridimensionamento nel funzionamento di tutta la baracca (o anche qualcosa di chiaro che vada nel senso contrario). Oppure qualcosa sull’Europa a due velocità di integrazione (perchè Francia e Germania con i trattati bilaterali stanno facendo quello, no? E noi perché non ci siamo?).

Nella mia ingenuità pensavo che fosse il momento di discutere non solo dei valori (per favore aboliamo la parola “valori” dal dibattito politico: non vuol dire nulla), ma soprattutto di quelle questioni, pensavo che qualcuno dicesse  “io voglio fare questo, ve lo propongo, anche se è difficile. E da qui comincio a parlare bilateralmente con chi ci sta, con i partiti europei che ci stanno, o anche solo con le correnti che ci stanno dei partiti che non ci stanno…”.

Insomma mi aspettavo stupidamente elaborazione politica da parte della politica, ma per il momento ho trovato poco o nulla (forse il programma più concreto in questo senso è quello del movimento paneuropeo Volt).

Da parte mia avanzo qui tre minuscole proposte – lasciando quelle grosse to whom it may concern – che vanno nella direzione di un’integrazione di tipo culturale.

La prima l’avevo già avanzata qui qualche anno fa – un’ora di Europa – e nasce dalla constatazione che come europei non ci conosciamo ancora abbastanza.

Ogni volta che sento una filastrocca tedesca, una favola francese, un modo di dire particolare, mi rendo conto della straordinaria diversità europea (e di quanto questo sia anche spaesante). Ma ciò è nulla rispetto alle differenti concezioni nazionali delle cose, alla varietà del senso storico, alle definizioni che le comunità (nazionali, regionali e anche di regioni transfrontaliere, locali) danno di sé e della propria storia.

Ci conosciamo poco perché raccontiamo a noi stessi solo la nostra storia. I francesi sono convinti che tutto cominci nel 1789 e guardano solo dall’altra parte del Reno, i tedeschi sono spesso concentrati sul respiro dell’Est e sulla propria pluralità interna, gli austriaci a volte si vedono come uno spazio di civiltà non pienamente riconosciuto, gli italiani hanno imparato a scuola a diffidare dei germanofoni, etc.

In attesa di una narrazione europea complessiva (peraltro difficilissima da congegnare), abbiamo bisogno di conoscerci, di essere curiosi gli uni degli altri, di arricchire le storie bellissime delle nazioni con il contatto con gli altri, di ampliare davvero il nostro spazio a spazio europeo, abbiamo bisogno di formare dei leader europei, a loro agio nel continente. Questa curiosità non può che nascere negli anni dell’educazione, dei sussidiari, dell’apertura degli orizzonti.

Perché non introdurre un’ora strutturata di Europa nelle classi elementari? Perché non introdurla su scala europea? Non servono ideologismi, basterebbe dedicarsi alle favole degli altri, alle filastrocche degli altri e magari nelle lingue degli altri – giusto per stabilire un contatto sonoro, non necessariamente per imparare la lingua – ai sapori, ai paesaggi degli altri, con l’unica finalità di rendere curiosi degli altri.

Perché non introdurre un’ora strutturata di Europa nelle scuole medie? Perché non raccontare elementi delle storie degli altri, di quelli che sono i nemici storici, di quelli che hanno vissuto eventi comuni in modo diverso, o di quelli lontani che hanno negli occhi e nella memoria storica altri paesaggi? Discutere a livello europeo di un’ora di insegnamento dai 6 ai 13 anni in tutti i nostri paesi è una battaglia che si può fare e che può essere molto utile.

La seconda proposta è quella di un’università europea.

In questi decenni di integrazione l’Unione Europea ha fatto tantissimo per la ricerca. Gli ERC Grant, finanziamenti importanti per la costruzione di gruppi di ricerca su temi innovativi in ogni disciplina, o i Marie Curie Fellowships, finanziamenti a singoli ricercatori per condurre il proprio lavoro in un’università o centro di ricerca europei (escludendo il paese di partenza del ricercatore, quindi condizionando in modo strategico il finanziamento alla mobilità), non solo hanno consentito a più di centomila studiosi europei di costruire le proprie ricerche, ma hanno anche permesso e permettono, in modo tacito ma operativissimo, uno scambio costante di metodi, di idee, di innovazioni, di reciproca conoscenza tra i vari sistemi nazionali, di miglioramento di processi anche burocratici nell’imitazione di ciò che funziona.

Si tratta di uno degli esempi più evidenti dei vantaggi portati dal ragionare e agire su scala europea. (Altri vantaggi per noi italiani verrebbero anche dal semplice imitare alcuni dispositivi nazionali di altri paesi, come proponevo qui, ma è tutta un’altra storia).

Bene, perchè non facciamo allora un passo ulteriore e costruiamo un sistema di università gestite dall’Europa (che è, lo si voglia o no, un modello di buona gestione rispetto a tantissimi sistemi nazionali), ma pienamente integrate e cofinanziate ciascuna in un sistema nazionale?

Esistono già università europee (una proprio in Italia), perché non costruire una rete, con scambio di professori, di personale amministrativo, e con una maggiore integrazione nel sistema nazionale, in modo che queste strutture possando diventare leve di cambiamento e di conoscenza reciproca? Non potrebbe questo motivare cambiamenti e miglioramenti nei vari sistemi stataii della formazione e della ricerca?

La terza proposta è quella di una televisione europea.

Un’industria culturale comune europea di fatto non c’è. E ce ne sarebbe forse bisogno. Quell’azione di ulteriore conoscenza reciproca che mi pare essenziale potrebbe essere molto facilitata da un tv dell’Europa. Non penso ovviamente a una all news 24 in inglese (o in altre lingue), e non penso neppure a un televisione di informazione politica, anche se in questo senso un’informazione “continentale” sarebbe utile: fa anche un certo effetto straniante il fatto che il tg delle 20 in ogni paese europeo si interessi solo al dibattito o ai fatti nazionali ignorando del tutto gli altri paesi, ai quali siamo legati in un destino in gran parte comune. E un notiziario anche europeo prima o poi ci vorrà.

Ma penso soprattutto a una televisione come la franco-tedesca Arte, nata in seguito a un trattato tra Francia e Germania (guarda caso, le due velocità…), che ha una programmazione per più di metà di documentari, per un quarto di film, con due terzi totali di programmazione inedita, secondo una linea molto riconoscibile, che rende un grandissimo servizio alla conoscenza reciproca e alla creazione di uno spazio comune.

Certo sono proposte come tante altre, ma mi pare che il momento delle proposte, di queste e di quelle più importanti, sia proprio questo.