Se esce di scena Sarkozy

Forse proprio in conseguenza della gestione che Sarkozy ha fatto del partito e del mandato presidenziale, oggi l’UMP si trova in una straordinaria crisi.

Le primarie per la presidenza del partito del 2012 si sono concluse con accuse reciproche di brogli tra i due contendenti, J. F. Copé e F. Fillon, una scissione dei gruppi e la balcanizzazione di un partito che è piuttosto una famiglia di movimenti e gruppi di varia natura ideologica.

Il paradosso evidente è che la crisi dell’UMP coincide proprio con il momento di massima debolezza del Partito Socialista, in perpetua ricerca di identità, e di una presidenza della repubblica, quella di Hollande, che sembra in stallo permanente.

Ma di fatto le varie componenti e personalità di centro-destra di questi anni si sono ostacolate a vicenda (peraltro seguendo una lunga tradizione). Copé, forse non il migliore dei candidati presidenziali possibili (ma certamente possibile primo ministro di un ipotetico presidente della repubblica dell’area UMP) era riuscito per pochissimi voti a mantenere la presidenza del partito, ma è stato coinvolto in gravi scandali legati alla sua gestione finanziaria e si è dimesso poche settimane fa. La sua carriera è finita.

Fillon, ex primo ministro di Sarkozy, dopo la sconfitta per la presidenza del partito e la scissione conseguente, pur avendo una sua corrente forte, sembra aver imboccato una malinconica perdita di peso e di appeal (oltre al fatto di non essere riuscito a rilanciare un suo programma per il futuro). Ha ancora qualche carta da giocare e una sua candidatura, c’è da scommetterci, farebbe la gioia di Hollande, ma a me pare un’ipotesi tramontata.

In tutto questo rimaneva il peso, anzi la forza di gravità, che Sarkozy esercitava su una parte di elettorato e sul sistema del suo partito. Si aspettava la sua candidatura alle presidenziali da un momento all’altro, tramite ririconquista della guida del partito, come i cavalli del Palio di Siena aspettano che cada il canapo per partire, ma lo stato di fermo di polizia di oggi (che certo non prelude a nulla di buono) potrebbe davvero azzopparlo definitivamente.

In una situazione del genere, non è del tutto peregrino pensare che il piano di Hollande per essere rieletto, così com’è filtrato e che ha una punta di surrealismo, possa avere una sua incredibile ragion d’essere. Hollande si è convinto che Marine Le Pen arriverà prima al primo turno delle presidenziali e che quindi la partita per lui si farà sul secondo posto al primo turno per andare al ballottaggio. Siccome Marine Le Pen non vincerà mai al ballottaggio, perché poi i francesi fanno convergere il loro voto sul candidato “antifascista” (loro direbbero che votano il candidato “repubblicano”), e non importa chi sia l’altro candidato, allora a Hollande basterebbe battere al primo turno il candidato del centro-destra. E con questa moria di candidature UMP il gioco potrebbe funzionare.

Ci sono solo due “dettagli”, a mio avviso, che possono inceppare il disegno hollandista. Il primo è dato dalla presenza ingombrante di Manuel Valls nel fronte socialista: siamo sicuri che eventuali miglioramenti della situazione francese non saranno piuttosto attribuiti a Valls e che questo non solletichi la fantasia e l’ambizione dell’attuale primo ministro?

Il secondo viene dall’UMP. A me pare ormai da almeno la fine del 2012 che l’unica personalità federatrice del partito, che ha evitato litigi, attacchi, che ha cercato mediazioni possibili e che miete successi elettorali (è stato rieletto sindaco di Bordeaux), in grado di costruire una propria candidatura d’emergenza, sia l’anziano ma vitale Alain Juppé.

Di certo non è stato molto fortunato come primo ministro di Chirac, ormai 20 anni fa. E i detrattori dicono di lui che ha una personalità troppo forte, un po’ sdegnosa e che ha assunto posizioni troppo dure da primo ministro. Di certo hanno ragione, ma non potrebbero essere queste per i francesi in crisi, dopo la presidenza sterilmente ipercinetica di Sarkozy e quella fin troppo “normale” di Hollande, le caratteristiche di un buon presidente?

