Tutti gli arcana del presidente

La si può pensare come si vuole, ma bisogna pur ammettere che questo modo di eleggere il presidente della repubblica oggi non ha più senso. Questo tipo di elezione, fatto così, è servito a rendere solenne, in anni e decenni in cui effettivamente aveva un senso,  la figura del presidente fin dalla forma della sua elezione. È un sistema che evoca gli arcana imperii, i segreti del potere, il velo che lo stato impone alle sue decisioni più intime, una specie di sacralizzazione di quel teatro della politica (teatro, non teatrino) che al tempo stesso si mostra e si nasconde.

Oggi tutto il dibattito sul presidente, che dura per forza mesi, appare invece come qualcosa di intrinsecamente surreale. A questi dibattiti surreali – determinati dal processo stesso di elezione – i cittadini, che in questa partita non possono partecipare neanche alla lontanissima, si conformano volentieri.

Il primo elemento curioso è che per questa carica non ci sono candidati, nessuno formalizza candidature. Nessuno direbbe “voglio fare il presidente”, perché sarebbe sicuro di non essere eletto. Anzi, una delle parti più divertenti del processo è quella in cui chi viene nominato come possibile buon presidente subito smentisce di voler essere eletto: “Io? Ma no, è uno scherzo da prete”, “Io? Ma no, non sono disponibile”, “Io? Macché, ormai faccio altro da anni”.

Il risultato ovvio e grave è che senza candidati non si può discutere delle qualità dei candidati. Non dico di fronte al paese, che qui gioca il ruolo del pubblico a teatro, che magari può parteggiare in silenzio e in cuor suo per uno dei personaggi, ma a cui è richiesto solo di applaudire alla fine, non dico appunto di fronte al paese, ma magari nello stesso parlamento. Anche in Vaticano prima del conclave i cardinali si riuniscono pubblicamente per fare il punto sulla situzione della chiesa universale proponendo scenari diversi, per il presidente no.

Non essendoci candidati, non potendo fare nomi (a meno di voler proprio male alle persone), i partiti fanno allora “l’identikit”. All’inizio serve solo a far melina, a dire qualcosa ai talk show, perché poi questi identikit danno sempre lo stesso risultato: alto profilo, senso delle istituzioni, standing internazionale. Poi, man mano che si avvicina il momento, l’identikit diventa come i concorsi universitari “profilati”: si dà una definizione fatta per avvantaggiare uno e un solo candidato e per svantaggiare tutti gli altri.

Senza candidati, senza dibattiti pubblici sui nomi e sui profili, le uniche caratteristiche dei “quirinabili” sono i dispetti o i favori che si presume possano fare a una parte o all’altra. E il format riesce così bene che anche i cittadini per settimane e settimane ragionano impettiti e con grande ostentazione di senso politico nei termini di veti e di convenienze (altrui): “Quel candidato? Andrebbe bene, ma fa ombra al premier”; “Quell’altro? Non sarebbe gradito al leader dell’opposizione”; “Il terzo? Non è il massimo, ma potrebbe piacere a quelli a cui sta antipatico il segretario di quel partito che così si troverebbe forse in difficoltà nel caso in cui fra 8 mesi cadesse il governo che fa finta di sostenere ma che in realtà non voleva fin dall’inizio…”.

Ma perché dovrebbero interessarci questi veti, questi ragionamenti, queste scelte che non vengono spiegate né  a priori né a posteriori? Del resto sappiamo bene che i parlamentari, che rappresentano la nazione, voteranno in base all’indicazione dei capicorrente, che rappresentano la rielezione.

Insomma, fra tutte le inefficienze del nostro parlamentarismo questa appare oggi come la più oziosa. I cittadini non hanno voce in capitolo (anche se vengono indotti dal processo stesso di elezione a chiacchierare per mesi del totopresidente) nel prendere una decisione che è fondamentale per la vita democratica ma che la costituzione non attribuisce direttamente ai cittadini. Nell’attesa che il nostro sistema si volga laddove è tempo che si rivolga (a mio umile avviso), e cioè verso il ripensamento della funzione presidenziale, e di tutto l’equilibrio di contrappesi, e che si dia ai cittadini la responsabilità diretta di scelta, si spera almeno che il parlamento risolva la questione senza inutili caciare e senza insopportabili ipocrisie.

