Se esce di scena Sarkozy

Forse proprio in conseguenza della gestione che Sarkozy ha fatto del partito e del mandato presidenziale, oggi l’UMP si trova in una straordinaria crisi.

Le primarie per la presidenza del partito del 2012 si sono concluse con accuse reciproche di brogli tra i due contendenti, J. F. Copé e F. Fillon, una scissione dei gruppi e la balcanizzazione di un partito che è piuttosto una famiglia di movimenti e gruppi di varia natura ideologica.

Il paradosso evidente è che la crisi dell’UMP coincide proprio con il momento di massima debolezza del Partito Socialista, in perpetua ricerca di identità, e di una presidenza della repubblica, quella di Hollande, che sembra in stallo permanente.

Ma di fatto le varie componenti e personalità di centro-destra di questi anni si sono ostacolate a vicenda (peraltro seguendo una lunga tradizione). Copé, forse non il migliore dei candidati presidenziali possibili (ma certamente possibile primo ministro di un ipotetico presidente della repubblica dell’area UMP) era riuscito per pochissimi voti a mantenere la presidenza del partito, ma è stato coinvolto in gravi scandali legati alla sua gestione finanziaria e si è dimesso poche settimane fa. La sua carriera è finita.

Fillon, ex primo ministro di Sarkozy, dopo la sconfitta per la presidenza del partito e la scissione conseguente, pur avendo una sua corrente forte, sembra aver imboccato una malinconica perdita di peso e di appeal (oltre al fatto di non essere riuscito a rilanciare un suo programma per il futuro). Ha ancora qualche carta da giocare e una sua candidatura, c’è da scommetterci, farebbe la gioia di Hollande, ma a me pare un’ipotesi tramontata.

In tutto questo rimaneva il peso, anzi la forza di gravità, che Sarkozy esercitava su una parte di elettorato e sul sistema del suo partito. Si aspettava la sua candidatura alle presidenziali da un momento all’altro, tramite ririconquista della guida del partito, come i cavalli del Palio di Siena aspettano che cada il canapo per partire, ma lo stato di fermo di polizia di oggi (che certo non prelude a nulla di buono) potrebbe davvero azzopparlo definitivamente.

In una situazione del genere, non è del tutto peregrino pensare che il piano di Hollande per essere rieletto, così com’è filtrato e che ha una punta di surrealismo, possa avere una sua incredibile ragion d’essere. Hollande si è convinto che Marine Le Pen arriverà prima al primo turno delle presidenziali e che quindi la partita per lui si farà sul secondo posto al primo turno per andare al ballottaggio. Siccome Marine Le Pen non vincerà mai al ballottaggio, perché poi i francesi fanno convergere il loro voto sul candidato “antifascista” (loro direbbero che votano il candidato “repubblicano”), e non importa chi sia l’altro candidato, allora a Hollande basterebbe battere al primo turno il candidato del centro-destra. E con questa moria di candidature UMP il gioco potrebbe funzionare.

Ci sono solo due “dettagli”, a mio avviso, che possono inceppare il disegno hollandista. Il primo è dato dalla presenza ingombrante di Manuel Valls nel fronte socialista: siamo sicuri che eventuali miglioramenti della situazione francese non saranno piuttosto attribuiti a Valls e che questo non solletichi la fantasia e l’ambizione dell’attuale primo ministro?

Il secondo viene dall’UMP. A me pare ormai da almeno la fine del 2012 che l’unica personalità federatrice del partito, che ha evitato litigi, attacchi, che ha cercato mediazioni possibili e che miete successi elettorali (è stato rieletto sindaco di Bordeaux), in grado di costruire una propria candidatura d’emergenza, sia l’anziano ma vitale Alain Juppé.

