Il discorso del presidente

Uno degli sport preferiti dagli italiani per l’ultimo dell’anno e i primissimi dell’anno nuovo è il tiro al piccione sul discorso di auguri del presidente. A volte siamo strani, noi italiani. Da un lato ci piace avere un presidente un po’ nonno, un po’ in poltrona, lontano dalle polemiche, dall’altro lo rimproveriamo di non risolvere tutti i problemi dell’universo, come fosse l’esecutivo. Da un lato lo vogliamo sopra le parti (le nostre), dall’altro lo vorremmo vedere attaccare tutti quelli che non ci vanno a genio. E tutto questo di solito lo vogliamo nel discorso di fine anno. Come se non fosse un semplice discorso di auguri, con un breve stato delle cose a volo d’uccello, come se non fosse per sua natura un discorso che assomiglia di più a un discorso del papa invece che a un discorso del capo del governo. E naturalmente vogliamo un discorso di “alta moralità”, per poi poterne attaccare la mancanza di realismo. (Un discorso di alta moralità lo fece Napolitano, ma non a fine anno, bensì in parlamento, nel 2013, in conseguenza delle sue decisioni, quando la stragrande maggioranza dei deputati lo applaudì, gli italiani gonfiarono il petto, i partiti presero degli impegni e poi piano piano lo si gabbò).

Insomma quello di fine anno per gli auguri è diventato il discorso impossibile (al di là del fatto che spesso, nel loro genere, sono dei buoni discorsi, come quello di Mattarella, che ha avuto anche il pregio di una certa velocità di prosa e di sintassi), il discorso che non si capisce bene a chi sia rivolto, che non è pienamente capito né dai giovani, né dai vecchi, che ha sempre un che di passato e che ha troppe parole scontate.

Ne ricordo a mia memoria solo uno del tutto adeguato all’insolubilità del rompicapo, quello di Cossiga del 1991, quando in tre minuti di sintassi da prima repubblica spiegò che il discorso non lo voleva fare (non per capriccio, ma per una dialettica molto dura in quel momento con le forze politiche refrattarie alle riforme).

Chi legge questo blog sa però che io sono interessato molto anche alla politica d’oltralpe. Ricordo allora uno dei discorsi più evocativi, per un dettaglio, dell’ultimo grande presidente francese, Mitterrand.

Il discorso è quello del 1994, l’ultimo. Il presidente era consapevole che la sua malattia – della cui gravità i francesi erano stati tenuti il più possibile all’oscuro – era ormai entrata nell’ultimo stadio e in un modo un po’ criptico, con allusioni misteriose, il presidente in quel discorso annunciò la sua morte (qui di seguito al minuto 7:30).

 

“L’anno prossimo sarà il mio successore a farvi gli auguri – dice Mitterrand -, là dove sarò l’ascolterò, con il cuore pieno di riconoscenza per il popolo francese che per così tanto tempo mi ha affidato il suo destino e sarò pieno di fiducia in voi. Credo alle forze dello spirito e non vi lascerò”.

Credo alle forze dello spirito e non vi lascerò. Una dichiarazione di fede? In cosa? Che significa? Tante cose sono state dette su questo congedo. Qualche mese fa un libro a fumetti, Mitterand. Requiem, di Joël Callède, partiva proprio da queste frasi, messe su tavola, dell’ultimo discorso di Mitterrand per indagare in modo immaginifico gli ultimi pensieri del presidente.

Buone feste ai neopapà e alle neomamme

In questi giorni tutti fanno gli auguri a tutti – lo so, ormai è molto kitsch pure questo -, ma a me quest’anno è venuta voglia, diciamo per motivi autobiografici, di fare gli auguri ai nuovi papà (appunto) e alle nuove mamme.

In particolare vorrei fare gli auguri di buone feste a quei neopapà e neomamme che hanno sempre odiato i clan di neomamme e neopapà che non parlano altro che di bambini, pappe, passeggini, ovetti (e datevi una calmata!) e che adesso conoscono a memoria il catalogo di pappe, passeggini e ovetti e li spiegano agli amici a cui non frega niente.

Buone feste a quelli che non vedevano l’ora di fare la battuta “Luke (o X, o Y), sono tuo padre!”, anche nella variante “…sono tua madre!”. La battuta l’avete fatta, mo’ basta, grazie.

Tanti auguri a quelli e quelle che si sono accorti che il famoso viaggio a Cuba, che devono fare da vent’anni da un momento all’altro, ormai non lo faranno più: rassegnatevi, lo farà prima vostro figlio.