Bentornate!

Greta e Vanessa, bentornate!

Bentornate alla libertà e prestissimo bentornate in patria. Siete state incoscienti e coraggiose, generose e forse affrettate e senza senno, non abbiamo ancora capito. E chissà quante volte vi sarete pentite di qualcosa, di esservi spinte fin laggiù forse pensando che le buone intenzioni mettano al riparo dai pericoli e non è così.

Ma ci siete state, laggiù, e ci avete fatto capire che in un paese come il nostro –  che spesso all’ingrandirsi spropositato di un mondo esterno che non capiamo più reagisce pensando di chiudersi dietro le proprie frontiere – chi è generoso e senza senno è utile, è preziosissimo, è quello che ci fa essere nel mondo insieme agli altri, con le vicende degli altri.

Tutti lo abbiamo pensato, vedendovi fragili e contente in quelle foto di partenza e di partecipazione, che potevate essere nostre figlie, le nostre sorelle, le nostre cuginette. E siamo stati tutti un po’ orgogliosi delle vostre decisioni e un po’ incazzati con voi, che avete esposto le vostre vite e messo un po’ nei guai il paese. E tutti abbiamo provato rabbia e pena, nel vedervi con quel velo nero e nel sentire quel “siamo in pericolo” sussurrato.

Ci saranno polemiche, ci saranno dibattiti, ci dovrete forse anche dare delle spiegazioni, ma adesso siamo semplicemente felici, per voi che tornate, e per il paese che è riuscito a riportarvi a casa, e non vediamo l’ora che le vostre vite ricomincino, che ci spiegate che cosa avete capito, che ricominciate a vivere come volete. Greta e Vanessa, bentornate.

 

Dickens in incognito

Mi è capitato di vedere il programma Boss in incognito su Rai2, uno di quei programmi che ti martellano nei denti finché non ti scappa almeno una furtiva lacrima o un’emozioncina d’ordinanza. Per carità, si tratta di un programma fatto molto bene, con i testi giusti, i tempi adatti, i personaggi adeguati

Lo schema, come sempre, è semplice: il capo di una grande impresa lavora in incognito per una settimana nella propria azienda, come se fosse un nuovo e inesperto dipendente, ruotando tra varie mansioni e diversi luoghi (stabilimenti, distribuzione, negozi) per farsi un’idea di come vadano le cose e soprattutto interagendo con vari dipendenti e seguito da un troupe televisiva che finge di girare un documentario. Le martellate di emotività sono date dal rapporto che il boss in incognito stabilisce con quei 3-4 dipendenti che lo affiancano di volta in volta nelle nuove mansioni e che vengono spinti a raccontarsi, a confidare le proprie difficoltà, economiche e personali, a narrare la propria storia. Alla fine della settimana il boss convoca in direzione i dipendenti conosciuti e svela la propria identità, giudicando il lavoro e il comportamento di chi ha conosciuto, redarguendo (poco) o lodando gli attoniti dipendenti che si accorgono che l’impacciato collega della settimna prima era in realtà il supercapo. Insomma sembrerebbe un programma sulle difficoltà dell’organizzazione del lavoro, sull’impegno, su come alcuni concreti problemi possano essere risolti (un po’, in fondo, come le Cucine da incubo di Ramsay).

Si resta però a bocca aperta per gli incontri finali dei boss in incognito con i dipendenti. Il boss regala contratti a tempo indeterminato (ma quindi prima come lavoravano questi operai?), soddisfa l’esigenza di passare da part time a tempo pieno (passaggio che evidentemente il dipendente prima non era riuscito ad avere), promuove a funzioni superiori (e dunque il talento dei dipendenti prima non era valutato efficacemente). Non solo, il boss ormai svelatosi regala viaggi a parchi divertimento per i figli sacrificati del dipendente, paga viaggi di nozze e pranzi di matrimonio, assume mariti o mogli dei dipendenti conosciuti che si trovano in difficoltà. E tutto avviene per puro caso (perché il boss in incognito conosce quel singolo dipendente e non gli altri) e grazie al capo dell’impresa che diventa il vero e proprio deus ex machina della vita di una persona casualmente pescata in azienda.