Di certo non è stato molto fortunato come primo ministro di Chirac, ormai 20 anni fa. E i detrattori dicono di lui che ha una personalità troppo forte, un po’ sdegnosa e che ha assunto posizioni troppo dure da primo ministro. Di certo hanno ragione, ma non potrebbero essere queste per i francesi in crisi, dopo la presidenza sterilmente ipercinetica di Sarkozy e quella fin troppo “normale” di Hollande, le caratteristiche di un buon presidente?

Annunci

Corruzione

Del termine “corruzione” il senso giuridico-giornalistico ha preso tristemente il sopravvento. La parola ha però una lunga e più complessa storia politica. Innanzitutto non va dimenticato che il significato proprio è, cito il vocabolario Treccani, “Il corrompersi, l’essere corrotto, nel senso di decomposizione, disfacimento, putrefazione”. La corruzione è la putrefazione di un corpo. È in questo senso così sensorialmente repulsivo che è passato anche a designare l’aspetto morale di comportamenti e attitudini: corruzione dell’anima, corruzione dei sensi. Ma “corruzione” ha indicato anche in modo più neutro, in una fase premoderna della filosofia della natura, l’inevitabile avvicendarsi dei cicli della natura: tutto quello che sta sotto il cielo della Luna è soggetto a corruzione. Tutto quello che è esposto all’azione del tempo è destinato a corrompersi: anche le società, anche gli stati, che fino al Rinascimento venivano considerati come dei veri e propri corpi, quindi soggetti alle leggi della natura. Certo la corruzione è un processo e può essere ritardato; la politica, le leggi, l’organizzazione, la morale, la religione, possono riformare un corpo (politico) che dia segni di incipiente corruzione, un corpo vivo che però rischia di disgregarsi. Per Machiavelli un corpo può essere riportato “ai suoi princìpi”, cioè per così dire alla sua giovinezza, alla sua integrità: è compito del politico. Ma non bastano le leggi, ci vogliono “i buoni costumi”. I buoni costumi sono in certo modo l’integrità della società, dei singoli e dei gruppi, sono la buona salute sociale. There is no such thing as society, ma per Machiavelli esistono invece i buoni costumi senza i quali le buone leggi non si tengono in piedi, ma neppure i buoni costumi senza buone leggi possono reggere alla violenza delle passioni e delle libidini del potere e della ricchezza. Se Roma non si fosse corrotta nei suoi tessuti etici e sociali ai tempi di Mario e di Silla, cioè se non avesse già perso il contatto con le ragioni del suo essere repubblica, allora Cesare, secondo Machiavelli, non avrebbe mai preso il potere, non sarebbe mai diventato l’uccisore della repubblica.

La riflessione è dunque fatta: a che punto è la nostra società? Esistono delle tendenze contrarie alla corruzione diffusa? Esiste un livello superiore a quello del passato di biasimo sociale nei confronti della corruzione (perché chi si fa corrompere e corrompe innesca un processo di corruzione più generale) e di un certo modo di approfittare degli incarichi politici? Si possono intravedere le piste da percorrere collettivamente e individualmente per rendere la corruzione fuori moda (mi voglio esprimere così)? Io credo di sì. Abbiamo bisogno davvero di buone leggi contro la corruzione, nel senso giuridico del termine, ma anche di buoni comportamenti anticorruttivi nel senso ampio della società (che a loro volta hanno bisogno di buone leggi). Non si tratta naturalmente di moralismo, ma di capire che cosa ne pensiamo del nostro essere sociali, oltre che “familiali” e individualisti, anzi si tratta di capire come tutti questi livelli stiano positivamente insieme.

Tutto quello che sta sotto il cielo della Luna è soggetto al cambiamento, ma non solo nel senso della corruzione, anche nel senso della nascita e della rinascita.

Il colpo di stato permanente di Becchi

Paolo Becchi scrive un pamphlet che è un’ordinata e appassionata lettura politica degli ultimi tre anni di vicende italiane. Ma il titolo del libro, che indica con immediatezza la tesi di Becchi, lo pone da subito sotto il segno di un forse involontario paradosso.

