EU Marie Curie Fellowships in Strasbourg (France)

(English version below)

Pensiero medievale (o rinascimentale) a Strasburgo.

Tra poco riapriranno i bandi Marie Skłodowska-Curie Fellowship dell’Unione Europea (per esempio gli Individual Fellowship – IF). Si tratta di un fellowship particolarmente importante e strategico (24 mesi), con ottimo stipendio e fondi di ricerca.

Lo so per esperienza, perché lo vinsi anni fa e fu un’esperienza di ricerca e umana decisiva. Adesso a mia volta ho il piacere di ospitare dei Marie Curie Fellows, all’Università di Strasburgo, che è un luogo estremamente propizio per la ricerca.

Per questo invito chi avesse voglia di lavorare a un proprio progetto di ricerca nel campo del pensiero medievale (o rinascimentale) – un progetto innovativo, importante, fattibile, quello che chiamano un progetto “outstanding” –  a valutare una candidatura per una Marie Curie Fellowship dell’Unione Europea qui a Strasburgo, con la mia supervisione e quindi a contattarmi ( briguglia@unistra.fr ).

Una descrizione sommaria dei MCF si trova qui, in attesa del bando imminente https://ec.europa.eu/research/mariecurieactions/how-to/apply_en e http://ec.europa.eu/research/mariecurieactions/ ed è il caso di darci un’occhiata, prima di scrivermi.

Per candidarsi in Francia è necessario non aver lavorato qui negli ultimi 3 anni per più di 12 mesi, il resto dipende solo dall’importanza del progetto, dalla voglia di fare ricerca (e un po’ anche dalla nostra esperienza europea).

I nostri uffici aiuteranno poi i candidati a migliorare il progetto da tutti i molteplici punti di vista per rendere la candidatura ancora più competitiva.

Medieval and Renaissance Thought in Strasbourg

In a few weeks, the Marie Sklodowska Curie Programme of the European Union (for instance the Individual Fellowships) will open the new calls for 2017. This fellowship programme represents an excellent and strategic career opportunity for researchers, up to 24 months for funded project.

I speak from my own experience: ten years ago I obtained a Marie Curie fellowship and I can say that it was a decisive experience, both for my career, and my personal life.

In my turn, now I’m glad to host Marie Curie Fellows at the University of Strasbourg, an excellent working environment for researchers.

I would like to invite anyone interested in working on individual research projects on medieval or renaissance thought to contact me (briguglia@unistra.fr).

I encourage you to apply for this important grant and I’ll be happy to consider innovative, ambitious, and outstanding projects to be based at the University of Strasbourg with my supervision.

The forthcoming 2017 call is expected for April 12, 2018: meanwhile, take a look at the Marie Curie Actions website: https://ec.europa.eu/research/mariecurieactions/how-to/apply_en and http://ec.europa.eu/research/mariecurieactions/

In order to apply for a MSC in France the researcher must not have resided or carried out his/her main activity here in France for more than 12 months in the 3 years immediately before the call deadline. However, the success of the application depends on the scientific quality of the project and the candidate’s determination to pursue a top level research career.

Our experience in European Funds and EU Programs is also a valuable resource: our university offices will follow the preparation of the application, providing infos, relevant materials and a pre-screening service in order to improve the competitiveness of the application.

Annunci

Ma ha senso dare un senso?

Domenica del Sole 24 ore, 11 febbraio 2018.

A giudicare dalla presenza costante negli scaffali delle librerie, italiane e non solo, di titoli, pamphlet, manifesti su che cosa sia la filosofia, su quale sia la sua utilità e la sua funzione sociale e personale, sorge un dubbio legittimo, cioè che questo continuo indagare e porre la domanda nasconda ed esorcizzi un’inquietudine sottile: forse la filosofia non serve a nulla.

