Da oggi in libreria

L’uomo è un animale politico “per natura” – spiegava Aristotele – perché capace di amicizia, bisognoso di mettere in comune conoscenze, capacità, tecniche, lavoro. Dopo il peccato di Adamo ed Eva – sosteneva Agostino – l’uomo è esposto alla jacquerie permanente delle passioni e del disordine antisociale. E se la politica fosse proprio un rimedio alla natura ambigua dell’uomo? Un dibattito ampio, quello medievale, fatto anche di casi di studio curiosi, come quello del gigante Nembrot, o del popolo dei Pigmei, o dell’oratore sapiente che dà vita alla civiltà, o quello della città delle donne. 98 pagine, 7 euro e 90.

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Nembrot a Mossul

Ninive (l’attuale Mossul), una delle città più antiche del mondo, secondo le antiche leggende e le antiche cronache fu fondata dal biblico Nembrot (o Nimrod). Nembrot è passato nella tradizione tardoantica e medievale come un enorme gigante, un gigante violento e “uccisore di uomini”. Fu lui a fondare Ninive e soprattutto il primo impero della storia e per farlo distrusse ogni cosa e asservì come un tiranno tutte le popolazioni che trovò sul suo cammino. Morì confuso, a causa degli effetti della torre di Babele, e Dante gli fa esclamare all’inferno una frase rabbiosa e incomprensibile, ma per alcuni cronisti medievali fu proprio lui a costruire la prima civiltà della storia. Ne parlo un po’ in un mio libretto che sta per uscire (l’11 Marzo), soprattutto per capire che cosa volesse dire questo legame tra violenza e città, tra tirannia e impero. Ma proprio in questi giorni gli uccisori dell’Isis stanno distruggendo a martellate le statue e i tesori di Ninive- con quella violenza cieca che è uno degli aspetti più permanenti della storia umana – dimostrando che Nembrot è ancora vivo.

Cose vicine

Io sono nato nel 1970, quindi per me gli anni ’70 sono la mia infanzia. Gli anni in cui si respirano gli odori che vorresti sentire l’ultimo giorno della tua vita, gli anni in cui sei già un po’ quello che diventerai, in cui capisci quelle due tre cose importanti della vita, gli anni in cui comprendi se sei un coraggioso o uno che scappa, gli anni dello stupore e della meraviglia, gli anni che rivivi senza che te ne accorga, perché le tue emozioni ne fanno un varco del presente, ecco quegli anni lì, per me, sono gli anni ’70. Ricordo il clima cupo del terrorismo, ma come qualcosa che non mi toccava, che succedeva a Roma (anche se non era così); e non capivo se questi brigatisti fossero buoni o cattivi, perché si parlava sempre del popolo e il popolo tendenzialmente è cosa buona. Ma una volta mia mamma guardando la tv, sconvolta per la strage di via Fani, esclamò “Disgraziati. E dite anche che siete amici del popolo”. Non so, non sono sicuro, ma penso che il mio sospetto (e anche il mio profondo interesse di osservatore e di studioso) nei confronti delle ideologie sia nato in quel momento. Ma tutto questo è marginale. Ricordo quando arrivarono per la prima volta Goldrake e Mazinga. Rimanemmo tutti sbalorditi e sui banchetti della scuola elementare la prima frase tutti i giorni alla mattina era “L’hai visto Goldrake?” e la risposta “Fischia!”. E quando arrivò Lupin III? Tutti a bocca aperta. E Happy days? E gli oggetti, il Tango, il frisbee, la bicicletta Saltafoss (eh, si chiamava così). Certe canzoni, come quelle di Amanda Lear, che facevano ridere. Erano cose nuove che riconoscevamo come nuove. Non erano semplicemente cose che ci piacevano, erano novità, erano cose nate nel nostro mondo, insieme a noi. E noi lo capivamo bene. Eravamo bambini, ma quel mondo lo capivamo. C’era però anche un mondo di cose belle e strane che non era proprio il nostro, ma ci precedeva di poco. Ricordo la sensazione di quel pop che stava andando fuori corso, che aveva un che di strano, ma che ci piaceva. I cartoni di Hanna e Barbera erano tutti così: li guardavamo, ci piacevano, ma erano precedenti. Precedenti, ma ancora lì insieme a noi, erano gli effetti optical di certi vestiti, certi quadri tutti macchie di colore, i libri bellissimi che giravano sulla Cina, con tutti quei manifesti maoisti coloratissimi e scritte in cinese, le moquettes, quei volantini ciclostilati zeppi di parole, le serie come “Attenti a quei due” e poi tutte quelle cose inglesi e francesi che non si capivano bene, ma erano lì, ci avevano preceduti di poco, stavano con noi, ma noi con loro non ci orientavamo alla perfezione, c’era un leggero sfasamento. Io quella sensazione di un passato prossimo che non è tuo, ma che è come un’isola del tesoro, come una macchina del tempo in cui forse anche chi stava vicino a te poteva essere ritrovato, in cui altri che ancora stavano lì con te avevano provato emozioni uguali alle tue, in cui la meraviglia delle generazioni si avvicendava, anche se tu non lo capivi bene, quella sensazione me la ricordo.