“Colpo di stato permanente” è infatti la formula che Mitterrand utilizzò per attaccare la costituzione (semi)presidenziale della quinta repubblica francese voluta da De Gaulle (e ancora in vigore) e soprattutto il tipo di gestione del potere presidenziale che ne discendeva.

Mitterrand diventò però a sua volta presidente, per due settennati consecutivi, imprimendo al presidenzialismo francese una sfumatura “monarchica” che prima in fondo non aveva. E fu un geniale comico, Coluche, che nel 1981 denunciò le contraddizioni della politica francese candidandosi alle presidenziali (ma ritirandosi all’ultimo momento) che incoronarono poi Mitterrand.

Quindi un doppio involontario paradosso nel titolo del libro di Becchi: da un lato il titolo evoca un colpo di stato presidenziale denunciato con la formula coniata da chi poi avrebbe però incarnato la figura del presidente per eccellenza; dall’altro lato l’evocazione di Mitterrand non può non farci venire alla mente anche il comico surreale che con i mezzi della politica si fece beffe del presidenzialismo e che per associazione ovvia di idee ci ricorda proprio quel Grillo che però oggi, con il libro di Becchi, sembra assumere anche la posizione del Mitterrand antipresidenziale. Sarà dunque un Coluche o un Mitterrand quello che il movimento grillista produrrà? Un finto attacco al potere per assumere un potere, o un vero attacco che lo svela ma non lo cambia?

La tesi del libro è presto detta: dalla rimozione di Berlusconi nel 2011, al governo Monti, dal fiscal compact al pareggio di bilancio in costituzione, al ricorso ai “saggi” per le riforme, ai governi Letta e poi Renzi, le vicende politiche italiane recentissime sono il tentativo di Napolitano e di forze partitiche e sovranazionali di rovesciare le istituzioni democratiche, lasciandone intatto l’involucro legale, a favore di un presidenzialismo di fatto, che è a sua volta al servizio dell’euro, di forze oscure, della fuga di sovranità e di crollo sostanziale della democrazia.

Il libro è chiaramente una lettura politica degli avvenimenti al quale si possono opporre opinioni diverse e contrarie e, come è evidente, non è necessario ipotizzare un colpo di stato per criticare il pareggio di bilancio in costituzione o il fiscal compact, o i governi che si sono succeduti in questi anni.

Tuttavia, a volere considerare quella del colpo di stato un’iperbole (l’autore non sarebbe d’accordo, ma io applico questo mio personale principio di carità), il libro tocca alcuni reali cambiamenti in corso. Per esempio la crisi del parlamentarismo italiano, che Becchi, in ottima compagnia, non coglie come tale, ma come attacco alla democrazia. Oppure il ruolo attivo del presidente della repubblica, che per Becchi è colpo di stato ammantato di legalità, ma per molti è il tentativo di non far deragliare il sistema in attesa di riforme che lo rendano più efficiente. O ancora il problema della cessione di sovranità degli stati europei all’Unione europea, che per Becchi è l’imposizione di poteri forti e oscuri (anche qui il linguaggio un po’ complottista a volte affiora), ma dimenticando che la costruzione europea è stata fin dall’inizio una questione di cessione di sovranità (sul come, fino a che punto e in che campi, è stata la discussione da sempre). O ancora la temutissima riforma presidenziale, che per Becchi è la prova provata del “gollismo” permamente che si vuole costruire, ma che è una delle possibilità di riforma tra le tante in campo per rendere i rapporti tra parlamento e governo, che sono due poteri distinti, più chiari. Su un punto Becchi ha ragione, ma credo che la critica debba essere rivolta anche alla linea strategica del movimento 5S, cioè sul fatto che la direzione di certe riforme rischia di escludere il populismo grillino (utilizzo qui “populismo” secondo l’uso che ne fa Casaleggio) dalla possibilità di incidere nel paese.

