Oscar, i cacciatori di video e l’archivio degli errori

Sul fatto che Giannino debba fare un passo indietro (bello grosso) siamo quasi tutti d’accordo, soprattutto per salvare un movimento d’opinione che ha una sua utilità. C’è però da sottolineare anche qualche altro elemento della vicenda.

Il primo è che ad accorgersi della falsità del curriculum e delle dichiarazioni di Giannino sui propri titoli accademici non sono stati dei giornalisti, in qualche modo deputati a farlo (e solo ora interessatissimi a cercare audio e video che lo incastrano), ma il cofondatore del movimento, per caso.

Possibile che in tempo di elezioni le personalità più in vista di un nuovo movimento non passino al vaglio di una verifica minima e veloce sulle proprie storie (quello che appunto in latino si chiamerebbe curriculum vitae) da parte dei giornali? Non c’è uno stagista, un apprendista, un giornalista di buona volontà incaricato di dare un’occhiatina?  In fondo sarebbe utile e interessante, anche in assenza di dati falsi o di racconti un po’ ottimistici sul proprio passato. E dire che in questo caso specifico non sarebbe neppure stato difficile. Basta guardare la scheda di Wikipedia (come adesso sappiamo), la parte dietro le quinte, la “discussione” (qui il collegamento) tra gli autori della scheda, che avevano già controllato molto tempo prima che scoppiasse la vicenda i titoli di Giannino e negavano che potesse avere un master a Chicago per il semplice fatto che uno degli autori (non giornalista) della scheda aveva scritto per proprio scrupolo al responsabile del master per ben due volte ottenendo una risposta inequivocabile: Giannino non risulta da nessuna parte. Insomma il lavoro giornalistico l’aveva fatto già il volontario di Wikipedia.

E pensare che Umberto Eco tempo fa aveva accusato l’enciclopedia scritta dagli utenti di potersi trasformare, non avendo un controllo autorevole, in un archivio che tramanda gli errori. Almeno in questo caso ha invece confutato l'”errore” e restituito l’esattezza di un dettaglio che si è rivelato importante, ma nessuno si è dato la pena di accorgersene.

Invito per venerdi alla Sorbona

Venerdi pomeriggio dalle 14 alle 18 sarò qui all’Université Paris IV-Sorbonne a sostenere l’Abilitazione (HDR). Sono molto onorato di incontrare tanti maestri e molto contento della presenza di tutti gli amici e i colleghi che vorranno essere presenti. Il dibattito è pubblico, come anche il brindisi successivo (che qui è considerato parte integrante della giornata). Tutti gli interessati sono invitati.

Vi spiego Social Book

Siccome il “voto del pubblico” si affronta come “voto del pubblico”, segnalo il progetto Social Book di Giancarlo Briguglia (e avete capito bene: se io non sono Jack, lui non è Bob Kennedy. E ha un bel blog di “letteratura, comunicazione e città“).

Non solo è un bel progetto, ma è proprio molto bello il concorso “Che Fare. Premio per la cultura“. 500 progetti culturali sono stati analizzati da una commissione di esperti e ne sono stati selezionati 35, che però adesso passano attraverso il giudizio della rete (e quindi un po’ attraverso il caso, attraverso i network e considerazioni più ampie o più strette). I primi 5 passeranno a una commissione finale e il vincitore avrà a disposizione 100 mila euro per realizzare il progetto.

Sono tutti progetti molto interessanti e sono ovviamente in testa quelli più collettivi, con una rete iniziale a disposizione più ampia.

L’idea di Social Book (il progetto numero 27) è la creazione di un social network per il prestito libri, dove ognuno mette a disposizione di tutti gli altri utenti la biblioteca personale che possiede in casa. La scala di azione è quella del quartiere e dunque le biblioteche personali e internet contribuiscono ad una maggiore coesione urbana stimolando una cittadinanza attiva. E gli utenti si incontrano realmente per prestarsi i libri.

Dell’idea hanno parlato in questi giorni già in molti: con articoli molto belli Tropico del libro, Finzioni Magazine, Indivanados, e poi Scuola Holden su facebook, e su twitter The Incipit, Wikitalia, Daria Bignardi, Tommaso Labranca, Biblioteche Romagna, Comune di Napoli, Tita Milano, Food Republic e davvero tanti altri.

Qui c’è la presentazione del progetto (e da lì si può anche votare) e qui la pagina ufficiale del voto. Qui la pagina facebook del progetto. Siamo nella zona alta della classifica, ma un po’ indietro, anche se non tanto da non potere riagganciare i primi cinque. Se vi piace il progetto votatelo, scrivere I like non basta, bisogna anche proprio votarlo attraverso il link.

E non abbiate paura, se un giorno presterete i vostri libri personali ad altri lettori del quartiere non vi faranno le orecchie alle pagine!