Ho sentito oggi una canzone che non conoscevo e che mi ha riportato alla memoria quelle sensazioni, quel mondo immaginato, sfiorato e così vicino al mondo delle mie prime emozioni.

L’animale politico. Agostino, Aristotele e altri mostri medievali

Il prossimo mese sarà disponibile in tutte le librerie il mio nuovo libro: L’animale politico. Agostino, Aristotele e altri mostri medievali.

È un libro che tratta un tema medievale, ma che ci fa riflettere anche sull’oggi e sul permanente della politica. È stato scritto quasi come una storia, con i suoi elementi fantastici e narrativi, con le sue aperture all’immaginario, ma con l’opportuno rigore scientifico. È un libro molto breve (100 pagine), ma che dà da pensare a lungo (per merito del tema stesso e dei suoi protagonisti) e siamo riusciti a farlo costare poco, perché siamo nell’epoca dello streaming (non c’entra, ma c’entra). A Marzo in libreria.briguglia - l'animale politico e altri mostri

Un pensatore italiano e un imperatore tedesco

Eutopia. Ideas for Europe è un magazine edito in Italia da Laterza (e da Fischer Verlag in Germania, Editions du Seuil in Francia, Galaxia Gutenberg in Spagna) che mette al centro l’Europa, la sua storia, i suoi rompicapo, i suoi snodi, i temi del presente e gli scenari del futuro.

Con mio grande piacere sono stato invitato a contribuire alla sezione storica, che si occupa di personaggi, di date simbolo, di avvenimenti spartiacque e di relazioni pericolose. Il mio articolo, uscito oggi on line in versione bilingue, parla di una data antica ma importante (il biennio 1325-1327), e della liason dangereuse tra un pensatore italiano e un imperatore tedesco. Qui di seguito l’inizio dell’articolo:

Nel 1327 l’imperatore tedesco Ludovico di Baviera si mette in marcia verso Roma alla testa di un esercito. Dovrà rafforzare il circuito di quelle città settentrionali della penisola italiana che vedono nell’imperatore il garante di un ordine sovralocale e dovrà tentare di sottomettere alla sua autorità le città che vedono invece nel papa il punto più alto di una rete di potere nazionale ed europea…

Tutti gli arcana del presidente

La si può pensare come si vuole, ma bisogna pur ammettere che questo modo di eleggere il presidente della repubblica oggi non ha più senso. Questo tipo di elezione, fatto così, è servito a rendere solenne, in anni e decenni in cui effettivamente aveva un senso,  la figura del presidente fin dalla forma della sua elezione. È un sistema che evoca gli arcana imperii, i segreti del potere, il velo che lo stato impone alle sue decisioni più intime, una specie di sacralizzazione di quel teatro della politica (teatro, non teatrino) che al tempo stesso si mostra e si nasconde.