Insomma siamo tornati a Charles Dickens, al Canto di Natale, allo Scrooge che tutti speriamo di incontrare a Natale e che ci può aggiustare la vita lavorativa e personale con un atto di munificenza personale, con un benevolo paternalismo, con una lacrima empatica, con una lotteria casuale in cui si vince un contratto a tempo indeterminato e un complimento.

Lo chiedo senza moralismo alcuno: abbiamo ricominciato a leggere così il lavoro e il suo mondo, la ricchezza e la difficoltà, il vincolo sociale, la città alta e quella bassa in cui viviamo tutti insieme? Se è così, mi aspetto anche che il Dickens in incognito esca allo scoperto e ci aiuti a capire e raccontare.

 

Buone feste agli italiani all’estero

Sì, lo so che non si fa, ma tutti fanno gli auguri a tutti e a me piacerebbe fare in particolare gli auguri di buone feste agli italiani e alle italiane all’estero, che siano italiani all’estero temporanei, avventizi, indecisi, intrappolati o di lungo corso, a quelli che per Natale rientrano in Italia e a quelli che per questa volta non ce la fanno.

Vorrei fare gli auguri a quegli italiani che all’estero hanno fatto figli  – e ora che i figli vanno all’asilo sono preoccupati perché al pomeriggio tornano a casa canticchiando filastrocche incomprensibili  – e a quegli italiani che sono andati all’estero proprio perché è nato loro un figlio.

Buone feste a quegli italiani che odiavano i luoghi comuni sull’Italia e ora piangono come vitelli alla prima strofa di Lacrime napulitane (sia nella versione di Murolo che in quella, incredibile a dirsi, di Mario Merola).

Buone feste a quegli italiani che quando tornano credono di avere i superpoteri e a quelli che dicono sempre “io in Italia non ci torno più” e hanno speso 600 euro per comprare un biglietto all’ultimo momento (moltiplicato per coniuge e figlio) per un volo di un’oretta per poter mangiare i passatelli con la bisnonna la sera del 24.

Auguri a quelli che ogni volta che tornano trovano il papà un po’ più piccolo e a quelli che non conoscono più i nipoti.

Auguri a quelli che mentalmente traducono i dollari in euro e gli euro in lire e alla fine non hanno capito quanto pagano d’affitto e a quelli che se la tirano tanto, ma tanto, di vivere da un’altra parte.

Buone feste a quelli che almeno una volta si sono sentiti dire “se sei così bravo perché non hai trovato lavoro a casa tua?” e a quelli a cui è stato detto almeno una volta “certo che voi italiani avete una marcia in più” (e spesso le due categorie coincidono).

Buone feste a quelle che all’estero hanno sposato un ingegnere della Siemens che parla solo inglese e finlandese e quando vengono per le feste la nonna si chiede se sia cristiano e a quelli che tornano con la moglie americana e la nonna vuole per forza insegnarle a cucinare gli struffoli.

Auguri a quelli che erano partiti per fare la storia e che hanno capito che già mettere su la bella famiglia che hanno messo su li salverà per sempre.

Buone feste a quelli che hanno scoperto di essere cervelli in fuga e un’intervista in un programma tv per farsi dare una bella pacca sulla spalla non gliela nega nessuno.

Buone feste a quelli che prima di iscriversi all’Aire c’hanno pensato 5 anni e varie sedute dallo psicologo e a quelli che dopo 10 anni sono ancora convinti che tanto tornano quando vogliono.

Buone feste a quelli che quando sono all’estero perdono il lume della ragione nel vedere quanti prodotti falsi si vendano come prodotti tipici italiani con tanto di tricolore e quando tornano si accorgono che il Moccaccino ora lo vendono anche in Italia.

Buone feste a chi rientra in Italia e a chi a questo giro non ce la fa, ma anche a quelli che vanno e vengono, a quelli che andrebbero, a quelli che in Italia ci vanno a lavorare e sono un po’ italiani anche loro. E insomma buone feste a tutti quelli che hanno a che fare con questa penisola che ci fa disperare, ma mamma mia quanto le vogliamo bene.

