Aperti i bandi Marie Skłodowska-Curie Fellowship

Le Marie Skłodowska-Curie Actions sono un programma articolato di finanziamenti alla ricerca dell’Unione Europea. Io sono particolarmente affezionato ai cosiddetti Individual Fellowships, finanziamenti ai singoli ricercatori (stipendio e fondi di ricerca) all’inizio della carriera o in una fase più avanzata, che abbiano un progetto di ricerca innovativo e serio e che vogliano basarlo per due anni in un paese diverso dal proprio (si tratta di programmi di mobilità internazionale) sotto la supervisione di un professore e di una struttura che li ospiti. Sono particolarmente affezionato ai Marie Curie Fellowship perché ebbi la fortuna di vincerne uno e fu un momento chiave per la mia ricerca e per la mia carriera (se vogliamo chiamarla così).

Certo si tratta di una selezione molto rigida, che presuppone la scrittura di un progetto di ricerca che tenga conto di moltissimi fattori, con regole che vanno applicate bene, con caratteristiche che vanno studiate a fondo, con una coerenza con le linee di ricerca del supervisore (che è un vero e proprio co-applicant) e con le peculiarità organizzative e scientifiche dell’istituzione che accoglie, ma soprattutto con un’idea chiara del proprio percorso scientifico e delle proprie motivazioni, capacità e punti da migliorare. Insomma ci vuole entusiamo e lavoro, come sempre.

Proprio in questi giorni si aprono i bandi per i prossimi Marie Skłodowska-Curie Fellowship (chiuderanno i primi giorni di settembre).

Consiglio davvero a chi ha voglia di fare ricerca, ritiene di avere un profilo adeguato e un bel progetto da scrivere di contattare università europee e professori con cui avrebbe voglia di lavorare.

E naturalmente vale anche per chi si occupa di pensiero medievale e ha voglia di fare un’esperienza importante in Francia e in particolare a Strasburgo: contattatemi pure (ma non per informazioni sulla procedura, quelle le trovate sul sito dell’Unione Europea).

Matteo, sono tuo padre

Devo dire che ieri sera, vedendo l’intervista di D’Alema a “8 e mezzo”, ho pensato per un momento che avrebbe potuto davvero fissare lo sguardo in camera e dirlo: “Matteo, sono tuo padre”. Sarebbe stato bellissimo. E del resto la politica è una forma di letteratura. E come ogni letteratura, che sia scritta, o cinematografica, ha i suoi schemi, le sue attese, le sue logiche narrative, i suoi passaggi obbligati.

Certo il nostro sistema parlamentare non aiuta a raccontare grandi storie. I sistemi presidenziali sono più naturalmente produttori di storie, basti pensare agli americani, che però producono solo personaggioni, con quel presidenzialismo solare che ha come unico interlocutore il mondo, o ancora di più ai francesi con quel presidenzialismo sghembo e un po’ ombroso che crea al tempo stesso il presidente e il suo deuteragonista (di solito il primo ministro, ma non sempre), con tutti i colori della tragedia immanente, e un doppio turno capace di fare sgambetti e buttarla in comica, oppure pensiamo ancora a quelle monarchie che raccontano storie con il passo lungo delle generazioni.

Ma qui abbiamo una grande storia. Abbiamo un cattivo, D’Alema, che è stato oggetto degli sfoghi di tutti i militanti di sinistra dagli anni ’90 a oggi, talvolta a ragione, spesso a torto: abbiamo un cattivo che però è stato anche un buono, che ha inventato con altri il centrosinistra, che in certo senso ha inventato Prodi (buono non protagonista, in questa storia), che ha dato un volto e un esito progressista a una storia che lo precedeva. Ma è un cattivo che può essere anche molto cattivo, perché ha rifiutato di farsi da parte, con la stizza di chi non vuole più giocare il gioco, come dicono i francesi, di chi pensa “tanto peggio per la realtà”, del padre nobile che ha sistematicamente rifiutato di avere dei figli.

Poi abbiamo un buono, che è Renzi, perché questa storia è nata come la storia del buono che si alza in piedi di fronte ai cattivi e che non smette mai di tirare fendenti (come certi buoni Marvel che però sono cattivi) perché sembra che dai suoi fendenti dipenda il destino dell’umanità, e che però è chiaramente sedotto dal lato oscuro della forza.