Oggi tutto il dibattito sul presidente, che dura per forza mesi, appare invece come qualcosa di intrinsecamente surreale. A questi dibattiti surreali – determinati dal processo stesso di elezione – i cittadini, che in questa partita non possono partecipare neanche alla lontanissima, si conformano volentieri.

Il primo elemento curioso è che per questa carica non ci sono candidati, nessuno formalizza candidature. Nessuno direbbe “voglio fare il presidente”, perché sarebbe sicuro di non essere eletto. Anzi, una delle parti più divertenti del processo è quella in cui chi viene nominato come possibile buon presidente subito smentisce di voler essere eletto: “Io? Ma no, è uno scherzo da prete”, “Io? Ma no, non sono disponibile”, “Io? Macché, ormai faccio altro da anni”.

Il risultato ovvio e grave è che senza candidati non si può discutere delle qualità dei candidati. Non dico di fronte al paese, che qui gioca il ruolo del pubblico a teatro, che magari può parteggiare in silenzio e in cuor suo per uno dei personaggi, ma a cui è richiesto solo di applaudire alla fine, non dico appunto di fronte al paese, ma magari nello stesso parlamento. Anche in Vaticano prima del conclave i cardinali si riuniscono pubblicamente per fare il punto sulla situzione della chiesa universale proponendo scenari diversi, per il presidente no.

Non essendoci candidati, non potendo fare nomi (a meno di voler proprio male alle persone), i partiti fanno allora “l’identikit”. All’inizio serve solo a far melina, a dire qualcosa ai talk show, perché poi questi identikit danno sempre lo stesso risultato: alto profilo, senso delle istituzioni, standing internazionale. Poi, man mano che si avvicina il momento, l’identikit diventa come i concorsi universitari “profilati”: si dà una definizione fatta per avvantaggiare uno e un solo candidato e per svantaggiare tutti gli altri.

Senza candidati, senza dibattiti pubblici sui nomi e sui profili, le uniche caratteristiche dei “quirinabili” sono i dispetti o i favori che si presume possano fare a una parte o all’altra. E il format riesce così bene che anche i cittadini per settimane e settimane ragionano impettiti e con grande ostentazione di senso politico nei termini di veti e di convenienze (altrui): “Quel candidato? Andrebbe bene, ma fa ombra al premier”; “Quell’altro? Non sarebbe gradito al leader dell’opposizione”; “Il terzo? Non è il massimo, ma potrebbe piacere a quelli a cui sta antipatico il segretario di quel partito che così si troverebbe forse in difficoltà nel caso in cui fra 8 mesi cadesse il governo che fa finta di sostenere ma che in realtà non voleva fin dall’inizio…”.

Ma perché dovrebbero interessarci questi veti, questi ragionamenti, queste scelte che non vengono spiegate né  a priori né a posteriori? Del resto sappiamo bene che i parlamentari, che rappresentano la nazione, voteranno in base all’indicazione dei capicorrente, che rappresentano la rielezione.

Insomma, fra tutte le inefficienze del nostro parlamentarismo questa appare oggi come la più oziosa. I cittadini non hanno voce in capitolo (anche se vengono indotti dal processo stesso di elezione a chiacchierare per mesi del totopresidente) nel prendere una decisione che è fondamentale per la vita democratica ma che la costituzione non attribuisce direttamente ai cittadini. Nell’attesa che il nostro sistema si volga laddove è tempo che si rivolga (a mio umile avviso), e cioè verso il ripensamento della funzione presidenziale, e di tutto l’equilibrio di contrappesi, e che si dia ai cittadini la responsabilità diretta di scelta, si spera almeno che il parlamento risolva la questione senza inutili caciare e senza insopportabili ipocrisie.

Bentornate!

Greta e Vanessa, bentornate!

Bentornate alla libertà e prestissimo bentornate in patria. Siete state incoscienti e coraggiose, generose e forse affrettate e senza senno, non abbiamo ancora capito. E chissà quante volte vi sarete pentite di qualcosa, di esservi spinte fin laggiù forse pensando che le buone intenzioni mettano al riparo dai pericoli e non è così.