C’è un ultimo elemento, anche qui paradossale, che va sottolineato. Becchi dà enfasi dalla prima all’ultima riga al fatto che il colpo di stato permanente venga messo in campo senza toccare apparentemente la legalità democratica. In sostanza, Napolitano adempie al suo ruolo rispettando le leggi (tutta quella polemica degli attivisti grillini sul secondo mandato dovrebbe però allora cessare), la caduta di Berlusconi non ha violato alcuna legge, quelli di Monti, Letta, Renzi sono governi del tutto normali (ma allora va spiegato agli attivisti che non è vero che il governo in Italia viene eletto dal popolo) e tuttavia sarebbe comunque in corso un colpo di stato. Un colpo di stato che non si può distinguere dalla legalità democratica se non dando una lettura politica degli avvenimenti.

Ecco di paradosso in paradosso non vorrei che a spingere troppo sul fatto che nella nostra repubblica ciò che è legale e costituzionale e segue le leggi non è democratico, un giorno qualcuno arrivi a convincere gli italiani che ciò che è veramente democratico non ha bisogno di essere legale e costituzionale.

Un rimbalzo oltralpe

Qualche giorno fa ho commentato (in questo blog e soprattutto per Il Post) la nuova situazione francese e in particolare un punto che mi pare importante, cioè la possibilità che Francia e Italia, per la prima volta dopo molto tempo, spinte da esigenze simili, possano stabilire una strategia comune per i prossimi anni.

Il commento è evidentemente rimbalzato in Francia (potenza del Post e della sua diffusione), perché la rivista Courrier International, settimanale del gruppo Le Monde, che seleziona articoli della stampa estera come il nostro Internazionale (che proprio al magazine francese si è ispirato) ha chiesto di poterlo pubblicare in Francia. Chi è in Francia lo può già acquistare in edicola, tutti gli altri on line (per dire). E qui il preview.

Reclutamento accademico. Non si lotta ad armi pari

Ho più volte detto che l’abilitazione scientifica nazionale –  che pure ha mostrato alcuni problemi – potrebbe rappresentare un progresso nel sistema di reclutamento universitario, che negli scorsi decenni ha manifestato tutta la sua inefficienza (con pochissime concrete proposte di miglioramento da parte dell’università stessa). L’abilitazione è a partire da queste settimane il titolo necessario per partecipare ai concorsi per posti da professore associato e professore ordinario. Non dà accesso al posto, come è giusto che sia, ma garantisce, o dovrebbe garantire, il livello scientifico adeguato dei candidati a una determinata posizione accademica.

Il meccanismo della procedura è stato da subito molto criticato, a volte in maniera ideologica, come se il lavoro scientifico non potesse essere giudicato, altre volte è stato contestato il fatto che il ministero abbia posto dei criteri quantitativi e di produttività minimi (un certo numero di articoli, di libri, etc.) per poter partecipare alla procedura, pur affidando a commissioni di professori ordinari il compito di entrare nel merito della qualità del lavoro e anche di derogare in modo motivato dai criteri quantitativi, e ora, a risultati pubblici, viene molto criticato proprio il lavoro qualitativo delle commissioni di ordinari (qui qualche mia prima considerazione).

Ora quindi i soli abilitati possono partecipare ai concorsi, che verranno banditi dalle singole università e dipartimenti. Ci sono però nella fase di reclutamento alcuni punti fortemente critici. Anche quando le università decideranno di mettere a concorso i posti da associato o ordinario (e non di chiamarli direttamente, come possono fare), gli studiosi abilitati che però non hanno già un posto in quell’università saranno fortissimamente svantaggiati rispetto agli abilitati che già hanno un posto.

Il meccanismo è molto semplice: se un professore associato costa 10 e un ricercatore confermato costa 6, allora in un concorso per un posto da professore associato all’università converrà sempre prendere un ricercatore che è già assunto piuttosto che uno studioso esterno, perché il ricercatore già assunto costerà in realtà 4, cioè la differenza tra quello che già costa come ricercatore e quello che costerà come associato. Invece un esterno costerà 10. In sostanza, con gli stessi soldi che l’università spenderebbe per prendere un esterno, può avere 2 o 3 posizioni nuove di già assunti, cioè può finanziare 2 o 3 avanzamenti di carriera interna.