La storia è già scritta, ma manca la scena madre. Allora mi chiedo: perché D’Alema invece di limitarsi a rilasciare interviste pungenti (ma anche un po’ lente, attenzione), non organizza la battaglia finale? Perché non costruisce una squadra forte (c’è molta gente forte in giro) con idee forti (e ce ne sono anche queste)? Perché non trova un modo strutturato per difendere quella sinistra degli anni ’90 e 2000 che ha messo in moto certi processi di rinnovamento e che ha fallito su certi fronti, ma su altri no? Chi altri se non lui? Perché non si candida personalmente? Perché non dà battaglia secondo lo schema classico della battaglia?

Io non credo che D’Alema possa vincere questa sfida contro Renzi, dal punto di vista elettorale e del consenso, ma una sua battaglia, se fatta davvero per vincere e non per nuocere, può dare un senso nuovo alla storia italiana degli ultimi vent’anni, ma può anche contribuire a un miglioramento delle idee in circolazione, a immaginare un nuovo orizzonte di riforme, a un’ulteriore coscienza del posto dell’Italia nei giochi esteri. Sarebbe comunque una vittoria. E un modo letterariamente splendido per chiudere la saga, aprendone forse altre, e in fondo facendo crescere la comunità della sinistra. La sostanza è quella e vorremma sentirla: Matteo, sono tuo padre.

 

Chi offre di meno? Alcune risposte

Il gruppo chiamato “Coordinamento delle ricercatrici e dei ricercatori non strutturati universitari”, autore del video che ho commentato qui, ha inviato direttamente alla redazione de Il Post un documento in cui spiega il video (che era già chiaro) e risponde ad alcune delle mie domande. In sostanza si ribadisce senza ulteriori spiegazioni il legame tra il definanziamento e la concorrenza sleale degli aspiranti assegnisti (e senza troppo interessarsi delle regole di assegnazione degli assegni e di altri contratti, che sarebbero invece secondo me il punto vero da discutere, se si fa riferimento a quanto il video ci mostra forse inconsapevolmente) e si risponde variamente alle domande. Posto qui di seguito il loro testo e i loro link, che confermano certe mie perplessità (per esempio sullo sciopero alla rovescia, che è un ottimo modo per far parlare – e quindi complimenti -, ma fa anche l’effetto distonico, certamente non voluto e non in relazione con quanto si vuole dire, dei vincitori per alzata di mano al ribasso del video che si mettono subito dopo la maglietta rossa per fare lo sciopero al contrario, cioè per protestare mantenendo le promesse fatte ciascuno al proprio professore e non scalfire il sistema di una virgola. Non credo che il gruppo di ricercatori precari abbia questo in testa e può darsi che forme di lotta meno ambigue siano poi possibili successivamente). Su altri elementi non commento, perchè mi pare gentile che siano loro ad avere l’ultima parola.

Felici per il dibattito che le nostre iniziative stanno suscitando, cogliamo l’opportunità offerta dall’articolo di Briguglia postato su Il Post, per rispondere alle domande che ci vengono rivolte.