Ma ci siete state, laggiù, e ci avete fatto capire che in un paese come il nostro –  che spesso all’ingrandirsi spropositato di un mondo esterno che non capiamo più reagisce pensando di chiudersi dietro le proprie frontiere – chi è generoso e senza senno è utile, è preziosissimo, è quello che ci fa essere nel mondo insieme agli altri, con le vicende degli altri.

Tutti lo abbiamo pensato, vedendovi fragili e contente in quelle foto di partenza e di partecipazione, che potevate essere nostre figlie, le nostre sorelle, le nostre cuginette. E siamo stati tutti un po’ orgogliosi delle vostre decisioni e un po’ incazzati con voi, che avete esposto le vostre vite e messo un po’ nei guai il paese. E tutti abbiamo provato rabbia e pena, nel vedervi con quel velo nero e nel sentire quel “siamo in pericolo” sussurrato.

Ci saranno polemiche, ci saranno dibattiti, ci dovrete forse anche dare delle spiegazioni, ma adesso siamo semplicemente felici, per voi che tornate, e per il paese che è riuscito a riportarvi a casa, e non vediamo l’ora che le vostre vite ricomincino, che ci spiegate che cosa avete capito, che ricominciate a vivere come volete. Greta e Vanessa, bentornate.

 

Dickens in incognito

Mi è capitato di vedere il programma Boss in incognito su Rai2, uno di quei programmi che ti martellano nei denti finché non ti scappa almeno una furtiva lacrima o un’emozioncina d’ordinanza. Per carità, si tratta di un programma fatto molto bene, con i testi giusti, i tempi adatti, i personaggi adeguati

Lo schema, come sempre, è semplice: il capo di una grande impresa lavora in incognito per una settimana nella propria azienda, come se fosse un nuovo e inesperto dipendente, ruotando tra varie mansioni e diversi luoghi (stabilimenti, distribuzione, negozi) per farsi un’idea di come vadano le cose e soprattutto interagendo con vari dipendenti e seguito da un troupe televisiva che finge di girare un documentario. Le martellate di emotività sono date dal rapporto che il boss in incognito stabilisce con quei 3-4 dipendenti che lo affiancano di volta in volta nelle nuove mansioni e che vengono spinti a raccontarsi, a confidare le proprie difficoltà, economiche e personali, a narrare la propria storia. Alla fine della settimana il boss convoca in direzione i dipendenti conosciuti e svela la propria identità, giudicando il lavoro e il comportamento di chi ha conosciuto, redarguendo (poco) o lodando gli attoniti dipendenti che si accorgono che l’impacciato collega della settimna prima era in realtà il supercapo. Insomma sembrerebbe un programma sulle difficoltà dell’organizzazione del lavoro, sull’impegno, su come alcuni concreti problemi possano essere risolti (un po’, in fondo, come le Cucine da incubo di Ramsay).

Si resta però a bocca aperta per gli incontri finali dei boss in incognito con i dipendenti. Il boss regala contratti a tempo indeterminato (ma quindi prima come lavoravano questi operai?), soddisfa l’esigenza di passare da part time a tempo pieno (passaggio che evidentemente il dipendente prima non era riuscito ad avere), promuove a funzioni superiori (e dunque il talento dei dipendenti prima non era valutato efficacemente). Non solo, il boss ormai svelatosi regala viaggi a parchi divertimento per i figli sacrificati del dipendente, paga viaggi di nozze e pranzi di matrimonio, assume mariti o mogli dei dipendenti conosciuti che si trovano in difficoltà. E tutto avviene per puro caso (perché il boss in incognito conosce quel singolo dipendente e non gli altri) e grazie al capo dell’impresa che diventa il vero e proprio deus ex machina della vita di una persona casualmente pescata in azienda.

