L’arlecchinata di Grillo

Beppe Grillo spara anche la cartuccia della dissoluzione dell’Italia ed evoca il ritorno all’”identità  di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia e il Regno delle due Sicilie”.  Non è chiarissimo che cosa intenda: Grillo parla di macroregioni, poi paventa referendum di cittadini lombardi che stufi dell’Italia vorranno un giorno unire la Lombardia alla Svizzera, di Altoatesini che si annetteranno all’Austria (nel caso, più plausibile).

Non è neppure chiaro quanto indietro si debba tornare nell’immaginare il nuovo assetto istituzionale post-unitario. Del resto la Repubblica di Venezia, che fu davvero uno stato glorioso e dalle caratteristiche straordinarie, al momento dell’unità italiana era morta e sepolta. E poi chiederemo la riannessione a Venezia di Dubrovnik e Cipro e di un quartiere di Bisanzio? E il Regno delle due Sicilie, lo sa Grillo che era costituito da due regni distinti sotto la stessa corona? Come lo riesumiamo, col doppio regno o lo dividiamo in due? Chiediamo l’intervento angioino o borbonico? Al papa restituiamo qualcosa? Non si sa.

Si sa solo che l’Italia, dal 1861, per la storiografia grillina ha prodotto solo disastri, guerre coloniali (Francia, Gran Bretagna, Spagna, Belgio, Olanda invece no?), ha dato vita al fascismo (la Germania no?), guerre mondiali (il mondo no?). Ci siamo così tanto legati a una visione declinista del nostro paese che ci dimentichiamo che 150 anni fa il Regno Unito era un impero che governava il 25 per cento del mondo, la Francia possedeva mezz’Africa (la chiamavano ancora in tempi recentissimi la Françafrique), per non parlare degli Austroungarici e degli altri. Intendiamoci, si tratta anche questa di una ricostruzione fatta con l’accetta, ma sarebbe bello un giorno fare un grafico per capire quale tra i paesi europei negli ultimi 150 anni è declinato di più e quale è avanzato di più in termini di civiltà e prosperità. La verità è che Grillo chiama con disprezzo l’Italia “un’arlecchinata di popoli, di lingue e di tradizioni” senza rendersi conto che è proprio quello il cuore positivo della nostra convivenza unitaria.

Quello che invece è chiaro è lo schema ingenuo, che è tipico del dibattito degli ultimi vent’anni, che si applica ogni volta che si parla di smembramento del paese: non avendo la minima idea su come risolvere i problemi oggettivi dell’Italia, ci si inventa una divisione in tante piccole Italie che, per definizione, non hanno problemi, non hanno debito pubblico, hanno sistemi bancari perfetti, hanno titoli di stato che si vendono come quelli della Germania, non delocalizzano, non hanno disoccupazione, hanno una politica estera. Insomma si fa tacitamente pensare che tutte quelle riforme che l’Italia non è riuscita a fare a causa delll’incrocio conservatore degli interessi di categorie, di corporazioni, di gruppi e, semplicemente, degli italiani che badano solo al proprio particolare, riusciranno a essere fatte dalle Padanie, dalle repubbliche venete e sarde, come se padani, veneti, sardi (e tutti gli altri), cioè gli italiani, per magia diventassero altro da quello che sono.
È il sogno, un po’ cialtrone, di una palingenesi regionale, di una dilazione sine die dello sforzo di riforma di cui il nostro paese arlecchino ha bisogno ora o non farà mai più.

Temo tuttavia che il post di Grillo sia anche meno epico di tutto questo. Esauritasi con gli scontrini e con le espulsioni la missione moralizzatrice grillina, presentato vuoto per le elezioni europee il paniere dei risultati dell’armata a 5 stelle in parlamento, persa quasi ogni fascinazione sull’elettorato di centrosinistra e di centrodestra, Grillo attacca uno dei pochi spazi rimastigli, gli elettori della Lega.

Venezia, i Borbone, Arlecchino, la storia colorata e ricchissima della nostra penisola, come al solito vengono convocati non per quello che hanno di più positivo e creativo, ma per fare due saltelli sul palco della commedia dell’arte di una politica sempre più piccola.