Quale sarà il risultato? L’abilitazione scientifica nazionale (accoppiata al reclutamento locale com’è ora) avrà prodotto un gigantesco avanzamento di carriera ed escluderà definitivamente alcune migliaia di studiosi che potrebbero invece essere una linfa nuova per l’università (insieme agli altri), perché si tratta spesso di 35-45enni che, pur non beneficiando della tranquillità e dei mezzi di un posto fisso in un’istituzione, hanno mantenuto un’altissima produttività e qualità di ricerca e sono nella piena maturità scientifica, e si sono finanziati di solito con contratti prestigiosi e importanti all’estero (almeno per una parte della loro vita), dove sono stati anche in contatto con ambienti innovativi di ricerca e con anche pratiche di ricerca fondi, o hanno comunque trovato il modo in Italia di mantenere alto il loro standard di ricerca.

Quanto è ampia questa classe di abilitati? Ci piacerebbe che il ministero fornisse i numeri, appena possibile, e ci ragionasse pubblicamente. Un’associazione di precari della ricerca, (Apri) nel cui blog mi sono imbattuto, sta nel frattempo cercando di raccogliere dei dati in merito.

Una cosa mi sembra chiara. Se il ministero non escogita qualche meccanismo che rimetta in parità di condizioni questi studiosi con quelli già presenti nelle strutture universitarie, uno degli effetti ricercati dalle nuove procedure di abilitazione, cioè un miglioramento del livello degli studiosi in entrata, l’internazionalizzazione, il merito e tutto il resto (e pur tralasciando un certo senso di equità), verrebbe fortissimamente depotenziato.

Non si tratta di fare sanatorie, guerre tra poveri, linee dedicate, ma di rendere meno sconveniente l’assunzione di uno studioso esterno, per esempio con incentivi ministeriali che avvicinino  gli oneri dell’università per un esterno a quelli per un interno, magari per un periodo iniziale di un numero anni, oppure alzare la quota obbligatoria di assunzioni di esterni magari al 40% (oggi è al 20%, ma alcuni dipartimenti si stanno preparando a colmarla con chiamate dirette da altre università, per non avere sorprese di assunti non graditi e per coprire il restante 80% senza problemi di competizione esterna), oppure togliendo semplicemente la percentuale di esterni, ma appunto facendosi carico di una quota molto alta degli oneri di ogni esterno assunto, in modo da poter davvero aiutare le università a prendere i migliori, interni o esterni che siano.

Insomma quest’abilitazione, cruciale sotto moltissimi aspetti per tutto il nostro sistema scientifico-accademico, e anche civile, senza un nuovo intervento del ministro rischia di dare due effetti distorsivi fortissimi e paradossali: escludere per sempre dal sistema una fascia qualificatissima di ricercatori senza posto e produrre un semplice ed epocale avanzamento di carriera per quelli che il posto ce l’hanno già.