Nonne sono nonne

Quando ho scritto il post “Renzi e la repubblica delle nonne” (che mi sono poi accorto che non si capisce se prima non si dà un’occhiata a questo La repubblica delle nonne“) volevo dare un suggerimento a Renzi, che aveva bisogno a mio avviso di una modifica nella sua campagna (che poi c’è stata e non, ovviamente, perché l’ho suggerito io). Ecco, parlando di repubblica delle nonne non so però se pensassi proprio a questo:

Mi ricorda qualcosa

Quando Hillary Clinton alle primarie per le presidenziali attaccava Barack Obama perché diffondeva falsità sul suo programma di riforma sanitaria, perché aveva un atteggiamento distruttivo e non costruttivo, perché i suoi valori non erano quelli del Partito Democratico, perché spendeva milioni per dire cose false piuttosto che parlare delle proprie idee e finiva con uno spettacolare “Shame on you, Barack Obama!” (“Vergognati!”), al minuto 3.38. Poi hanno governato insieme.

Renzi e Bersani, due modelli di storytelling

“Se ti candidi per governare l’Italia, devi raccontare anche qualcosa di te”. Bersani comincia la campagna per le primarie con questo tweet – e la bella foto di lui bambino con la famiglia e la famosa pompa di benzina – che è anche l’annuncio che il racconto della sua storia personale sarà al centro della comunicazione. In fondo, come dicono i francesi (semipresidenzialisti), la candidatura a guidare il paese è sempre l’incontro tra la storia personale di un candidato e un popolo. L’operazione di comunicazione di Bersani è peraltro molto bella ed evocativa. Due bambini degli anni ’50 protetti da un papà e dalla sua pompa di benzina, simbolo di un’Italia che si motorizza e che cresce e di un lavoro ordinato e sicuro, e da una mamma, si intuisce, che sa badare alla famiglia. Lo storytelling di Bersani è quello allora di tutta una certa Italia, quella dei Gianni Morandi e degli Adriano Celentano (lo dico nel senso più positivo del paragone), delle feste di paese, dell’industrializzazione, cioé di un’Italia positiva che è ancora presente nell’immaginario di molti, al di là delle generazioni. Bersani racconta qualcosa di quell’Italia, certo aggiornata, di quelle sicurezze, di quelle protezioni, di quell’autorità paterna (ne parla oggi Filippo Ceccarelli su Repubblica) di cui vorrebbe farsi portatore e innovatore. In questo senso il racconto della sua storia, il far partire la campagna da quella pompa di benzina, gli attribuisce un ruolo di garante di una storia collettiva che vorrebbe riassumere e traghettare nel nuovo mondo. Bersani è dentro una storia, una storia che  tutti conoscono e che va riraccontata.

Lo storytelling del suo avversario, Matteo Renzi, è molto diverso. Per un motivo narrativo strutturale preciso. Renzi racconta una storia facendola e chiedendo a chi lo ascolta di assecondarne lo sviluppo. La sua è una storia a rischio, che si fa solo se chi ascolta la storia lo aiuta. Il racconto può non avere il lieto fine e può interrompersi, perché è una storia che non è stata raccontata prima. Non si sa come va a finire. Questo è ciò che c’è in gioco, narrativamente. Ed è per questo che ha bisogno di un pubblico attivo, che creda alla possibilità di quella specifica storia, e voglia parteciparvi. Renzi ha cominciato a raccontare quando si è candidato alle primarie di Firenze, quell’atto è diventato un racconto, che chiede altri atti, che saranno usati a loro volta come episodi del racconto. In questo senso l'”Adesso!” di Renzi è più vicino alla prima campagna di Obama, perchè sono entrambe performative, cioé fanno quello che dicono, azione e parola sono allo stesso livello. Sono storie proiettate sul presente, la credibilità è sulla sfida presente. La foto di Bersani è invece tecnicamente più simile al “racconto italiano” di Berlusconi, cioé al mettere in campo una rappresentazione di una certa Italia (ovviamente nel merito si tratta di due Italie completamente diverse) che si vuole autentica e modello credibile (l’usato sicuro) per il futuro.

Bersani chiede che chi lo ascolta si senta rappresentato e abbia fiducia in lui, in virtù di una storia già nota. Renzi chiede che chi lo ascolta lo imiti e agisca come lui. In questo senso i due storytelling, in questa fase (ma entrambi dovranno cambiare alcune cose importanti, a mio avviso, e Renzi in particolare), portano implicitamente a un paradosso rispetto a quello che invece viene detto.

Bersani propone comunicazionalmente l’idea di un uomo solo, fidato e provato, al comando. Renzi ha bisogno che almeno una generazione di Italiani voglia fare come lui.

Bond girl e NHS

Della cerimonia di apertura dei giochi olimpici rimarrano certamente la grande ironia della regina (e però un giorno dovremmo cominciare a riflettere su come stiano cambiando gli stilemi, i linguaggi e le ideologie della leadership, perché è un tema straordinario) e la gratitudine per quanto la cultura pop britannica abbia dato e continui a darci.

