Épistémologie de la chute

Fra pochi giorni uscirà per le Publications de la Sorbonne un libro, curato da me e da Irène Rosier-Catach, di cui sono particolarmente contento. Non solo perché si tratta di un tema generale di cui mi sono occupato a lungo – e mi occuperò ancora -, ma soprattutto perché i partecipanti al volume hanno scritto veramente dei contributi di altissimo livello. Li ringrazio tutti (qui l’indice del volume). E sotto la copertina che posto qui di seguito la descrizione del libro, in francese.

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Que se serait-il passé si Adam n’avait pas péché ? Le récit de la Chute ne raconte pas seulement comment le premier homme et la première femme ont désobéi et ont été chassés du jardin de l’Éden. C’est aussi un instrument formidable pour penser philosophiquement la nature humaine, ses potentialités et ses limites, pour dessiner les différents plans d’une anthropologie complexe et diversifiée. La rupture du péché originel, qui instaure un Avant et un Après de la nature humaine, a représenté un défi intellectuel, une provocation pour la philosophie que la pensée médiévale – et moderne – a voulu recueillir et affronter. Cette nécessité s’est faite d’autant plus pressante que d’autres modèles anthropologiques devenaient disponibles, au premier rang desquels le modèle aristotélicien, où l’idée d’une rupture dans l’histoire humaine ou d’une naturalité scindée n’avait pas sa place.

Les réflexions sur la Chute ont donné lieu à des débats importants sur le langage, la liberté et le mal, le bonheur, les passions, le corps, la vie et le pouvoir politique, le droit, le travail, qui sont l’objet des chapitres de ce livre.

Prises ainsi dans leur dimension anthropologique, ces questions autour de la Chute deviennent un véritable modèle épistémologique pour penser la naturalité de l’homme et son histoire, en termes de dégradation ou de progrès, modèle qui dépasse l’époque médiévale et rejoint des questionnements que l’on retrouve notamment à l’âge classique.

Un’ora di Europa

Me ne sto sempre più convincendo: Pierino Porcospino (più correttamente, Struwwelpeter) salverà l’Europa.

Non lo dico perché quelle filastrocche abbiano poteri taumaturgici (alcune fanno pure paura, ma anche Pinocchio non scherza), ma perché è importante che dopo aver costruito le condizioni perché gli europei possano viaggiare nel continente (anche se è meno easy di quanto non sembri), dopo aver dato agli studenti universitari la possibilità di conoscere i vari paesi con il programma Erasmus, è giunto il momento che l’appartenenza europea si coltivi dall’età di bambini.

Me ne accorgo vivendo fuori dal mio paese e viaggiando per il continente: ci sono molte cose che ci uniscono, ma non ci conosciamo abbastanza. Ogni volta che sento una filastrocca tedesca, una favola francese, un modo di dire particolare, mi rendo conto della straordinaria diversità europea (e di quanto questo sia anche spaesante).

Ma ciò è nulla rispetto alle differenti concezioni nazionali, alla varietà del senso storico, alle definizioni che le comunità (nazionali, regionali e anche di regioni transfrontaliere, locali) danno di sé e della propria storia.

Non esistono stati che non siano anche dispositivi narrativi, congegni politici e istituzionali che si nutrono di racconti storici che li spiegano, li giustificano, li rafforzano o anche li indeboliscono. È il grande dispositivo otto-novecentesco delle tradizioni nazionali, che ha prodotto i sistemi educativi, i canoni della cittadinanza, il senso dell’appartenenza. Si tratta di un congegno al quale non possiamo rinunciare, perché ci aiuta a essere noi stessi, a vivere il bello della nostra comunità. È il fascino grandioso e semplice del sussidiario, degli anni della formazione elementare e media, degli eroi pubblici. Ma è anche quello che come europei ci rende ancora difficilmente comprensibili gli uni agli altri. Ci conosciamo poco perché raccontiamo solo la nostra storia. I francesi sono convinti che tutto cominci nel 1789 e guardano solo dall’altra parte del Reno, i tedeschi sono spesso concentrati sul respiro dell’Est e sulla propria pluralità interna, gli austriaci a volte si vedono come uno spazio di civiltà non pienamente riconosciuto, gli italiani hanno imparato a scuola a diffidare dei germanofoni, etc.

Il fatto è che abbiamo certo bisogno di uno storytelling europeo per il presente e per il futuro, ma questo non sostituirà mai (e non deve farlo, a mio avviso) i diversi racconti nazionali. E scrivere una storia europea del passato, in quanto europea nel senso nazionale,  è praticamente impossibile.

Abbiamo però bisogno di conoscerci, di essere curiosi gli uni degli altri, di arricchire le storie bellissime delle nazioni con il contatto con gli altri, di ampliare davvero il nostro spazio a spazio europeo, abbiamo bisogno di formare dei leader europei, a loro agio nel continente.

Questa curiosità non può che nascere negli anni dell’educazione, dei sussidiari, dell’apertura degli orizzonti. C’è un elemento ideologico in ogni programma di educazione, è vero, e quindi anche in quello che diciamo qui, ma mi pare che la curiosità dell’Europa debba essere coltivata negli anni delle scuole elementari e medie.

Perché non introdurre un’ora strutturata di Europa nelle classi elementari? Perché non introdurla su scala europea? Non servono ideologismi, basterebbe dedicarsi alle favole degli altri, alle filastrocche degli altri (ecco, magari non per forza Pierino Porcospino) e magari nelle lingue degli altri –  giusto per stabilire un contatto sonoro, non necessariamente per imparare la lingua – ai sapori, ai paesaggi degli altri, con l’unica finalità di rendere curiosi degli altri.

Perché non introdurre un’ora strutturata di Europa nelle scuole medie? Perché non raccontare elementi delle storie degli altri, di quelli che sono i nemici storici, di quelli che hanno vissuto eventi comuni in modo diverso, o di quelli lontani che hanno negli occhi e nella memoria storica altri paesaggi?

Discutere a livello europeo di un’ora di insegnamento dai 6 ai 13 anni in tutti i nostri paesi è una battaglia che si può fare e che può essere molto utile. In attesa di una storia europea, è alle storie europee – da quelle semplici e potenti delle filastrocche a quelle ben concrete delle narrazioni nazionali – che possiamo rivolgerci.