Partiamo dal commento al video “Chi offre di meno?” in cui alcune colleghe e colleghi mettono in scena un’asta al ribasso. Di fronte a un professore che mette a bando un assegno di ricerca, i candidati si rendono disponibili a svolgere una serie di mansioni non previste dal contratto pur di lavorare. Nonostante sia stato scelto un registro ironico e paradossale, i contenuti sono molto seri. A chi ha avuto la pazienza di seguire il nostro percorso non sarà certamente sfuggito il collegamento tra le battute degli aspiranti assegnisti di ricerca e i risultati dell’indagine promossa dal Coordinamento, presentati nella nostra pagina facebook e durante l’assemblea nazionale che si è tenuta a Milano il 18 marzo. Nel video in questione un candidato si offre per “fare esami, ricevimenti studenti e seguire le tesi”: nel corso del 2015 gli assegnisti hanno partecipato ad oltre 32.000 commissioni d’esame e seguito 29.000 tesi. Un altro è disposto a “fare lezione”: il 90% degli assegnisti contribuisce alla didattica del proprio ateneo. I ricercatori precari fanno didattica in corsi di cui non sono titolari: nel 2015 il monte ore di didattica svolta da ricercatori precari è stato pari a 10 volte l’offerta formativa erogata dall’Università degli studi di Milano (lauree triennali). C’è chi si rende disponibile a “organizzare convegni”: il 97% delle ricercatrici e dei ricercatori non strutturati si occupa anche di mansioni amministrative (segreteria convegni, scrittura e rendicontazione progetti, …). E chi è disposto ad essere “reperibile 24 ore al giorno”: in un mese, le ricercatrici e i ricercatori non strutturati lavorano il 44% di ore in più rispetto a quanto previsto dalla Commissione Europea per i progetti Horizon 2020. C’è perfino chi dice “inizio a lavorare adesso e vado avanti anche dopo la fine del contratto”: abbiamo stimato che il lavoro non retribuito degli attuali assegnisti superi i 66.000 mesi. Il lavoro gratuito svolto dagli assegnisti è pari ai mesi di lavoro di tutti i dipendenti di Regione Toscana e Regione Lombardia in un anno. Questo video, come l’indagine e lo sciopero alla rovescia, hanno l’obiettivo di rendere visibile il lavoro di ricerca soprattutto agli occhi di chi non lo considera tale, come per esempio il ministro Poletti che è d’accordo nel non riconosce l’estensione della DIS-COLL ai dottorandi e agli assegnisti nonostante questi versino i contributi all’INPS, perché secondo lui il contratto dell’assegnista è “fortemente connotato da una componente formativa”.

Per tornare alle osservazioni di Briguglia, siamo proprio certi che non ci sia relazione tra definanziamento delle università e precarizzazione del lavoro di ricerca? Noi siamo convinti del contrario. Ci sembra evidente come il disinvestimento nelle politiche formative da parte dei Governi che si sono susseguiti negli ultimi 8 anni abbia generato un progressivo indebolimento di tutto il sistema universitario che ha portato a una precarizzazione del lavoro (ricercatori, docenti e personale tecnico amministrativo) e a un’erosione del diritto allo studio degli studenti universitari. Non sarà certamente l’unica spiegazione possibile, ma due dati ci colpiscono molto: dal 2009 ad oggi il finanziamento pubblico delle università è diminuito del 9,9%; nel 2015 metà del personale universitario ha un contratto di lavoro precario. Il Coordinamento non chiede un posto fisso per gli attuali ricercatori precari, come lascia sottintendere Briguglia. Sebbene il diritto al lavoro sia sancito dalla Costituzione, il discorso che da più di un anno stiamo cercando di portare avanti non riguarda soltanto le traiettorie di vita degli attuali precari (battaglia più che legittima), ma l’idea di una Università pubblica e di qualità. Se Briguglia avesse avuto la bontà di leggere i nostri documenti e le nostre proposte, avrebbe certamente letto che:

  1. il tema del reclutamento è urgente e necessario per poter mantenere un rapporto docente/studente che sia nella media europea (l’Università non è solo ricerca, ma anche didattica!). Nei prossimi cinque anni andranno in pensione 20.000 docenti. Non stiamo chiedendo un posto fisso, ma un’Università pubblica che sia in grado di offrire un servizio di qualità. Ricordiamo infatti che in Italia ci sono 19 studenti per ogni docente: il rapporto meno vantaggioso d’Europa;
  2. siamo perfettamente consapevoli del fatto che non tutti i dottori di ricerca potranno essere assorbiti dal mondo accademico, per questa ragione chiediamo che venga riconosciuto il valore legale del titolo di dottore di ricerca in modo tale da poter immaginare percorsi lavorativi anche al di fuori delle Università (enti locali, scuole, ministeri) e contribuire con il lavoro di ricerca al benessere delle nostre società.

Per concludere, proviamo a rispondere alle domande che ci vendono rivolte.

Volete davvero più assegni così, senza cambiare una virgola nel modo di attribuirli? Evidentemente non vogliamo più assegni, men che meno a queste condizioni, chiediamo, invece, che tra il dottorato e la docenza ci sia una sola figura pre-ruolo e che i contratti di lavoro abbiano gli stessi diritti e le stesse tutele a prescindere del ruolo occupato all’interno dell’Università.