Certo, anche Aristotele aveva detto e assunto come rivendicazione che la filosofia per essere attività libera e indagine conoscitiva autentica dev’essere svincolata da quel tipo di utilità che hanno le altre scienze. Ma lì non si trattava né di un dubbio, né di un’inquietudine, bensì del momento costitutivo di un sapere nuovo, con caratteristiche speciali e imparentato con la meraviglia e lo sbigottimento.

I nostri pamphlet invece da un lato cercano di fronteggiare un’insofferenza strisciante per la filosofia, dall’altro mostrano una nostalgia per tempi in cui l’attività filosofica aveva un riconoscimento nella percezione sociale dei saperi, ammesso che questi tempi siano mai esistiti. Per un altro verso ancora, forse quello più interessante, nutrono l’esigenza di una filosofia capace di porre problemi e di scoprire vie da percorrere. La spericolatezza del compito è evidente, soprattutto quando si pensi che la complessità dei discorsi e delle pratiche filosofiche sembra impedire anche solo l’uso della parola “filosofia” al singolare.

E non è raro sentire (o leggere) filosofi analitici che accusano storici della filosofia di essere tutto tranne che filosofi, ricambiati dalla presa in giro di alcuni loro colleghi storici per l’ignorante semplicità delle conclusioni analitiche, o filosofi della scienza indignarsi per l’oscura inconcludenza di brocche che continuano a broccheggiare, ripagati dalla considerazione di filosofi continentali che la scienza la fanno gli scienziati, che dei filosofi della scienza poco si curano. Tra competizione nei dipartimenti, spartizioni di torte ben poco appetitose, voglia di legittimarsi nell’opinione pubblica, a volte l’impressione è quella dei capponi di Renzo.

Non cade in queste trappole Rossella Fabbrichesi, professoressa di Ermeneutica alla Statale di Milano, che scrive un libro utile e godibile sull’attività filosofica. Già il titolo del libro – Cosa si fa quando si fa filosofia? – ci fornisce le tracce della via percorsa: non si tratta di dare definizioni, di delimitare l’essenza di questa o quella filosofia, di perimetrare formalmente l’estensione di una disciplina, ma di interrogarsi sull’attività filosofica, sull’agire della filosofia, sulla sua prassi (secondo l’approccio di scuola dell’autrice, riconoscibile ma inclusivo). Anche i titoli di ogni capitolo, introdotti come sono da verbi all’infinito, non rimandano a cose, ma ad azioni (Dominare l’orrore, Sperimentare, Praticare il reale, Educare all’amore per il sapere…).

Fabbrichesi accompagna la propria riflessione dialogando costantemente con alcuni dei riferimenti della tradizione filosofica contemporanea, con i Deleuze e Guattari che fanno della filosofia l’attività di creazione dei concetti “per tenere a bada il caos”, o con il Foucault della parresia, cioè della necessità e della libertà di dire la verità come scelta vitale, che aveva nei Cinici un modello, o come Peirce e Wittgenstein, per l’attenzione alle trappole del linguaggio e allo smascheramento degli idoli concettuali, ma anche Socrate e Platone, per quell’amore per l’insegnamento attraente, per quel voler maneggiare gli strumenti della filosofia come relazione con le arti del maestro.

La filosofia è infatti per Fabbrichesi un interpellare, l’azione che spinge al chiedere spiegazioni, un indirizzarsi agli altri per provocare una reazione, ascoltare una risposta, come nella grande figura socratica, nell’azione del produrre insieme il vero. La filosofia non è solo interpretazione testuale, meno ancora può essere mero tecnicismo, ma neppure attività esclusivamente teoretica. È un’attività costante di rapporto con il mondo, è trasformare, anche resistere, ha insomma un’aspirazione pratica e politica. È forse questo lo spunto più interessante che il libro offre a dei potenziali lettori che si vogliano interrogare sul cammino della filosofia – e in appendice Fabbrichesi riporta anche il concreto esperimento sull’esercizio della filosofia condotto con i suoi studenti – e che forse lega insieme varie esperienze storiche della filosofia. In fondo la filosofia antica era proprio questo, amore della conoscenza coltivato con altri, in un progetto di condivisione di vita e di trasformazione del mondo e questa rimane ancora la spinta essenziale di chi si dedica alla filosofia, al di là della molteplicità degli orientamenti, dei metodi e degli indirizzi della ricerca. E forse non c’è nulla di più moderno di questa esigenza centrale e di più urgente di questa sfida.