Questo è un lavoro per…

Riposto di seguito (con tanto di colonna sonora sotto) un mio vecchissimo post che descrive come un po’ ci sentiamo, noi poveri emigranti all’estero, i primi giorni che torniamo in Italia:

Quando sono in Italia per i primi 3-4 giorni mi convinco di avere i superpoteri.
Capisco ogni cosa senza fare attenzione, intercetto i discorsi della gente che parla in strada anche se non voglio, intuisco la provenienza geografica di qualcuno dall’accento, capisco anche quello che non viene detto ma solo lontanamente alluso, so se uno è un pirla al primo sguardo, so se una che mi guarda mi guarda perché pensa che sia un figo o un coglione, so da chi sono pagati i giornalisti ospiti dei dibattiti televisivi, so se devo dire buongiorno all’autista dell’autobus o fregarmene, se sento una vecchia canzone alla radio so precisamente quanto è vecchia, chi la cantava e forse mi ricorda pure qualcosa. Su come evitare la criptonite mi sto invece ancora organizzando.

Marsilio da Padova torna a Parigi

Sono molto contento che la casa editrice parigina Classiques Garnier abbia deciso di pubblicare in traduzione francese il mio Marsilio da Padova (uscito in Italia lo scorso anno grazie all’editore Carocci) anche con l’intento di contribuire a rilanciare la tradizione francese di studi marsiliani e di filosofia politica medievale. Il libro uscirà in tutte le librerie francesi la prima settimana di Febbraio. Qui sotto la copertina e per chi volesse già ordinarlo (o farlo ordinare alla propria biblioteca) qui c’è il modulo d’ordine.

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Il genere del Medioevo

Dal suo pulpito in Santa Croce, a Firenze, durante la Quaresima del 1425, Bernardino da Siena, predicatore potentissimo, recita il proprio sermone indirizzandosi alle vedove che lo ascoltano: «Vedove, anche se siete donne, cercate di comportarvi da uomini!». Per Bernardino le buone vedove sanno e devono essere «virili», tanto virtuose e capaci da essere «per metà uomini»….

Il resto del mio articolo di oggi per il domenicale del Sole 24 Ore qui di seguito (cliccare sull’immagine per ingrandirla):

genere medioevo

Presunzione di decenza

Non ho mai seguito con attenzione la cronaca nera. Non è snobismo: proprio non mi interessa o, meglio, la trovo interessante a posteriori, a caso chiuso, quando può essere raccontata con un vero filo narrativo, secondo le capacità di chi racconta, quando se ne può trarre un senso, con una scrittura. Della cronaca nera mi infastidiscono poi le speculazioni, le foto rubate da Internet, i vicini di casa che dicono quello che gli passa per la testa e l’evocazione dell’allarme sociale (finto): se in 60 milioni di persone che siamo ogni tanto qualcuno sbrocca, non vedo dove sia l’allarme. Proprio perché non mi interessa non mi sono mai imbattuto nei plastici di Vespa o negli speciali sul delitto del momento. Anzi mi confondo i delitti, le facce, gli avvocati, non so più che fidanzato o fidanzata avrebbe ucciso tale o talaltro, quale mamma, quale marito, quale azione che è impossibile che l’imputato di turno non abbia compiuto.

Per un motivo molto semplice però (la mia televisione viennese come canale italiano prende solo Rai1), ultimamente la mia serata televisiva è popolata di fiction varie e la seconda serata è fissa su Porta a Porta. Ho allora cominciato a seguire seriamente (si fa per dire) la vicenda del bambino ucciso e sono rimasto sinceramente di stucco.

Ho scoperto che la frase “Per me una persona è innocente fino a prova contraria” (soprattutto se il “per me” viene scandito come a significare chissà quale storia personale di chi parla, quale implicito impegno pregresso a favore della giustizia), serve per poter poi sparare accuse ad altezza uomo. La frase in realtà è un disclaimer, che viene negato dalla frase successiva e anzi ne è la preparazione.