Buon pop a tutti

In Italia è esploso il pop. O meglio, è esploso un modo di raccontare pubblicamente l’Italia e noi stessi che passa dal pop (qualsiasi cosa voglia dire “pop”). Confesso di aver dato anch’io un (minuscolo) contributo alla pop Italia. In pieno festeggiamento per i 150 anni dell’unità d’Italia, evitando i disfattismi di chi l’Italia proprio non la mandava giù e i sussulti patriottici di chi s’era appena desto, scrissi un pamphlet sul nostro paese il cui primo capitolo s’intitolava “Groucho, passami la pistola”. Complice anche l’irruzione del pop nella politica – che è in fondo la presa di coscienza dell’importanza di immagini, suoni, colori, linguaggi, miti, determinati dall’industria culturale e che fanno parte a pieno titolo della nostra vita individuale e collettiva – anche il decantatissimo passaggio generazionale assume necessariamente delle curvature pop e forse la generazione dei quarantenni è la prima a rispecchiarsici collettivamente senza dover giustificare il passaggio tra un alto e un basso della cultura. Non ci sono nè apocalittici nè integrati. Al traino di questo fenomeno e soprattutto delle sue implicazioni politiche – in principio era Civati (con Carzaniga), che rifletteva sull’Amore ai tempi di facebook, poi sono arrivate le Leopolde di Renzi che hanno dato al pop il ruolo politico che gli pertiene (e se la destra fosse in crisi perché non abbastanza pop? Non abbastanza in sintonia con una generazione che nata nella televisione l’ha politicamente disinnescata e neutralizzata?) – sono ora in libreria due libri molto leggeri, per così dire, che stanno però spopolando e che raccontano la svolta generazionale attraverso il nodo pop, da Sandokan alle cinture del Charro. Uno è quello di Andrea Scanzi, che ha un titolo paradossale, Non è tempo per noi, laddove è invece proprio il nostro tempo, e un sottotitolo Quarantenni: una generazione in panchina di cui non resta traccia nel libro, che è più che altro una lista di ricordi appunto pop di cui si fa fatica a trovare il costrutto. Una specie di Anima mia di Fazio, ma alla spicciolata, e con un piacere per la scrittura twittata che è difficile seguire per troppe pagine. L’altro è il libro di Aldo Cazzullo, Basta piangere!che segue la stessa dimensione amarcord, ma con un ottimismo un po’ candido e a volte un po’ moralista. Finisce con l’invito a non usare più l’espressione impersonale e distanziante “in questo paese…”, ma almeno “in questo nostro paese…”. Feci anni fa in questo post l’identica proposta e quindi sono molto d’accordo. Superpop e molto ben scritto è anche il libro sull’Italia di Claudio Giunta Sterminata domenica. Saggi sul paese che amo, in cui il presente è visto anche attraverso i riferimenti a un passato prossimo fatto di Fantozzi e Radio DJ. Del resto il pop, come autoriflessione, è pervasivo. Nessuno crede davvero alla polemica sul Fabio Volo scrittore – a quanto pare bravo – e la Lettura del Corriere della Sera parla (giustamente) dei broccoletti di Fabio Volo, mentre la Domenica del Sole 24 Ore fa addirittura esperimenti di twitsofia. Se Diogene fosse vivo, avrebbe certamente un account di twitter. D’altra parte anche la filosofia, disciplina concettuosa per eccellenza, per alcuni può essere anche pop. Da qualche tempo esiste in Italia un bel Festival di Popsophia. La direttrice, Lucrezia Ercoli, dirige anche una collana di critica popfilosofica. Dico la verità, io, umile medievista, non ho ancora del tutto capito come si definisca la popfilosofia, e il saggio di Umberto Curi, studioso serissimo, che apre la collana non mi ha convinto sul fatto che Platone fosse pop, ma in futuro mi farò trovare più pronto. Forse ha ragione Emanuele Coccia: il bene è nelle cose. Lo spiega in un libretto da pochissimo uscito in Francia e che appena uscirà in Italia sarà criticatissimo, perché per una volta tratta delle cose e della merce senza considerarle dal punto di vista marxista dello sfruttamento e della produzione, ma solo da quello della fruizione e di come arricchiscano la nostra esperienza. Insomma c’è di che riflettere, ma anche da vivere, da guardare, da ascoltare, da parlare, da cercare di capire un mondo che cambia sempre, che svolta sempre. Buon pop a tutti.

Uscire dall’euro con la sola imposizione delle mani

Grillo e Salvini hanno un singolare vantaggio nelle prossime elezioni europee: non hanno una linea politica sull’Europa.

A parte l’uscita dall’euro, di cui parleremo, qualcuno saprebbe dire quale sia il pensiero politico di medio-lungo, o anche breve, periodo di questi due movimenti rispetto al problema dell’integrazione europea?