Che fai, li ricacci?

Il fatto che Grillo si trovi in difficoltà e sia stato costretto dal primo minuto a inseguire gli eventi, è a mio avviso determinato in primo luogo dalla sua incomprensibile e irreparabile decisione di non candidarsi personalmente. Questa decisione l´ha costretto alla linea degli scontrini, del prendere tempo, della gestione (impossibile) dei gruppi parlamentari, al non riuscire a capire verso dove orientare la sua politica perché troppo assorbito in un difficile controllo, alla paranoia come governamentalità. Ma in parlamento succedono cose e l´elemento relazionale è anche cognitivo. Pur non avendo facoltà profetiche, l´avevo scritto più di un anno fa,cioè addirittura prima delle elezioni, quando si dava il PD vittoriosissimo e quando si pensava che il M5S sarebbe stato compattamente nelle mani di Grillo (e non si conosceva neppure uno dei suoi candidati), a maggior ragione mi pare vero oggi. Ripropongo di seguito il post (che si intitolava “Che fai li cacci?).

Il titolo del post è un po’ provocatorio, ma la questione no e la curiosità sincera. C’è una cosa che non capisco nella strategia del movimento di Grillo (cioè di Grillo), dovuta all’assenza di gerarchia e al fatto che Grillo non s’è candidato. Com’è possibile mantenere il movimento senza organigramma e al tempo stesso tenerlo unito, una volta che ci saranno una settantina di deputati e Grillo non sarà presente in parlamento? Ci vorrà un capogruppo, è obbligatorio. Ci vorranno dei membri di commissione, altrimenti non fai neanche opposizione. Ci saranno forse anche dei presidenti di commissione. Qualche dichiarazione di voto in parlamento bisognerà pur farla. Insomma si creeranno per forza dei pesi interni, emergeranno necessariamente delle personalità, un po’ di organizzazione interna e certamente un minimo di gerarchia carismatica, fa parte del funzionamento di ogni lavoro complesso. Non essendoci Grillo in parlamento a qualcuno bisognerà fare riferimento. Inoltre la paura di essere espulsi non ci sarà, perchè per cinque anni – tempo enorme in questi casi – i grillini eletti saranno sicuri della loro funzione parlamentare. Quanto può restare unito a un leader che non è tecnicamente in campo un gruppo di 70 persone con queste responsabilità? Direi di più: quanto può restare unito al suo interno? Quanto tempo può resistere alle forze centrifughe della differenza di opinioni, dell’uno vale uno, della consultazione in rete, della non ricattabilità, in assenza di una gerarchia vera e di un leader lontano e senza ruoli?

Il caso italiano

Il 27 e il 28 Marzo, presso la British School di Roma, discuteremo tra gli altri con Antonio Scurati e Wu Ming 2 di cultura italiana, con un taglio particolare: “Reassessing global questions through the peculiar Italian case” (c’è un piccolo errore sulla mia affiliazione, che resta l’Università di Vienna). L’incontro è organizzato da Jennifer Burns e Fabio Camilletti con l’Università di Warwick e la Society for Italian Studies, che ringrazio per l’invito. Se siete a Roma ci vediamo lì.

Guelfi (non solo Milano)

L’Italia è proverbialmente le terra dei Guelfi e dei Ghibellini, si sa. Il loro contrasto è diventato figura e sinonimo di ogni perenne litigiosità italica, di irriducibile spirito partigiano, di costitutiva disunità. Ma si tratta di un fenomeno storico e ideologico molto complesso. I termini appaiono nella prima metà del Duecento, quando tutto il complesso sistema politico della Penisola italiana è messo sotto inaudita pressione dal  cozzare violento dei poteri “universali”, il papato e l’impero. Essi designano le fazioni che si richiamano al papa o all’imperatore e poi sempre di più i network di interessi concorrenti, ma a volte anche parzialmente sovrapponibili, di fazioni, famiglie, città, aree, che non solo competono per il potere cittadino, ma costituiscono una filiera di alleanze a mutuo supporto in riferimento al papa e agli Angioini del regno di Napoli, cardine del guelfismo, o ai vicari imperiali e all’imperatore, nel caso dei ghibellini.