Buone feste a quei papà che avevano giurato che non avrebbero mai cambiato un pannolino in vita loro e infatti non uno, ma un milione, ne devono cambiare.

Tanti auguri, buone feste e la mia piena solidarietà a quelli e quelle che non hanno capito se il cappellino bisogna toglierlo o bisogna lasciarlo, se tutta questa storia del “contenimento” un giorno finirà o è una maledizione incancellabile, a chi non ha capito a che diavolo serve il cuscino d’allattamento, a quelli che quando hanno visto che esiste il materasso antisoffocamento hanno esclamato “Cazzo, ma allora può soffocare davvero!” e allora hanno comprato anche la radiolina antisoffoco.

Buone feste a quelli che hanno appena finito di pagare il mutuo e ora cominciano con l’asilo e si accorgono che l’asilo costa quasi di più.

Auguri a quelli che si sono riappacificati con i genitori, perché si sono accorti che senza i nonni si è già persa la battaglia, e a quei papà che dopo un mese dalla nascita non sono più tanto sicuri di volersi battere per il congedo di paternità obbligatorio.

Buone feste agli inventori di quelle app che a ogni quesito rispondono in modo molto rassicurante “Non vi preoccupate, è tutto normale”. Vorrei solo chiedervi: siete sicuri che sia tutto normale?

Buone feste a quelli che hanno fatto un figlio all’estero e ora temono che la prima parola la dirà in inglese (o in tedesco, o in francese…) e a quelli che hanno fatto un figlio all’estero con una madre o un padre non italiani e con cui si esprimono in una lingua terza e ora hanno la certezza matematica che non ci capiranno niente.

Tanti auguri a quelli che durante la notte, sul divano, con il mal di testa, cominciano a rivalutare la figura e l’opera di re Erode il Grande.

Soprattutto vorrei augurare buon Natale e buone feste – sì, sì, lo so, è kitsch, chiedo venia, ma in fondo il Natale è proprio la festa della nascita – a tutte le bambine e i bambini nati quest’anno in questo nostro paese (e anche fuori!). Vivranno gran parte della loro vita in una terra per noi incognita, forse ce ne diranno di tutti i colori per il mondo che gli consegneremo, forse invece troveranno soluzioni.

Forse fra cinquant’anni penseranno a questi anni ’10 con la nostalgia con cui si immagina il passato di altri, con la malinconia della storia che precede la loro storia.

In ogni caso io auguro a tutte queste bambine e bambini di vivere pienamente il loro tempo, che sta cominciando e che si dispiegherà sempre di più, e di viverlo insieme, anche come generazione. E per ora ci sono le loro mamme e i loro papà che li accompagnano.

 

 

 

Riforme istituzionali. Ricominciare da capo

So che non è più il momento di parlare di riforme istituzionali. Adesso si scatenerà il dibattito sulla legge elettorale (come è giusto, visto che pare che non ci sia una legge per andare a votare).

Tuttavia pensare che una legge elettorale, qualsiasi essa sia, possa da sola risolvere i problemi di governabilità del nostro paese è solo una favola che ci tranquillizza. Basterebbe ricordarsi di quante maggioranze stravittoriose si sono sgretolate nel giro di poco tempo (e pur lasciando da parte il problema tragico delle due camere con maggioranze diverse).

Neppure il Berlusconi fiammeggiante degli anni 2000 con le sue maggioranze schiaccianti è riuscito a rimanere in sella, neppure il pentapartito d’acciaio e inamovibile di quella che penosamente chiamiamo “prima repubblica” (come se davvero ce ne fosse tecnicamente una seconda o una terza, altra favola) è mai riuscito a garantire lo stesso governo per più di pochi anni o mesi.

E quante volte abbiamo sentito, e forse ripetuto, la favola che la colpa dell’instabilità dei governi è degli italiani e dei loro politici, e in particolare della nostra mancanza di morale pubblica, del fondo limaccioso e corrotto della nostra coscienza collettiva.

Sarà vero? Può darsi. Ma se in 70 anni abbiamo avuto 62 governi allora dobbiamo attribuire questa mancanza di morale anche alla generazione dei partigiani, alla generazione di quelli che hanno consolidato il paese nei vent’anni dopo la guerra, alla generazione del boom economico, alla generazione degli Spadolini (a proposito di governi fotocopia) e dei Pertini, alle generazioni di chi ha fatto crescere l’economia italiana e le ha dato proiezione mondiale.