Lo spot elettorale di Casa Pound

La politica italiana, a mio avviso, è generalmente povera di azioni simboliche e di cura particolare per ciò che è visivo o fittivo, per il non detto evocativo (e putroppo anche per il detto, perché si temono gli effetti retorici scoperti: basterebbe però mettere a fuoco il problema e attrezzarsi), almeno se paragonata ad altri paesi.

Certo pesa la natura stessa delle nostre istituzioni, che non favorisce l’assunzione di responsabilità e ne consente sempre la dilazione e il rinvio, con tutta una serie di conseguenze nella comunicazione che non sono però ciò che mi interessa adesso qui.

Anche per questo mi ha molto incuriosito – e devo dire sbigottito, al di là di considerazioni politiche – uno spot elettorale, quello di Casa Pound, che è invece costruito come un dispositivo simbolico che forma e svela un immaginario a dir poco lugubre, per quanto significativo.

Nella prima parte il leader di Casa Pound passa attraverso il buio denunciando i limiti di tutti gli avversari politici (da Boldrini a Berlusconi, e tutti gli altri) che sono raffigurati con dei cartonati che in qualche modo “mummificano” la scena. L’unico essere umano vivente è il leader di Casa Pound, che per indicare le politiche degli altri utilizza una serie di parole interessanti: follia, sciagura, distruzione e annientamento di tradizioni e futuro, gabbia, Unione Europea meccanismo per distruggere l’economia italiana, traditori.

Il passaggio necessario attraverso il buio, attraverso le tenebre, fa parte di molte storie e ha spesso un valore di rigenerazione e di legittimazione. Basterebbe pensare alla cerimonia con cui Mitterrand volle iniziare la sua prima presidenza. Si trattava di un’entrata, anche questa solitaria,  nella penombra (ma con la folla luminosa dei francesi alle spalle che attendono), nel Panthéon di Parigi per rendere omaggio a Jean Moulin, uno degli eroi della resistenza. Non era solo un omaggio alla resistenza; si trattava simbolicamente di molto di più: un passaggio del nuovo presidente nel regno dei morti, che rendono viva e autorevole la sua funzione presidenziale, e di un ritorno tra i vivi, perché anche l’uscita dal Panthéon gioca un ruolo fondamentale, tra le responsabilità rinnovate delle nuove generazioni.

Quello che mi colpisce nello spot di Casa Pound è che questa oscurità iniziale non conduce alla luce, al mondo dei vivi, ma a un enorme cimitero, letteralmente una montagna di morti, dove si svolge la seconda parte dello spot.

Certo, si tratta di un cimitero particolare, cioè del sacrario militare di Redipuglia (che tutti dovrebbero visitare una volta con emozione e rispetto), ma l’effetto visivo è francamente scioccante, per il semplice motivo che non è un punto di partenza, ma è l’esito del messaggio simbolico. Non è una legittimazione da parte di coloro che sono morti per la patria (e a causa della patria), ma è il punto finale di tutto il discorso, come in una distorsione dello schema morte-rigenerazione.

Il leader di Casa Pound, Di Stefano, sale il monte tenendo sempre in vista le tre croci che lo sormontano, in un clima percettivo purgatoriale (potrebbe essere l’alba o forse è il tramonto, non si capisce, forse per evitare l’effetto “sol dell’avvenire” che non sembra essere coerente col tutto) e con una musica in sottofondo che non è abbastanza epica per non risultare un po’ triste e inquietante.