Qui di seguito il resto del mio articolo di oggi per il domenicale del Sole 24 Ore (mi scuso per la cattiva qualità dell’immagine).

guelfi

Renzi, attento a Sarkozy e a Morgante

Che Renzi sbalordisca per velocità, di pensiero e di esecuzione, e per energia è un fatto. Nel giro in fondo di pochi mesi è diventato leader di una minoranza interna al suo partito, macinatore di primarie, segretario del PD,  stressatore di presidenti del consiglio, presidente del consiglio, ha sbagliato il discorso della fiducia al Senato (Matteo, fai bene a cambiare il linguaggio stantio della politica, ma non erodere la funzione protettiva della retorica pubblica: non fare di quell’aula sorda e grigia il bivacco per manipoli di hashtag spiritosi) e ha corretto la rotta per il discorso alla Camera. Ieri per un attimo ho pensato che avrebbe annunciato di rassegnare oggi le dimissioni per potersi subito mettere al lavoro per un Renzi bis e progettare un tris (tipo produzione del Signore degli anelli). È vero che bisogna andare di fretta come la mamma che accompagna il bambino a scuola ogni mattina, ma anche la mamma alle 11 si prende il secondo caffé. Va bene il sindaco d’Italia, ma speriamo che non cominci anche a telefonare come papa Francesco, parroco d’Italia (a proposito, #francescostaisereno).

Ecco, a parte gli scherzi, a me pare che in questa nuova, fondamentale, fase della vita del paese, Renzi , che per molti aspetti è davvero l’ultima carta a disposizione, dovrebbe evitare come la peste l’attivismo pantagruelico fine a se stesso, dovrebbe sfuggire alla tentazione del sarkozismo, cioè di essere dappertutto, vicino a tutto, in pressione su tutto, tentare di risolvere tutto (e i francesi a Sarkozy rinfacciarono poi quel tutto che non riuscì a fare). Certo deve filare come un treno, ma deve cambiare registro comunicativo. Forse è arrivato il momento di trasformare stabilmente l’energia collettiva in cultura politica, di contribuire a far emergere una classe dirigente che nel paese c’è, ma che non ha ancora una concreta rappresentazione, di evitare che la personalizzazione si trasformi in un alibi collettivo per eventuali fallimenti, di aiutare la pancia anche a pensare. Sono necessarie diverse velocità, ci sono diversi livelli di azione. Ci aspettiamo i risultati. E ci vuole la forza di un gigante per ottenerne di significativi, con una maggioranza di quel tipo e con un sistema, quello parlamentare, che è fatto per stagnare; ma Renzi dovrebbe stare attento a non peccare di solitudine e di inutile attivismo comunicativo, a non trasformarsi nel gigante Morgante, che faceva da solo da albero della nave in tempesta e che affrontava i nemici col battacchio della campana, e che alla fine fu messo fuori uso dal pizzico di un granchietto.

Mamma li Turchi!

Quando si evocano le crociate si pensa subito a Gerusalemme, alla liberazione del santo sepolcro, alle oscurità, vere o presunte che siano, del medioevo. Raramente si associa invece la crociata all’Umanesimo o al Rinascimento, che la storiografia ottocentesca e l’industria culturale ci hanno trasmesso come secoli di luce e splendore. Eppure per tutto il periodo umanistico-rinascimentale si assiste al fenomeno che è stato definito della “crociata tardiva” – anche se l’espressione a sua volta risulta ambigua perché non ne chiarisce il mutamento di natura – che presenta proprie peculiarità geopolitiche. La crociata di questi secoli è in primo luogo, anche se non esclusivamente, il tentativo di risposta all’avanzata dei Turchi ottomani…

Il resto del mio pezzo di oggi per il domenicale del Sole 24 Ore, sul libro di M. Pellegrini, Le crociate dopo le crociate, Il Mulino, è riportato qui di seguito (basta cliccare e si ingrandisce. Mi scuso per la cattiva qualità dell’immagine).