Ma c’è un dettaglio che mi ha particolarmente colpito e che non mi pare sia stato abbastanza notato (almeno non qui in Francia, non so in Italia): tra le varie glorie e conquiste britanniche che lo spettacolo ha evocato e celebrato c’è stato il sistema sanitario nazionale (l’NHS), che il Regno Unito è stato il primo paese del mondo a estendere a tutti i cittadini. In un momento come questo, in uno spettacolo in cui il mondo guarda se stesso attraverso una città come Londra, dare un forte spazio simbolico alla grande impresa e al grande traguardo del modello europeo, che ha costruito la sanità per tutti e il sistema del welfare, è stato ricordare l’ambizione di tutto un continente.

Il problema dei fuori corso

Ci sono troppi fuori corso. Il ministro ha ragione. Per Profumo il problema è causato dalla mancanza di una cultura del “rispetto delle regole e dei tempi” e la soluzione – per come la leggo sui giornali – è l’aumento delle tasse per i fuori corso.

Quindi lo schema del ragionamento è: dato statistico preoccupante (su cui tutti sono d’accordo), che è effetto di un elemento culturale (“non rispetto delle regole e dei tempi”, che è la lettura del ministro), sanzione economica degli individui (soluzione).

Ho due obiezioni. La prima è che gli studenti dell’università sono persone adulte con i propri progetti di vita e non credo che spetti all’università entrare nel merito morale di un progetto individuale. Gli studenti che fanno piccoli lavori accanto allo studio sono molti. Sono molti anche quelli per cui l’università non è l’attività principale, fanno un esame all’anno e mantengono viva l’idea di una laurea vista come un traguardo simbolico. Lo studio non è solo preparazione a un lavoro futuro, ma anche miglioramento di se stessi. Aumentare le tasse a costoro, sulla base del principio “regole e tempi”, penalizza una fascia piuttosto ampia di persone tutt’altro che lassiste (e che non rappresentano neppure un costo aggiuntivo per le università, perché i fuori corso hanno già un accesso limitato ai servizi).

Legare il problema dei fuori corso a un principio del genere, per me moralistico, porta a una seconda obiezione, di metodo e di merito.

Il ministero fa bene a darsi come obiettivo la soluzione del problema del rendimento e dei tempi. Ma se è strategico diminuire il numero dei fuori corso, allora devono essere in primo luogo i dipartimenti delle università a dotarsi di servizi che consentano di arrivare all’obiettivo statistico: è lì che bisogna ragionare sul rendimento dei propri iscritti. Come si fa a recuperare gli studenti che sono distratti, che non ci arrivano, sono confusi, che soprattutto non sanno studiare?

Quanti dipartimenti (le facoltà non ci sono più) fanno lezioni iniziali spiegando come funzionano i meccanismi? Quanti tutor ci sono? Quanti pre-corsi si fanno per spiegare come studiare certe materie? Come si spiega ad organizzare un programma di lavoro? Sono tutti servizi e strumenti quasi a costo zero, ma ben pochi dipartimenti si sono sforzati di metterli a disposizione.

E dovrebbero essere in primo luogo i dipartimenti a essere giudicati sulla base dei miglioramenti statistici che riescono a determinare (come succede serenamente in altri paesi). Magari con un coefficiente migliore per l’accesso ai fondi dello stato in caso di successo. Sono i dipartimenti e i loro strumenti che vanno premiati o sanzionati.

Non ha senso parlare di una cultura diffusa di mancanza di rispetto di regole e tempi, senza neanche evocare il tema della cultura organizzativa delle istituzioni universitarie e ministeriali che sono almeno corresponsabili del dato statistico.

Si possono poi pensare incentivi perché gli studenti si sbrighino? Perché no. Disincentivi economici per chi perde troppo tempo? Perché no. L’argomento del ministro però è spuntato e davvero un po’ moralisteggiante, perché sanziona gli individui (la cui vita non è di sua competenza),  ma lascia intatta la cultura organizzativa dell’istituzione universitaria (che è di sua competenza).

Quello che resta è l’aumento delle tasse universitarie.

Nel caso, perché no?

Dopo la presentazione di Milano e quella di Parigi (e dopo l’estate sono previste presentazioni a Bergamo, Bologna, Torino, Barcellona e Bruxelles e ringrazio di cuore i lettori e gli amici che le stanno organizzando ) dell’ebook 150 più 1. L’Italia alla prova di se stessa, molti mi hanno chiesto o scritto: “Perché non pensi a pubblicarlo anche come libro cartaceo, magari con qualche aggiunta, visto che il tema è sempre più pertinente alla situazione attuale?”.

La vera risposta è che non ho tempo di trovare un editore, ma l’idea non è male e se un buon editore saltasse fuori a questo punto sarebbe tutto divertimento e discussione in più.