Gli ospiti poi sono quasi sempre nella misura di tre a uno a favore della colpevolezza (e l'”uno” nelle ultime tre puntate era l’avvocato della difesa). Quello che cambia sono solo i toni. Ci sono colpevolisti gentili, come il giornalista di ieri sera, che mi pare di ricordare essere stato direttore di Men’s Health, quella rivista con gli uomini a torso nudo in copertina, nota per i suoi approfondimenti giuridici.

Poi ci sono colpevolisti fuori sincrono, come un’avvocata di qualche giorno fa, che si è distinta in un primo intervento per aver detto che la società nel suo complesso ora deve riflettere (con un tono un po’ yoga), ma che non è stata molto seguita nella riflessione, e poi quando si è resa conto che la gente parlava d’altro (era un po’ fuori sincrono, appunto), ha affermato con l’orgoglio pungente di chi sa di essere on the right side of the history che una vera mamma non può lasciare comunque il figlio a 80 metri dalla scuola, proprio non può.

Poi c’è in tutte queste trasmissioni una criminologa, che urla come se non ci fosse un domani, che si lamenta perché l’avvocato parla troppo e che naturalmente ha capito tutto del caso. Non ha letto una riga delle carte, come nessuno, non ha parlato con l’indagata o con qualcuno della famiglia. Però ha il profilo psicologico e “altro che Cogne qui”.

Mi sono chiesto perché questa criminologa bionda (voi direte: “perché dici bionda? Allora sei maschilista, dai un dettaglio che non c’entra, depisti”. No, dico bionda perché è bionda. Come direbbe la criminologa con ampi gesti di insofferenza: è un fatto, è oggettivo), mi sono chiesto se una professionista non si squalifichi a prendere una posizione così netta senza avere indagato su nulla. E intendo dire: anche nel caso in cui l’indagata risultasse colpevole, che metodo usa la criminologa? Gli articoli di giornale? Sarà che leggo “Julia. Avventure di una criminologa” (ma solo quando in aereo non ho altro, perché è un fumetto di una certa noia), ma mi pare che andare in tv a urlare sulla voce di un avvocato della difesa, che peraltro in questo caso specifico sembra ragionevolissimo, sia uno spettacolo professionalmente penoso.

Poi ho visto una signora che ci ha spiegato come bisogna parlare ai bambini di questi eventi così gravi e ci ha fatto vedere il suo libro, che parla ovviamente di come parlare ai bambini, ed è pubblicato da Mondadori, con una bella copertina che sembra il restyling delle pagine delle Roselline di quarta elementare (qualcuno le ricorda?). Mi sono chiesto se il libro di questa signora (non ricordo più se terapeuta o cosa), che è da decenni in televisione, sarebbe stato mai non dico pubblicato, ma anche solo scritto, se la terapeuta in questione non fosse un personaggio televisivo. Sì, è vero, non ho letto il libro, non ho visto le carte, e un libro per me è bello fino a prova contraria, ma secondo me ‘sto libro non è un granchè ed è uscito solo perché lei va in tv e a Natale qualcuno che vuol fare l’intellettuale con la cugina di terzo grado lo compra.

Non c’è da scherzare, lo so; non c’è troppo da essere ironici. Fa solo tutto una grande pena.

Contrordine compagni

Salvini dopo vent’anni di chiacchiere padaniste, che in una certa fase hanno oggettivamente frenato il paese, compreso il nord, dopo vent’anni di Napoli colera, di indipendenz che ci hanno resi più dipendenti da altri, qualche giorno fa, annunciando il cambiamento di linea, ha detto: “Sui meridionali mi ero sbagliato: li conoscevo poco”.

Un giorno dirà: “Sull’euro mi ero sbagliato: non avevo studiato abbastanza”; “Sulle politiche di integrazione mi ero sbagliato: non avevo capito il valore economico e sociale dell’integrazione”; “Sulle alleanze europee mi ero sbagliato: non mi ero resto conto con chi avessi a che fare”; “Sui lavoratori stranieri mi ero sbagliato: il mio consigliere economico non mi aveva spiegato quanto incidessero sul Pil italiano ed europeo”.

Per carità, benissimo, ma mi chiedo: a Salvini e al suo partito il corso di formazione ventennale, che abbiamo pagato caro, dobbiamo continuare a pagarlo noi?