Perché non proponete altri modi di fare quei concorsi-farsa che sono quelli degli assegni di ricerca, e via via fino ai concorsi da ricercatore e da professore? Il tema del reclutamento non è banale e diverse sono le sensibilità. Come Coordinamento non abbiamo ancora elaborato una posizione comune, ma siamo convinti che per superare l’attuale modello di cooptazione è necessario garantire: una maggiore trasparenza nelle procedure, la rappresentanza dei ricercatori non strutturati all’interno degli organi decisionali degli Atenei e una maggiore responsabilità diretta di docenti e/o Consigli di dipartimento nella selezione del futuro corpo docente. È un tema delicato e per fortuna il dibattito è ancora aperto.

Non sarebbe più coraggioso e più incisivo fare uno sciopero? Abbiamo già risposto a questa domanda e trovate le nostre riflessioni sul sito del coordinamento. Tra le altre cose lo sciopero alla rovescia ha avuto il merito di rendere visibile e dicibile la nostra condizione e trasformare il rumore delle nostre individualità in un discorso pubblico e collettivo. Anche grazie allo sciopero alla rovescia abbiamo reso la nostra “condizione” di precari, un “movimento” dei precari, passaggio necessario per immaginare anche altre forme di protesta che non tarderemo ad organizzare.

Siete contro la valutazione della ricerca vostra e dei vostri professori? Siete contro l’abilitazione scientifica? Siamo contro questa valutazione e contro quelle agenzie che la riproducono, ma non abbiamo nessun problema ad essere valutati. Consapevoli del fatto che possiamo far ricerca grazie a dei finanziamenti pubblici, render conto del nostro lavoro è un dovere. Quello che chiediamo sono nuove pratiche valutative che siano in grado, tra le altre cose, di valorizzare la collaborazione e l’impatto sociale della ricerca, le differenze tra gli ambiti e i settori di ricerca, l’internazionalizzazione, la complessità dei sistemi universitari. Ecco perché continueremo ad opporci alla logica meritocratica che si utilizza per giustificare l’attuale modello di valutazione. In primo luogo perché crediamo che il merito favorisce competizione e individualismo, mentre la ricerca è un processo collettivo che richiede collaborazione; in secondo luogo perché nasconde una pratica premiale e opaca che da una parte alimenta un modello di ridistribuzione delle risorse profondamente ingiusto e dall’altra ci chiede di modificare le nostre pratiche di ricerca a partire da parametri e criteri solo apparentemente e strumentalmente oggettivi.

Più che dalle certezze, anche noi siamo animati da domande, per questa ragione abbiamo lanciato e ci siamo impegnati nella scrittura di una Carta della Ricerca e dell’Università Pubblica. Un percorso aperto e condiviso con le altre componenti che animano le nostre università; chiunque, con i suoi consigli e le sue domande, è il benvenuto

COMETH

È nato il gruppo di ricerca COMETH (Conceptions of Medieval Thought) – finanziato dall’Institut for Advanced Studies di Friburgo i.B. – che federa studiosi della filosofia medievale delle università di Friburgo, Basilea e Strasburgo.

Capofila del progetto è il dipartimento di filosofia di Friburgo, in particolare Catherine König-Pralong e Nadja Germann. Gli altri membri effettivi sono il dipartimento di filosofia di Basilea, in particolare Ueli Zahnd,  i dipartimenti di teologia cattolica, con Isabel Iribarren, e di filosofia, con il sottoscritto, dell’Università di Strasburgo.

Le principali discipline di ricerca, come si vede dalle competenze dei membri del gruppo, sono la filosofia medievale, latina e araba (e anche nelle lingue volgari), la storia della teologia medievale e della prima modernità, ma il primo progetto di indagine comune, già in corso e che coinvolge un numero molto più ampio di ricercatori, ha come oggetto generale i linguaggi e i metodi della filosofia medievale.

A noi interessa soprattutto fare ricerca, ma non ci sfugge il valore dell’integrazione europea, il passaggio di competenze tra paesi e città (che in questo caso costituiscono un’area di ricerca e di attività sempre più ravvicinata, benché dislocata in tre nazioni), la capacità federatrice della ricerca e speriamo anche, in un prossimo futuro, l’arrichimento della formazione e dell’insegnamento in uno spazio comune tra paesi diversi.

