Marie Curie Fellowship. Venite a Strasburgo?

Le Marie Skłodowska-Curie Actions sono un programma articolato di finanziamenti alla ricerca dell’Unione Europea. Io sono particolarmente affezionato ai cosiddetti Individual Fellowships, finanziamenti ai singoli ricercatori (stipendio e fondi di ricerca) all’inizio della carriera o in una fase più avanzata, che abbiano un progetto di ricerca innovativo e serio e che vogliano basarlo per due anni in un paese diverso dal proprio (si tratta di programmi di mobilità internazionale) sotto la supervisione di un professore e di una struttura che li ospiti. Sono particolarmente affezionato ai Marie Curie Fellowship perché ebbi la fortuna di vincerne uno e fu un momento chiave per la mia ricerca e per la mia carriera (se vogliamo chiamarla così).

Certo si tratta di una selezione molto rigida, che presuppone la scrittura di un progetto di ricerca che tenga conto di moltissimi fattori, con regole che vanno applicate bene, con caratteristiche che vanno studiate a fondo, con una coerenza con le linee di ricerca del supervisore (che è un vero e proprio co-applicant) e con le peculiarità organizzative e scientifiche dell’istituzione che accoglie, ma soprattutto con un’idea chiara del proprio percorso scientifico e delle proprie motivazioni, capacità e punti da migliorare. Insomma ci vuole entusiamo e lavoro, come sempre.

Proprio nelle prossime settimane si aprono i bandi per i nuovi Marie Skłodowska-Curie Fellowship (chiuderanno i primi giorni di settembre).

Consiglio davvero a chi ha voglia di fare ricerca, ritiene di avere un profilo adeguato e un bel progetto da scrivere di pensarci seriamente e di dare fondo a immaginazione e entusiasmo

E naturalmente vale soprattutto, per quanto mi riguarda, per chi si occupa di pensiero medievale (o rinascimentale!) e ha voglia di fare un’esperienza importante in Francia e in particolare a Strasburgo. L’anno scorso abbiamo avuto un buon successo. Ho ricevuto progetti eccellenti, come è stato confermato dall’Unione Europea, alcuni dei quali sono stati premiati. I nostri uffici tecnici danno un supporto di livello davvero eccellente, come raramente ho visto pur avendo lavorato in molti paesi, e i loro consigli finali sono a volte determinanti.

Se vi va di cimentarvi, magari dopo aver dato un’occhiata alle regole, contattatemi pure.

La follia dell’Europa

Una volta, qui, l’ho detto così: secondo me solo Pierino Porcospino può salvare l’Europa. Me ne sono accorto vivendo fuori dal mio paese e viaggiando per il continente: ci sono molte cose che ci uniscono, ma non ci conosciamo abbastanza. Ogni volta che sento una filastrocca tedesca, una favola francese, un modo di dire particolare, mi rendo conto della straordinaria diversità europea (e di quanto questo sia anche spaesante).

E mi sono anche accorto – almeno questo mi sembra – di come questo continente e il suo grandioso progetto di integrazione – nonostante tutti gli impedimenti e impicci oggettivi e nonostante quello che raccontano i disfacitori professionali e interessati della tela dell’integrazione  –  siano naturalmente caratterizzati da un’unità complessa e da una fortunatamente irriducibile diversità.

Lo si vede in certe aree del continente che per storia propria sono delle grandi cerniere tra culture europee, dei grandi apparati digerenti di diversità, che la storia otto-novecentesca ha voluto vedere come frontiere, ma che sono sempre state (e continueranno a essere) degli spazi di integrazione.

È la lezione che mi ha insegnato Strasburgo, dove lavoro, e quella vastissima area renana che certo per un verso è stata limes, confine, ma per un altro verso è cerniera. Proprio in queste settimane ho chiesto ai miei studenti dell’università di Strasburgo di riflettere su un tema nel quale ci siamo imbattuti in un mio corso sul Rinascimento – Rinascimento che nel senso comune degli italiani è fenomeno esclusivamente nostro, ma che è invece un fenomeno europeo – e cioè quello della follia. Nel cuore stesso della razionalità dell’Europa della prima modernità, tra rinascite, tentativi di controllo della natura di vario segno, prima grande globalizzazione, viene sussurato e poi prende forza il richiamo della follia.

Un vero bestseller europeo è proprio un poemetto alsaziano (e scritto in tedesco alsaziano) del 1494, stampato, ristampato, letto e riletto, tradotto in varie lingue e addirittura anche in latino, con un processo inverso a quello che ci si potrebbe aspettare, La nave dei folli, dello strasburghese Sebastian Brant, con le xilografie di Dürer. Il tono lì è carnevalesco e la follia è un po’ mondo alla rovescia, un po’ follia delle ambizioni umane, un po’ modo giocoso per integrare nell’ordine quel sentore di disordine che attraversa tutte le relazioni (Foucault qui non lo scomodiamo). Ma poi c’è anche la follia di Bosch, la sua  Nave dei folli  è dello stesso anno, ma il tono sembra miscelare insensatezza, allegria e inquietudine.