Io non credo all’inferiorità morale degli italiani. Credo che sia giunto il momento di ripensare i rapporti tra potere esecutivo e potere legislativo (la riforma di Renzi non toccava minimamente questo punto) e che non sarebbe una bestemmia dare agli italiani la possibilità di eleggere il proprio governo – in una forma o in un’altra -, come succede in tanti paesi democratici.

La paura che il popolo italiano non sappia scegliere il proprio governo – e in virtù della sua presunta coscienza morale pubblica diminuita – poteva forse appartenere all’epoca di uscita dal fascismo, ma oggi serve solo a garantire le caste politiche. E i riti della salita al Quirinale, delle consultazioni, della porta chiusa che si apre, tutti gesti ai quali siamo grati e affezionati, simboleggiano però anche quel non toccare palla dei cittadini nella decisione di chi li deve governare.

Ma – si dice da decenni – se il popolo votasse il governo, diciamo per ipotesi il presidente, vincerebbe Berlusconi, dimenticando che Berlusconi è stato a galla per quindici anni proprio grazie al nostro sistema; vincerebbe Grillo, si dice, ma Grillo vincerà comunque e senza responsabilità (noto anche che Le Pen, che ha più voti di Grillo, in un sistema come il nostro sarebbe già al governo e in quello francese ha scarse possibilità di diventare presidente); vincerebbe Renzi, dicono altri, ma Renzi senza nemmeno essere stato eletto ha presieduto il quarto più lungo governo di questa repubblica. E poi, soprattutto, governi colui che gli italiani vogliono che governi. Con un sistema di contrappesi, ovvio, con un sistema di garanzie democratiche, naturalmente, ma con la piena responsabilità davanti al popolo italiano e del popolo italiano.

Adesso tutti parleranno della legge elettorale e delle sue favole, che daranno altri tre governi nella prossima legislatura, mentre il paese imbocca un piano inclinato di inanità, ma il problema della governabilità non sarà risolto ed è un problema connaturato alla nostra costituzione.

C’è un paese che si è reso conto di tutto questo – anche grazie agli sforzi del governo uscente – che vuole cambiare, che vuole essere orientato (sì, orientato come diceva Moro, e non pedissequamente seguito, come diceva Andreotti). Se quella parte di paese è minoritaria – e secondo me non lo è -, allora questa è una battaglia politica che vale la pena di fare, con proposte convincenti, chiare, nette, spiegando i problemi veri, senza dire bugie, neppure a fin di bene. Non è una battaglia univoca, non è di pertinenza di una sola parte politica, anche perché le soluzioni sono molteplici.

Fra poco ci saranno le elezioni. Spero che i partiti e le forze politiche non temano di presentare progetti di riforme costituzionali su questo punto cruciale e non abbiano paura di sedersi attorno a un tavolo, anche se il clima è di totale sfiducia e slealtà, per trovare una soluzione, tra le tantissime possibili.

 

Io voto Sì

Spero che nessuno si offenda e si indigni se esprimo la mia opinione di voto per il referendum, che è molto semplice: voto Sì a questo referendum perché non voglio che ne arrivi un altro in cui voterò no.

Diciamo la verità, chi è convinto di votare No può serenamente votare No, chi è convinto di votare Sì, può serenamente votare Sì.

La riforma forse migliora alcuni punti, certi difetti della vecchia costituzione rimangono, ma certamente non è in gioco la democrazia, non ci sono “derive autoritarie”, “uomini soli al comando” (povero Fausto Coppi, preso sempre per Mussolini…).

Le cosiddette discussioni “nel merito” ci tranquillizzano in ogni caso, quale che sia la posizione.

Detto questo, a me sembra chiaro che una vittoria del No segnerebbe il ritorno sulla scena di forze come la Lega e come il partito di Grillo.

Quelli che votano No per poi far partire una stagione di riforme di sinistra rischiano di essere degli illusi. Quelli che votano No per far partire una stagione di riforme moderate, cioè di centrodestra, secondo il nostro lessico nazionale, rischiano di essere degli illusi.

Non vedo ancora nella sinistra antigovernativa italiana (ed europea) un progetto reale e maturo, concreto. Il dibattito c’è, qualche idea anche, ma francamente non riesco a immaginare un governo di sinistra-sinistra (ammesso e non concesso che stiamo parlando di sinistra-sinistra…) alternativo a quello attuale e con il nostro sistema parlamentare.