mammaliturchi

Reclutamento accademico. Non si lotta ad armi pari

Ho più volte detto che l’abilitazione scientifica nazionale -  che pure ha mostrato alcuni problemi – potrebbe rappresentare un progresso nel sistema di reclutamento universitario, che negli scorsi decenni ha manifestato tutta la sua inefficienza (con pochissime concrete proposte di miglioramento da parte dell’università stessa). L’abilitazione è a partire da queste settimane il titolo necessario per partecipare ai concorsi per posti da professore associato e professore ordinario. Non dà accesso al posto, come è giusto che sia, ma garantisce, o dovrebbe garantire, il livello scientifico adeguato dei candidati a una determinata posizione accademica.

Il meccanismo della procedura è stato da subito molto criticato, a volte in maniera ideologica, come se il lavoro scientifico non potesse essere giudicato, altre volte è stato contestato il fatto che il ministero abbia posto dei criteri quantitativi e di produttività minimi (un certo numero di articoli, di libri, etc.) per poter partecipare alla procedura, pur affidando a commissioni di professori ordinari il compito di entrare nel merito della qualità del lavoro e anche di derogare in modo motivato dai criteri quantitativi, e ora, a risultati pubblici, viene molto criticato proprio il lavoro qualitativo delle commissioni di ordinari (qui qualche mia prima considerazione).

Ora quindi i soli abilitati possono partecipare ai concorsi, che verranno banditi dalle singole università e dipartimenti. Ci sono però nella fase di reclutamento alcuni punti fortemente critici. Anche quando le università decideranno di mettere a concorso i posti da associato o ordinario (e non di chiamarli direttamente, come possono fare), gli studiosi abilitati che però non hanno già un posto in quell’università saranno fortissimamente svantaggiati rispetto agli abilitati che già hanno un posto.

Il meccanismo è molto semplice: se un professore associato costa 10 e un ricercatore confermato costa 6, allora in un concorso per un posto da professore associato all’università converrà sempre prendere un ricercatore che è già assunto piuttosto che uno studioso esterno, perché il ricercatore già assunto costerà in realtà 4, cioè la differenza tra quello che già costa come ricercatore e quello che costerà come associato. Invece un esterno costerà 10. In sostanza, con gli stessi soldi che l’università spenderebbe per prendere un esterno, può avere 2 o 3 posizioni nuove di già assunti, cioè può finanziare 2 o 3 avanzamenti di carriera interna.

Quale sarà il risultato? L’abilitazione scientifica nazionale (accoppiata al reclutamento locale com’è ora) avrà prodotto un gigantesco avanzamento di carriera ed escluderà definitivamente alcune migliaia di studiosi che potrebbero invece essere una linfa nuova per l’università (insieme agli altri), perché si tratta spesso di 35-45enni che, pur non beneficiando della tranquillità e dei mezzi di un posto fisso in un’istituzione, hanno mantenuto un’altissima produttività e qualità di ricerca e sono nella piena maturità scientifica, e si sono finanziati di solito con contratti prestigiosi e importanti all’estero (almeno per una parte della loro vita), dove sono stati anche in contatto con ambienti innovativi di ricerca e con anche pratiche di ricerca fondi, o hanno comunque trovato il modo in Italia di mantenere alto il loro standard di ricerca.

Quanto è ampia questa classe di abilitati? Ci piacerebbe che il ministero fornisse i numeri, appena possibile, e ci ragionasse pubblicamente. Un’associazione di precari della ricerca, (Apri) nel cui blog mi sono imbattuto, sta nel frattempo cercando di raccogliere dei dati in merito.

Una cosa mi sembra chiara. Se il ministero non escogita qualche meccanismo che rimetta in parità di condizioni questi studiosi con quelli già presenti nelle strutture universitarie, uno degli effetti ricercati dalle nuove procedure di abilitazione, cioè un miglioramento del livello degli studiosi in entrata, l’internazionalizzazione, il merito e tutto il resto (e pur tralasciando un certo senso di equità), verrebbe fortissimamente depotenziato.