Insomma siamo tornati a Charles Dickens, al Canto di Natale, allo Scrooge che tutti speriamo di incontrare a Natale e che ci può aggiustare la vita lavorativa e personale con un atto di munificenza personale, con un benevolo paternalismo, con una lacrima empatica, con una lotteria casuale in cui si vince un contratto a tempo indeterminato e un complimento.

Lo chiedo senza moralismo alcuno: abbiamo ricominciato a leggere così il lavoro e il suo mondo, la ricchezza e la difficoltà, il vincolo sociale, la città alta e quella bassa in cui viviamo tutti insieme? Se è così, mi aspetto anche che il Dickens in incognito esca allo scoperto e ci aiuti a capire e raccontare.

 

Buone feste agli italiani all’estero

Sì, lo so che non si fa, ma tutti fanno gli auguri a tutti e a me piacerebbe fare in particolare gli auguri di buone feste agli italiani e alle italiane all’estero, che siano italiani all’estero temporanei, avventizi, indecisi, intrappolati o di lungo corso, a quelli che per Natale rientrano in Italia e a quelli che per questa volta non ce la fanno.

Vorrei fare gli auguri a quegli italiani che all’estero hanno fatto figli  – e ora che i figli vanno all’asilo sono preoccupati perché al pomeriggio tornano a casa canticchiando filastrocche incomprensibili  – e a quegli italiani che sono andati all’estero proprio perché è nato loro un figlio.

Buone feste a quegli italiani che odiavano i luoghi comuni sull’Italia e ora piangono come vitelli alla prima strofa di Lacrime napulitane (sia nella versione di Murolo che in quella, incredibile a dirsi, di Mario Merola).

Buone feste a quegli italiani che quando tornano credono di avere i superpoteri e a quelli che dicono sempre “io in Italia non ci torno più” e hanno speso 600 euro per comprare un biglietto all’ultimo momento (moltiplicato per coniuge e figlio) per un volo di un’oretta per poter mangiare i passatelli con la bisnonna la sera del 24.

Auguri a quelli che ogni volta che tornano trovano il papà un po’ più piccolo e a quelli che non conoscono più i nipoti.

Auguri a quelli che mentalmente traducono i dollari in euro e gli euro in lire e alla fine non hanno capito quanto pagano d’affitto e a quelli che se la tirano tanto, ma tanto, di vivere da un’altra parte.

Buone feste a quelli che almeno una volta si sono sentiti dire “se sei così bravo perché non hai trovato lavoro a casa tua?” e a quelli a cui è stato detto almeno una volta “certo che voi italiani avete una marcia in più” (e spesso le due categorie coincidono).

Buone feste a quelle che all’estero hanno sposato un ingegnere della Siemens che parla solo inglese e finlandese e quando vengono per le feste la nonna si chiede se sia cristiano e a quelli che tornano con la moglie americana e la nonna vuole per forza insegnarle a cucinare gli struffoli.

Auguri a quelli che erano partiti per fare la storia e che hanno capito che già mettere su la bella famiglia che hanno messo su li salverà per sempre.

Buone feste a quelli che hanno scoperto di essere cervelli in fuga e un’intervista in un programma tv per farsi dare una bella pacca sulla spalla non gliela nega nessuno.

Buone feste a quelli che prima di iscriversi all’Aire c’hanno pensato 5 anni e varie sedute dallo psicologo e a quelli che dopo 10 anni sono ancora convinti che tanto tornano quando vogliono.

Buone feste a quelli che quando sono all’estero perdono il lume della ragione nel vedere quanti prodotti falsi si vendano come prodotti tipici italiani con tanto di tricolore e quando tornano si accorgono che il Moccaccino ora lo vendono anche in Italia.

Buone feste a chi rientra in Italia e a chi a questo giro non ce la fa, ma anche a quelli che vanno e vengono, a quelli che andrebbero, a quelli che in Italia ci vanno a lavorare e sono un po’ italiani anche loro. E insomma buone feste a tutti quelli che hanno a che fare con questa penisola che ci fa disperare, ma mamma mia quanto le vogliamo bene.