Il riferimento visivo costante alle tre croci fa inoltre perdere completamente l’idea (che forse era quella voluta, ma in questo caso sarebbe un lapsus notevole) dell’identità cristiana degli italiani, per svelare tutto un altro immaginario: in realtà Di Stefano sta visivamente salendo il Golgota.

Tutto il discorso simbolico, che parte dalle tenebre e dal buio, cioè dalla morte, torna alla morte, amplificata dalle centinaia di migliaia di morti su cui quel Golgota che nell’ultima scena dello spot vediamo davvero in tutta la sua dimensione.

Ma lo spot finisce lì, in una sorta di luttuoso venerdi santo laico. Una resurrezione possibile non è per nulla evocata, non c’è rigenerazione, i morti sono rimasti morti, non hanno parlato ai vivi, non esiste un nuovo punto di partenza, il futuro si ferma in un enorme e spaventoso, per quanto sacro, cimitero.

Invece studiare

Esistono alcune naturali forme di invidia tra generazioni (o istinto a mettere sotto tutela), che si esprimono soprattutto in determinati momenti. Una di queste si manifesta in modo evidente quando una generazione più vecchia invita la generazione più giovane a non studiare, a lasciar perdere i libri, cercando di convincerla che sia tempo perso e che non serva a nulla.

Rivolgersi poi ai genitori, invece che ai ragazzi, come nella lettera aperta della confindustria di Cuneo, aggiunge addirittura un elemento arcaico alla comunicazione – al di là delle intenzioni, che possono anche essere state molto buone e non le giudico -, un che di ottocentesco, di libro Cuore, di tutela (che però funziona, perché sono poi i genitori, della stessa generazione di chi ha scritto la lettera, a contribuire alla decisione finale dei figli) e certamente c’è anche un po’ classismo, perché non credo proprio che i figli dell’avvocato di Cuneo andranno a fare gli operai, neanche volendolo.

Io mi rivolgerei invece ai ragazzi e alle ragazze invitandoli a prendere decisioni coraggiose e responsabili.

Li inviterei certo a pensare al lavoro, al proprio lavoro, ammesso che per ciascuno di loro il tempo di una decisione di questo tipo sia già arrivato.

Però li inviterei anche a studiare, sapendo che il tempo dello studio non è solo preparazione al lavoro, ma è l’occasione unica di misurarsi con cose difficili, con cose “inutili”, ma belle, con cose che cambiano il modo di vedere il mondo. Vi ricapiterà uno spazio dedicato a questo, un tempo pensato soprattutto per questo?

Li inviterei a riflettere sul fatto che la realtà è un’idea che si negozia, non è un peccato che si sconta, e non può essere un perimetro imposto da altri e accettato senza repliche. Tutta la vita negozierete la vostra realtà con qualcuno o con qualcosa. Volete andare al negoziato a mani vuote?

Forse li spingerei a considerare quanto sia sbagliata quella frase – molto giusta – di Gramsci: “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza”. Noi avremo sicuramente bisogno della vostra intelligenza, e ne abbiamo già bisogno, ma la vostra intelligenza è vostra. E dei figli che avrete.

Li inviterei a ragionare sul fatto che se anche non fosse vero – e non lo è – che nella vita basta volere, basta prepararsi, basta fare tutto bene per realizzare i propri desideri, è però anche vero, come diceva il poeta, che alcuni nella vita hanno un grande sogno e non riescono a realizzarlo, e altri non hanno nessun sogno e non riescono a realizzare neanche quello.

Li inviterei anche a pensare che, forse, chi oggi scrive che c’è bisogno di migliaia di operai – e ha ragione ed è vero -, domani potrà scrivere che non c’è più bisogno di loro, e non potrete aspettare quel momento per assumervi le vostre responsabilità.

Fate gli operai specializzati – mestiere che in tanti settori dà molte soddisfazioni -, se è la vostra strada, oppure tentate di fare i commercianti, i fioristi, i medici, gli ingegneri, i manager, gli storici dell’arte o gli artisti.