Non si tratta di fare sanatorie, guerre tra poveri, linee dedicate, ma di rendere meno sconveniente l’assunzione di uno studioso esterno, per esempio con incentivi ministeriali che avvicinino  gli oneri dell’università per un esterno a quelli per un interno, magari per un periodo iniziale di un numero anni, oppure alzare la quota obbligatoria di assunzioni di esterni magari al 40% (oggi è al 20%, ma alcuni dipartimenti si stanno preparando a colmarla con chiamate dirette da altre università, per non avere sorprese di assunti non graditi e per coprire il restante 80% senza problemi di competizione esterna), oppure togliendo semplicemente la percentuale di esterni, ma appunto facendosi carico di una quota molto alta degli oneri di ogni esterno assunto, in modo da poter davvero aiutare le università a prendere i migliori, interni o esterni che siano.

Insomma quest’abilitazione, cruciale sotto moltissimi aspetti per tutto il nostro sistema scientifico-accademico, e anche civile, senza un nuovo intervento del ministro rischia di dare due effetti distorsivi fortissimi e paradossali: escludere per sempre dal sistema una fascia qualificatissima di ricercatori senza posto e produrre un semplice ed epocale avanzamento di carriera per quelli che il posto ce l’hanno già.

Libera nos

Durante la vicenda Englaro, di 5 anni fa, decisi di non scriverne sul blog, per non aggiungere rumore all’insopportabile cagnara. Solo il giorno della morte di Eluana, esattamente 5 anni fa, non potei fare a meno di esprimere un punto di vista, anche su quello che mi pareva cristiano e non cristiano e sul valore pubblico della battaglia del padre di Eluana, ma senza fare polemica (e in quelle settimane era molto difficile). Lo riporto qui di seguito:

A subitanea et improvisa morte, libera nos Domine. Liberaci da morte improvvisa e subitanea. Questa antica invocazione vede nella morte improvvisa un male. In una morte non preparata, non meditata, in una morte non nella comunità. In una morte non “accompagnata”. La tradizione cristiana ha per millenni visto la morte come un fatto comunitario e come una sorta di responsabilità, personale e collettiva. L’estrema unzione è un sacramento cattolico, che è stato variamente interpretato, per lo più come unzione ai moribondi, ma anche come unzione, quasi taumaturgica, degli infermi. La formula invoca Cristo perchè liberi dai peccati, salvi “e sollevi” (cioè dia sollievo) il sofferente. Il “viatico” è invece il nome che si dà all’ultima eucaristia, come sollievo e garanzia per la via (viatico) da percorrere tra la vita e la morte. Strumenti che hanno accompagnato il fatto inevitabile della morte, lo hanno reso comunità e responsabilità. Lo hanno reso un passaggio “accettabile”. Oggi non abbiamo più il senso dell’accompagnamento alla morte, a livello pubblico intendo. I bambini non vedono più i morti e neppure i malati. L’evento della morte ha un suo spazio, che è quello dell’ospedale, un luogo a sè, separato dal resto delle attività umane. Soprattutto la scienza medica ha costruito anche un nuovo tempo della morte, quello di una vita senza coscienza consegnata alle terapie. La morte improvvisa e subitanea in questo senso è quasi più da considerare una grazia che una sventura. Questo nuovo stato, impensabile fino a pochi decenni fa, ci obbliga a ripensare pubblicamente l’accompagnamento alla morte. Non è solo questione di pensare a chi appartenga la vita, perchè mi pare un vicolo cieco e un sofisma. Si tratta piuttosto, a mio avviso, di dare valore alla responsabilità individuale e al suo incrocio con il contesto comunitario (la famiglia in primo luogo). Il corrispettivo pubblico di questa assunzione di responsabilità individuale (che valore dare alla propria morte) non può essere che quello della pietà. La pietà è una virtù che accomuna credenti e non credenti. Ed è un sentimento relazionale, che non può che essere esercitato in primo luogo dalla famiglia. Se l’idea della responsabilità personale deve condurre ad una legge sul testamento biologico, la pietà come virtù pubblica trova il suo contesto di esercizio in primo luogo nella famiglia (e nel medico). E dal momento che ogni individuo è diverso, ogni contesto differente, una legge su questo tema non può a mio avviso che dare gli strumenti più ampi possibile a questi due soggetti (con il ruolo essenziale dei medici naturalmente). Sono convinto che la stessa tradizione cristiana vada in questa direzione e considero un grosso errore e una strana “novità” l’idea, propugnata dall’alto clero, che una nozione astratta di vita biologica possa da sola fornire le chiavi dell’accompagnamento alla morte e della pietà. La tradizione cristiana è molto più ricca di quanto non sembri da questa recente sterzata. E una signoria sulla vita che non tenga conto della responsabilità personale rischia davvero di diventare, almeno nella traduzione giuridica che si è tentato di operare, una tirannia sui corpi e sulle coscienze. I fatti di questi mesi hanno reso esplicito il problema, hanno dato all’opinione pubblica un quadro della situazione, hanno reso urgente per la sensibilità collettiva l’esigenza di una legge che tenga conto di tutte le sensibilità, che dopo questa cruda guerra di posizione non possono che avvicinarsi. E se tutto questo sarà possibile lo dobbiamo in primo luogo al coraggio e alla pietà di Beppino Englaro.