Non voglio farla lunga, perchè è invece l’elogio della follia che mi interessa. Quello di Erasmo, l’olandese che amava l’Europa, che poteva stare dei mesi da Aldo Manuzio a Venezia, fare una capatina per caso a Bologna proprio quando entrava papa Giulio II con la sua armata, educare figli di re scozzesi, visitare Enrico VIII in Inghilterra, passare per le università parigine ma non amarle troppo, stringere amicizia con Thomas More e con tutti quegli intellettuali greci che dopo la fine dell’impero bizantino avevano popolato i circoli umanisti europei, capire che Lutero non aveva tutti i torti e che però forse qualcuno ne aveva.

Con Erasmo tutta l’Europa diventa una cerniera e la follia è tante cose: è la pazzia degli Stati dello stesso continente che si fanno la guerra in continuazione, è la pazzia di una ragione cinica che si vuole centro di ogni rapporto sociale e di ogni ambizione, ma è anche la pazzia dello slancio verso gli altri (chi farebbe figli se non fosse pazzo? si chiede Erasmo), la follia del ricostruire dopo ogni distruzione quotidiana.

Ecco, pensando all’Europa, in questi giorni di celebrazioni, forse l’idea che per prima mi viene in mente è la follia. La follia di Brant il renano, che è quella di un’inversione quotidiana di ruoli e di ambizioni, di una nave che fa temere il naufragio ogni momento; la follia di Bosch, inquieta e allucinata, che sembra nascondere mostri misteriosi pronti a manifestarsi. E soprattutto la follia di Erasmo, l’olandese, e renano, italiano, scozzese, inglese, che è anche la consapevolezza che la vera saggezza è il coraggio di imprese piccole e grandi allo stesso tempo. Se fosse questa follia la cifra dell’Europa?

 

Il discorso del presidente

Uno degli sport preferiti dagli italiani per l’ultimo dell’anno e i primissimi dell’anno nuovo è il tiro al piccione sul discorso di auguri del presidente. A volte siamo strani, noi italiani. Da un lato ci piace avere un presidente un po’ nonno, un po’ in poltrona, lontano dalle polemiche, dall’altro lo rimproveriamo di non risolvere tutti i problemi dell’universo, come fosse l’esecutivo. Da un lato lo vogliamo sopra le parti (le nostre), dall’altro lo vorremmo vedere attaccare tutti quelli che non ci vanno a genio. E tutto questo di solito lo vogliamo nel discorso di fine anno. Come se non fosse un semplice discorso di auguri, con un breve stato delle cose a volo d’uccello, come se non fosse per sua natura un discorso che assomiglia di più a un discorso del papa invece che a un discorso del capo del governo. E naturalmente vogliamo un discorso di “alta moralità”, per poi poterne attaccare la mancanza di realismo. (Un discorso di alta moralità lo fece Napolitano, ma non a fine anno, bensì in parlamento, nel 2013, in conseguenza delle sue decisioni, quando la stragrande maggioranza dei deputati lo applaudì, gli italiani gonfiarono il petto, i partiti presero degli impegni e poi piano piano lo si gabbò).

Insomma quello di fine anno per gli auguri è diventato il discorso impossibile (al di là del fatto che spesso, nel loro genere, sono dei buoni discorsi, come quello di Mattarella, che ha avuto anche il pregio di una certa velocità di prosa e di sintassi), il discorso che non si capisce bene a chi sia rivolto, che non è pienamente capito né dai giovani, né dai vecchi, che ha sempre un che di passato e che ha troppe parole scontate.

Ne ricordo a mia memoria solo uno del tutto adeguato all’insolubilità del rompicapo, quello di Cossiga del 1991, quando in tre minuti di sintassi da prima repubblica spiegò che il discorso non lo voleva fare (non per capriccio, ma per una dialettica molto dura in quel momento con le forze politiche refrattarie alle riforme).

Chi legge questo blog sa però che io sono interessato molto anche alla politica d’oltralpe. Ricordo allora uno dei discorsi più evocativi, per un dettaglio, dell’ultimo grande presidente francese, Mitterrand.

Il discorso è quello del 1994, l’ultimo. Il presidente era consapevole che la sua malattia – della cui gravità i francesi erano stati tenuti il più possibile all’oscuro – era ormai entrata nell’ultimo stadio e in un modo un po’ criptico, con allusioni misteriose, il presidente in quel discorso annunciò la sua morte (qui di seguito al minuto 7:30).