Date retta ai vostri genitori, ma non consentite loro di farvi perdere tempo con scelte che sembrano razionali, ma non necessariamente lo sono. Date meno retta a chi vi propone dei dati, anche corretti, ma disinteressandosi di tutto quello che avete davanti e sta a voi intraprendere. Usate quei dati, e cercatene anche altri, ma partite da voi.

Pensateci bene, con coraggio e responsabilità, perché coraggio e responsabilità sono ciò di cui abbiamo veramente bisogno.

 

 

 

 

Buon Natale a chi ha la crisi di mezza età

“Questa cosa di cui parli ha un nome, si chiama crisi di mezza età”: me l’ha detto, come se niente fosse, un amico qualche giorno fa.

Sono scettico, però nel dubbio continuo la tradizione degli auguri sul blog augurando buon Natale e buone feste a tutti quelli che hanno (forse) una crisi di mezza età.

Buone feste in particolare a quelli che non si ricordano più perché vent’anni fa hanno cominciato a fare quello che fanno e a quelli che se lo ricordano, ma non è per nulla come avevano immaginato.

Buon Natale a quelli che a 45 anni si sono dati al ciclismo e hanno comprato la tutina fosforescente, le scarpe con l’incastro per il pedale e la domenica vanno non so dove (per favore smettetela) e a quelli che hanno cominciato a fare la maratona (pensateci: se la natura avesse voluto fare di voi Gianni Morandi avreste venduto un milione di dischi a 13 anni).

Buone feste e buon Natale a quelli che quando vedono il cantante degli Spandau Ballet in una qualche trasmissione revival, con quella faccia da salumiere che si ritrova adesso, prima godono un momento e poi subito pensano “cazzo, chissà che faccia c’ho io per chi non mi vede da trent’anni”.

E buon Natale a chi subito dopo aver visto il cantante degli Spandau pensa a come dev’essere invecchiata la biondina degli Eight wonder e anche Tracy Spencer (non lo so, magari no, ma non è il punto) e si rende conto che sta facendo esattamente lo stesso giro mentale che facevano quelli che guardavano i revival con Nilla Pizzi quando lui era ragazzino (e loro non proprio).

Buon Natale a quelli che quando guardano Modern Family si identificano con Jay anche se hanno l’età di Phil.

Buone feste a quelli che hanno sbagliato lavoro, l’hanno capito adesso, però almeno hanno fatto i soldi (e mo’ che ci fate, coi soldi?).

Buon Natale a quelli che 30 anni fa avevano il complesso della magrezza e temevano che non li avrebbero presi a fare il militare e che adesso hanno 20 chili in più e maledicono quest’assurda moda delle camicie slim fit e queste giacchette da gorilla che tocca mettere.

Buon Natale a chi per un attimo ha pensato: ma chissà se la spazzola di Bettega funzionava davvero, perché magari…

Buone feste a quelli che si chiedono “ma mio papà la crisi di mezz’età quand’è che l’aveva avuta?” (vi anticipo la risposta: proprio all’età che avete voi adesso, anzi forse un po’ prima).

Buon Natale a quelli che se i 30 sono i nuovi 20 e i 40 sono i nuovi 30, allora i 50 sono i nuovi 40 (suggerisco solo questo: se ci credete e vi fa star meglio va bene, ma non ditelo troppo in giro).

Insomma rimango scettico, ma faccio gli auguri a tutti soprattutto perché, se anche non siamo Napoleone e non rimarremo nei libri di storia, il Natale è la festa della nascita, anzi della rinascita, del ricominciare da capo, che non vuol dire da zero (quindi evitate colori vivaci e non mettetevi in competizione con vostro figlio), ma significa riprendere l’inizio di quel filo che ci porta chissà dove, è la festa che ci tiene in contatto con un inizio permanente (tutte le feste dicono questo, quindi festeggiamo, ogni tanto). In fondo, a ben guardare, non esistono mezze età.