Qualche prima osservazione sulle abilitazioni scientifiche

Ora che i risultati della prima abilitazione scientifica nazionale sono stati resi pubblici in quasi tutti i settori disciplinari, si possono forse fare alcune piccole considerazioni.

Premetto che io ho ottenuto l’abilitazione in tre diverse discipline – Storia della filosofia, Storia delle dottrine politiche, Filosofia politica -, quindi non ho motivi personali di recriminazione e insoddisfazione (se non, forse, che non avrò comunque un posto), e che sono sempre stato favorevole al meccanismo dell’abilitazione, perché introduce alcuni elementi di complessità nel sistema sclerotizzato dei concorsi, ma che non basta assolutamente e va comunque migliorato.

Non si possono però non fare alcune osservazioni, con particolare riferimento alle discipline umanistiche (che ho seguito più da vicino e in molti più settori di quelli di mio stretto interesse). La prima osservazione, forse marginale, è su una certa diffusa sciatteria nella formulazione dei giudizi, con spesso piccoli o grandi errori sui titoli, sbagli nel merito che sembrano istigazioni a fare ricorso, fraintendimenti, facilonerie, incongruenze, e soprattutto con una lingua italiana a volte ai limiti dell’accettabile. Spesso (ma non sempre e non in tutte le aree) i membri delle commissioni si sono prodotti in un italiano fintamente burocratico, zoppicante, a dir poco inelegante. Diciamolo francamente: i candidati avrebbero meritato una costruzione ineccepibile dei giudizi. Non è sempre stato così, va detto.

Un secondo elemento mi pare molto più importante. Le commissioni hanno spessissimo inteso il perimetro della propria disciplina in senso restrittivo (e anche a volte forzando molto le definizioni disciplinari). A moltissimi studiosi non è stata concessa l’abilitazione non perché non raggiungessero un certo grado di maturità, di produttività, di esperienza, ma perché il loro profilo è stato giudicato non completamente coerente con la disciplina per cui si chiedeva l’abilitazione. In questo senso le commissioni si sono assunte implicitamente una funzione di definizione di che cosa sia una particolare disciplina e dunque di che tipo di studiosi siano abilitati a insegnarla o a fare ricerca che a me è parsa spesso non solo rigida, ma riduttiva.

In ogni caso la conseguenza è chiara: un giovane che cominci oggi a fare ricerca è di fatto indotto a percorrere percorsi che non esulino troppo da quello che è considerato mediamente il nucleo di una disciplina. C’è una logica, naturalmente, nel proteggere una disciplina, i suoi metodi, le sue grammatiche, le sue problematiche tipiche, la sua direzione di senso. Tuttavia un’interpretazione riduttiva ed esclusiva di questa definizione disciplinare – che, ricordiamolo, è storica, non è un dato di natura, non è un’acquisizione atemporale – mette in difficoltà quei profili di studiosi che volutamente si collocano all’intersezione fra varie discipline, o cercano di aprire nuove piste d’indagine, anche dal punto di vista metodologico.