Il vantaggio è che senza un discorso strategico sull’Europa, la campagna elettorale può essere fatta con slogan di grande presa, con spezzoni di argomentazione a volte contraddittori, senza badare alle conseguenze pratiche delle proposte o dei desideri che si evocano. Inoltre è molto facile attribuire alle istituzioni europee qualsiasi disegno complottistico, ostilità, progetto di colonizzazione, di conquista. Insomma è la riproposizione, amplificata dalla lontananza di Bruxelles (e anche dall’oggettiva difficoltà del momento e dallo scarso pragmatismo manifestato in questi anni dalle istituzioni europee), dello schema un po’ paranoide che sta prendendo piede su scala europea del noi/loro, con l’aggiunta che “loro” sono un po’ nascosti (e che poi, a ben vedere, sono “noi” anche loro).

La proposta di uscita dall’euro, senza ulteriori spiegazioni – perché in realtà tutto si può fare, ma bisogna capire come e per ottenere cosa e a prezzo di cosa – è un ottimo esempio di questa retorica e sembra essere il cardine della campagna elettorale incipiente di tutti i movimenti come Lega, 5Stelle, Le Pen, nazionalisti austriaci, etc. (per molti dei quali va registrato anche il paradosso per cui le elezioni europee sono occasione vitale di approvvigionamento di stipendi e di rilancio).

L’idea è che l’euro sia il criminale strumento di un disegno di distruzione delle nostre economie a opera delle banche. Senza l’euro tutto tornerebbe come ai vecchi tempi (ma quali tempi esattamente?). L’argomento è del tutto simbolico e non fa che spostare su altri i problemi di cui siamo ingiustamente afflitti. Salvini lo evoca come un tempo si sarebbero evocate le reliquie dei santi, quasi con l’imposizione delle mani, Grillo parla dei premi Nobel contro l’euro come se il nominarli senza spiegare in che termini esatti ne parlino avesse un potere taumaturgico (ma i Nobel non sono casta pure loro?).

La promessa è che se uscissimo oggi avremmo una ripresa immediata dell’economia, perché avremmo una moneta debole. Il debito pubblico italiano, che se l’Italia un giorno fallirà sarà la causa del fallimento, euro o lira che sia, non viene mai preso in considerazione.

Naturalmente non si spiega come si potrebbe evitare che a una svalutazione della lira grillo-leghista si alzi automaticamente il prezzo delle materie prime e dell’energia (che si pagano in euro o dollari). E se forse i nostri prodotti non tecnologici e non bisognosi di materie prime dall’estero sarebbero più esportabili (ma l’esportazione è l’unica cosa che ha tenuto in questi anni di euro), tutto il resto se la passerebbe peggio. Se poi pensiamo al debito pubblico, come evitare che il sistema tracolli con il passaggio alla lira grillo-leghista? Se i conti non sono a posto, quanto si pensa che si alzerebbe il tasso di rendita dei titoli di stato? Come non pensare che un titolo di stato italiano in lire non avvantaggi ancora di più la Germania e soprattutto la Francia? Quanto costerebbe un mutuo, un investimento, con una nuova moneta italiana?

Facendo i conti – ma ci devono aiutare a farli i partiti, i movimenti e i candidati – non è più probabile che nei prossimi anni il sistema italiano venga spazzato via dalla nuova lira, piuttosto che da un euro accompagnato da una politica europea nuova e più coraggiosa? E qual è questa politica nuova che può essere intrapresa? O quale la politica contraria?

Il vantaggio di non avere una linea politica sull’Europa – ma Salvini è eurodeputato, con Borghezio, con Speroni e con altri e Grillo è quello che diceva anni fa “Tedeschi, invadeteci!” – è la possibilità di non rispondere a nessuna di queste domande, ma neppure alle domande contrarie. Che cosa facciamo il giorno dopo che siamo usciti dall’euro?