 

Cari precari della ricerca, forse state sbagliando

Lungi da me l’idea di attaccare i ricercatori precari, di produrre fuoco amico o di negare le ragioni di certe proteste. Sono anch’io convinto che ci vogliano più risorse, più ricercatori, meno precariato (e ci mancherebbe altro). Ma devo anche dire che il video che sta circolando in questi giorni sui social, qui sotto, mi sembra di fatto un grande autogol.

Un gruppo di candidati ad un assegno di ricerca (la prima tappa di lavoro di ricerca dopo il dottorato) si scatena in un gioco a chi offre di meno di fronte a un banditore che rappresenta il professore medio (peraltro interpretato da un vero professore, che è anche bravo) che non ha neppure bisogno di ricattare i suoi aspiranti ricercatori, perché sono loro che spontaneamente si lanciano in un gioco al ribasso che, purtroppo, fotografa molto bene la situazione dei dipartimenti universitari. Secondo i ricercatori precari questo gioco al ribasso sarebbe l’effetto del “definanziamento dell’università”, e quindi ci sarebbe da pensare che moltiplicando le risorse, gli assegni di ricerca, i posti, l’indecoroso meccanismo che il video mostra così bene sarebbe destinato a sparire. Ma c’è davvero una relazione? In nessun paese del mondo verrebbe dato un posto da ricercatore, o un assegno di ricerca, a tutti quelli che in quel video aspirano ad averlo. Il contratto verrebbe però dato, in linea di principio, a chi tra loro per risultati, attitudini, capacità, potenzialità fosse giudicato il più idoneo. Senza selezione non c’è ricerca, per le caratteristiche stesse di un mestiere che non è facile e si nutre di diversità, di coraggio e di impegno. Quello che il video dei ricercatori precari mostra, mi pare involontariamente, è caso mai che ciò che manca alla radice è una competizione leale e nel merito. Nel contesto di quel video è assolutamente chiaro che se ci fossero due assegni al posto di uno verrebbero attribuiti con i metodi del banditore-professore, premiando il gioco al ribasso di chi non necessariamente ha i numeri per fare ricerca. A vincere sarebbero i soliti esponenti della casta dei poverini.

Finanziare un sistema come quello italiano è necessario e prioritario, perché troppi tagli sono stati fatti. Ma volete davvero più assegni così, senza cambiare una virgola nel modo di attribuirli (perché il banditore del video non ha niente a che vedere con i tagli, ma con l’assenza di regole e del loro rispetto)? Perché non proponete altri modi di fare quei concorsi-farsa che sono quelli degli assegni di ricerca, e via via fino ai concorsi da ricercatore e da professore? È davvero efficace lo sciopero alla rovescia di queste settimane, cioè il continuare a svolgere attività che non dovete svolgere (e che sono esattamente quelle stigmatizzate nel video), tenendo in piedi così il sistema che dite di voler attaccare? Non sarebbe più coraggioso e più incisivo fare uno sciopero vero (preciso però che lo sciopero alla rovescia è stato lanciato dai precari per protestare contro la mancata estensione dell’indennità di disoccupazione agli assegnisti)?

Mi rendo conto, non è facile e forse neanche possibile, ma allora oltre a proporre un aumento dei posti a vostra e nostra disposizione (che va bene), aiutiamoci tutti a pensare a un’altra università possibile. Siete contro la valutazione della ricerca vostra e dei vostri professori? Perché non proponete al ministero di essere giudicati per la ricerca svolta e per le vostre idee (ne avete, non sono ironico)? È vero, la valutazione ha anche degli inconvenienti, ma perché non proponete dei modi per migliorarla? Siete contro l’abilitazione scientifica? Contro uno standard minimo per partecipare a quei concorsi che non devono essere vinti al ribasso? Vi pare inaccettabile che le risorse siano distribuite a università e dipartimenti anche seguendo le vie del merito, fatti salvi altri fattori minimi da mantenere? La ricerca pubblica nei prossimi decenni potrà resistere e essere forte se sarà forte l’idea che di essa se ne farà la società, se riusciremo tutti insieme a farne capire il valore, il ruolo pubblico e la trasparenza del suo funzionamento.