In poche parole, un atteggiamento come quello dimostrato da molte commissioni scoraggia alcuni stili di ricerca, blocca indagini che proprio perché si pongono al confine hanno un potenziale importante. Non si tratta solo di un colpo netto a qualsiasi velleità interdisciplinare – perché uno studioso che tenti oggi quello pista rischia di rimanere senza abilitazione alcuna e quindi senza lavoro -, ma di un invito a concentrare i propri sforzi su una singola e ben riconoscibile disciplina.

Le discipline umanistiche stanno cambiando, sta cambiando il loro ruolo perché sta cambiando la società, i saperi critici sono a loro volta in crisi perché cambia anche il rapporto, il nesso, tra un certo sapere e il suo pubblico di fruitori. Il dibattito è apertissimo. Optare per un irrigidimento dell’iperortodossia disciplinare accademica potrebbe non essere il miglior modo per cominciare a riflettere su questi cambiamenti.

Ode a Grillo prima che cada da cavallo

Ogni volta che Grillo lancia un proclama, un fact checker muore in qualche parte del mondo, ma nelle profondità dei mari nasce una sirena. Ora ci sono sirene a manipoli e bivaccano negli spazi sordi e grigi dei social network e dei blog, del dibattito pubblico, degli hate speech di piazza e ricolonizzano una parte del nostro immaginario politico. Stormi d’uccelli neri come esuli pensieri nel vespero gridar. Tradimenti, complotti, paranoidismi: banche gaglioffe che indebitano pubblicamente (ma voi due bot non li avevate? non era debito?), Germania malvagia tutta culo e baffetti, Hiv delle case farmaceutiche, scie chimiche, microchip sotto pelle (ma io a questo comincio a crederci). Chi lo dice sa di esserlo, ma chi non ci crede dev’essere svegliato o è venduto. E tutti sono pagati da una qualche multinazionale (io dall’Eni, mi si disse). Si dirà “guardi il dito e non vedi la luna” (o semplicemente “vaffanculo!”), ti fermi al linguaggio e non vedi la sostanza. Può darsi. Ma c’è chi crede che il linguaggio preceda la realtà, anzi no: che la crei: perché il linguaggio è la realtà che con il linguaggio costruisci e che apre e chiude orizzonti dentro cui poi tutti si muovono. Quel che si vede è un mondo di spezzoni d’argomentazione, una casta con il lusso beato di dire tre frasi e lasciarti a metà ed un coro di ciucci che rivendicano se stessi, uno vale uno (però zero è sempre zero) ma meglio se con nickname e senza entrare nel merito. Forse è un purgatorio che ci condurrà a riveder le stelle, ma per ora oltre alla purga Minosse non sa che pesci prendere. Il fenomeno è interessante, per chi è condannato a essere interessato ai suoi tempi, anche se i re taumaturghi sono passati da un pezzo e Masaniello non ha ancora cominciato a pisciare sul suo popolo, però non arriviamo, se possibile, allo stato imperialista delle multinazionali, a fare l’occhiolino ai pazzi e neppure alla Stasi di una rete gabbiata. Se possibile fuggiamo le occasioni prossime di peccato e non rompiamo i coglioni ai cani dormienti, che tutti lo siamo. Un Purgatorio paranoide è un linguaggio politico interessante ma logorante. C’è dentro anche il contrario della democrazia, c’è anche il contrario della libertà. Siamo la patria di chi a nome del popolo zittiva il popolo e gli individui, ma anche dei coerenti allucinati che ammutolivano alle gambe chi esprimeva opinioni contrarie. Non è un destino, naturalmente, e non siamo pazzi, ma richiamiamo i manipoli di sirene prima che risveglino mostri acquatici con la salamoia.