 

“L’anno prossimo sarà il mio successore a farvi gli auguri – dice Mitterrand -, là dove sarò l’ascolterò, con il cuore pieno di riconoscenza per il popolo francese che per così tanto tempo mi ha affidato il suo destino e sarò pieno di fiducia in voi. Credo alle forze dello spirito e non vi lascerò”.

Credo alle forze dello spirito e non vi lascerò. Una dichiarazione di fede? In cosa? Che significa? Tante cose sono state dette su questo congedo. Qualche mese fa un libro a fumetti, Mitterand. Requiem, di Joël Callède, partiva proprio da queste frasi, messe su tavola, dell’ultimo discorso di Mitterrand per indagare in modo immaginifico gli ultimi pensieri del presidente.

Buone feste ai neopapà e alle neomamme

In questi giorni tutti fanno gli auguri a tutti – lo so, ormai è molto kitsch pure questo -, ma a me quest’anno è venuta voglia, diciamo per motivi autobiografici, di fare gli auguri ai nuovi papà (appunto) e alle nuove mamme.

In particolare vorrei fare gli auguri di buone feste a quei neopapà e neomamme che hanno sempre odiato i clan di neomamme e neopapà che non parlano altro che di bambini, pappe, passeggini, ovetti (e datevi una calmata!) e che adesso conoscono a memoria il catalogo di pappe, passeggini e ovetti e li spiegano agli amici a cui non frega niente.

Buone feste a quelli che non vedevano l’ora di fare la battuta “Luke (o X, o Y), sono tuo padre!”, anche nella variante “…sono tua madre!”. La battuta l’avete fatta, mo’ basta, grazie.

Tanti auguri a quelli e quelle che si sono accorti che il famoso viaggio a Cuba, che devono fare da vent’anni da un momento all’altro, ormai non lo faranno più: rassegnatevi, lo farà prima vostro figlio.

Buone feste a quei papà che avevano giurato che non avrebbero mai cambiato un pannolino in vita loro e infatti non uno, ma un milione, ne devono cambiare.

Tanti auguri, buone feste e la mia piena solidarietà a quelli e quelle che non hanno capito se il cappellino bisogna toglierlo o bisogna lasciarlo, se tutta questa storia del “contenimento” un giorno finirà o è una maledizione incancellabile, a chi non ha capito a che diavolo serve il cuscino d’allattamento, a quelli che quando hanno visto che esiste il materasso antisoffocamento hanno esclamato “Cazzo, ma allora può soffocare davvero!” e allora hanno comprato anche la radiolina antisoffoco.

Buone feste a quelli che hanno appena finito di pagare il mutuo e ora cominciano con l’asilo e si accorgono che l’asilo costa quasi di più.

Auguri a quelli che si sono riappacificati con i genitori, perché si sono accorti che senza i nonni si è già persa la battaglia, e a quei papà che dopo un mese dalla nascita non sono più tanto sicuri di volersi battere per il congedo di paternità obbligatorio.

Buone feste agli inventori di quelle app che a ogni quesito rispondono in modo molto rassicurante “Non vi preoccupate, è tutto normale”. Vorrei solo chiedervi: siete sicuri che sia tutto normale?

Buone feste a quelli che hanno fatto un figlio all’estero e ora temono che la prima parola la dirà in inglese (o in tedesco, o in francese…) e a quelli che hanno fatto un figlio all’estero con una madre o un padre non italiani e con cui si esprimono in una lingua terza e ora hanno la certezza matematica che non ci capiranno niente.

Tanti auguri a quelli che durante la notte, sul divano, con il mal di testa, cominciano a rivalutare la figura e l’opera di re Erode il Grande.

Soprattutto vorrei augurare buon Natale e buone feste – sì, sì, lo so, è kitsch, chiedo venia, ma in fondo il Natale è proprio la festa della nascita – a tutte le bambine e i bambini nati quest’anno in questo nostro paese (e anche fuori!). Vivranno gran parte della loro vita in una terra per noi incognita, forse ce ne diranno di tutti i colori per il mondo che gli consegneremo, forse invece troveranno soluzioni.

Forse fra cinquant’anni penseranno a questi anni ’10 con la nostalgia con cui si immagina il passato di altri, con la malinconia della storia che precede la loro storia.

In ogni caso io auguro a tutte queste bambine e bambini di vivere pienamente il loro tempo, che sta cominciando e che si dispiegherà sempre di più, e di viverlo insieme, anche come generazione. E per ora ci sono le loro mamme e i loro papà che li accompagnano.