Oltre alle evocazioni astratte e confuse della personalità di Sanders – che rimane una figura di riferimento proprio perché ha perso (Tsipras vincendo è declinato nell’immaginario di questa sinistra e prima di lui tutti gli altri, compreso Obama) –  non vedo una linea chiara. Ci sarà, ci potrà essere, ma pensare che dopo il No si passerà da Renzi a Fassina, che riporterà la democrazia, la giustizia e lo sviluppo, è uno scenario che non esiste.

Così come non sembra plausibile che emerga automaticamente una linea di destra dialogante, liberale, alla Parisi. Quella linea non è ancora nelle cose, non è matura.

Si passerà piuttosto a Brunetta, a Salvini, a Grillo, a Santanché.

Certo la linea del governo attuale può non essere quello che molti si erano immaginati e lo spazio di azione è oggettivamente molto stretto. Il nostro sistema politico e istituzionale è peraltro molto complicato e farraginoso – lo sarà anche con la riforma -, perché è stato concepito per interdire. Ogni 10-15 anni sembrano però aprirsi degli spazi di cambiamento, difficoltosissimi e sdrucciolevoli. Poi la porta si richiude velocemente, come si chiuse il primo governo Prodi, per una spaccatura della maggioranza, per un’elezione storta, per interessi e timori. Sono tutte motivazioni legittime per chiudere una porta, ma  il nostro sistema le enfatizza e le rende quindi ostacoli permanenti.

La strettezza, ma anche la possibilità, di una linea di azione che si deve fare spazio tra percorsi obbligati e scogli nuovi è stata secondo me mostrata bene in un articolo di Marco Simoni, che è consigliere economico di questo governo. Come il mondo nuovo sia radicalmente nuovo e come ogni linea riformista, o anche semplicemente ogni linea di azione sensata, sia minacciata da forze alla Trump lo spiega Giuliano da Empoli – anch’egli consigliere del governo – in un articolo che non ha nulla di banale e la cui lettura è molto utile.

Una vittoria del No può chiudere la porta di un processo di cambiamento, difficoltoso e lento, che a me pare esistere e che è peraltro compatibile con una certa parte dei progetti politici di alcune della forze che votano No.

Non è detto che la partita sarebbe chiusa per sempre, ma la vittoria del No potrebbe volere dire una vittoria di Lega e Grillo che ci farebbe ancora una volta perdere molti anni e, nel momento storico in cui ci troviamo, potrebbe essere davvero fatale.

Del resto i paesi cambiano volto in un momento – chi avrebbe immaginato una fascista in testa ai sondaggi di un paese come la Francia? chi avrebbe considerato un Trump presidente? chi avrebbe previsto una ripresa di influenza della Russia sull’Europa democratica? – così come cambiano le generazioni che, lo sappiamo, non sono tutte importanti allo stesso modo. E questa generazione, la nostra di tutti noi che siamo qui, rischia di colpo di diventare maledettamente importante.

Sia Salvini che Grillo concepiscono il No certo non come una difesa della costituzione – vorrei ricordare che l’articolo 1 dello statuto della Lega Nord dà come obiettivo la divisione dell’Italia, quanto di più anticostituzionale si possa pensare -, ma come una tappa fondamentale per una presa del potere in stile Trump e Farage, Johnson e Le Pen.

Tutta la campagna elettorale conseguente alla vittoria del No sarà la proposta di un referendum per uscire dall’Europa (loro diranno “uscire dall’euro”), così come è stato per il Regno Unito e come è in Francia con la Le Pen. Diciamo quindi, con una formula, che voto Sì al referendum di dicembre perché non voglio che ci sia un referendum l’anno prossimo in cui votare No, quello per la rottura dell’Europa e l’affondamento dell’Italia.

Tutto si può fare, certo, anche uscire dall’Europa. Ma non per essere più fragili, non per essere più soli, non per essere più deboli preda dei più forti.

Soprattutto non si può dare credito a forze che hanno da sempre tentato, in particolare la Lega per ragioni cronologiche, di indebolire il nostro paese, di dividerlo, di farlo tornare indietro. Non si può dare credito a forze che seminano odio, balle, bufale per ragioni di semplice calcolo di convenienza. Con queste forze bisognerà sempre di più fare i conti, assumendosi delle responsabilità, per evitare che affondino il paese.

Ecco, io dico che “nel merito” chi ha deciso di votare No può serenamente votare No, chi ha deciso di votare Sì può serenamente votare Sì.

A chi non ha deciso o non sa se votare o non votare, direi di pensare anche alle particolari conseguenze di questo particolare voto.