Corruzione

Del termine “corruzione” il senso giuridico-giornalistico ha preso tristemente il sopravvento. La parola ha però una lunga e più complessa storia politica. Innanzitutto non va dimenticato che il significato proprio è, cito il vocabolario Treccani, “Il corrompersi, l’essere corrotto, nel senso di decomposizione, disfacimento, putrefazione”. La corruzione è la putrefazione di un corpo. È in questo senso così sensorialmente repulsivo che è passato anche a designare l’aspetto morale di comportamenti e attitudini: corruzione dell’anima, corruzione dei sensi. Ma “corruzione” ha indicato anche in modo più neutro, in una fase premoderna della filosofia della natura, l’inevitabile avvicendarsi dei cicli della natura: tutto quello che sta sotto il cielo della Luna è soggetto a corruzione. Tutto quello che è esposto all’azione del tempo è destinato a corrompersi: anche le società, anche gli stati, che fino al Rinascimento venivano considerati come dei veri e propri corpi, quindi soggetti alle leggi della natura. Certo la corruzione è un processo e può essere ritardato; la politica, le leggi, l’organizzazione, la morale, la religione, possono riformare un corpo (politico) che dia segni di incipiente corruzione, un corpo vivo che però rischia di disgregarsi. Per Machiavelli un corpo può essere riportato “ai suoi princìpi”, cioè per così dire alla sua giovinezza, alla sua integrità: è compito del politico. Ma non bastano le leggi, ci vogliono “i buoni costumi”. I buoni costumi sono in certo modo l’integrità della società, dei singoli e dei gruppi, sono la buona salute sociale. There is no such thing as society, ma per Machiavelli esistono invece i buoni costumi senza i quali le buone leggi non si tengono in piedi, ma neppure i buoni costumi senza buone leggi possono reggere alla violenza delle passioni e delle libidini del potere e della ricchezza. Se Roma non si fosse corrotta nei suoi tessuti etici e sociali ai tempi di Mario e di Silla, cioè se non avesse già perso il contatto con le ragioni del suo essere repubblica, allora Cesare, secondo Machiavelli, non avrebbe mai preso il potere, non sarebbe mai diventato l’uccisore della repubblica.

La riflessione è dunque fatta: a che punto è la nostra società? Esistono delle tendenze contrarie alla corruzione diffusa? Esiste un livello superiore a quello del passato di biasimo sociale nei confronti della corruzione (perché chi si fa corrompere e corrompe innesca un processo di corruzione più generale) e di un certo modo di approfittare degli incarichi politici? Si possono intravedere le piste da percorrere collettivamente e individualmente per rendere la corruzione fuori moda (mi voglio esprimere così)? Io credo di sì. Abbiamo bisogno davvero di buone leggi contro la corruzione, nel senso giuridico del termine, ma anche di buoni comportamenti anticorruttivi nel senso ampio della società (che a loro volta hanno bisogno di buone leggi). Non si tratta naturalmente di moralismo, ma di capire che cosa ne pensiamo del nostro essere sociali, oltre che “familiali” e individualisti, anzi si tratta di capire come tutti questi livelli stiano positivamente insieme.

Tutto quello che sta sotto il cielo della Luna è soggetto al cambiamento, ma non solo nel senso della corruzione, anche nel senso della nascita e della rinascita.

Il colpo di stato permanente di Becchi

Paolo Becchi scrive un pamphlet che è un’ordinata e appassionata lettura politica degli ultimi tre anni di vicende italiane. Ma il titolo del libro, che indica con immediatezza la tesi di Becchi, lo pone da subito sotto il segno di un forse involontario paradosso.

“Colpo di stato permanente” è infatti la formula che Mitterrand utilizzò per attaccare la costituzione (semi)presidenziale della quinta repubblica francese voluta da De Gaulle (e ancora in vigore) e soprattutto il tipo di gestione del potere presidenziale che ne discendeva.

Mitterrand diventò però a sua volta presidente, per due settennati consecutivi, imprimendo al presidenzialismo francese una sfumatura “monarchica” che prima in fondo non aveva. E fu un geniale comico, Coluche, che nel 1981 denunciò le contraddizioni della politica francese candidandosi alle presidenziali (ma ritirandosi all’ultimo momento) che incoronarono poi Mitterrand.

Quindi un doppio involontario paradosso nel titolo del libro di Becchi: da un lato il titolo evoca un colpo di stato presidenziale denunciato con la formula coniata da chi poi avrebbe però incarnato la figura del presidente per eccellenza; dall’altro lato l’evocazione di Mitterrand non può non farci venire alla mente anche il comico surreale che con i mezzi della politica si fece beffe del presidenzialismo e che per associazione ovvia di idee ci ricorda proprio quel Grillo che però oggi, con il libro di Becchi, sembra assumere anche la posizione del Mitterrand antipresidenziale. Sarà dunque un Coluche o un Mitterrand quello che il movimento grillista produrrà? Un finto attacco al potere per assumere un potere, o un vero attacco che lo svela ma non lo cambia?

La tesi del libro è presto detta: dalla rimozione di Berlusconi nel 2011, al governo Monti, dal fiscal compact al pareggio di bilancio in costituzione, al ricorso ai “saggi” per le riforme, ai governi Letta e poi Renzi, le vicende politiche italiane recentissime sono il tentativo di Napolitano e di forze partitiche e sovranazionali di rovesciare le istituzioni democratiche, lasciandone intatto l’involucro legale, a favore di un presidenzialismo di fatto, che è a sua volta al servizio dell’euro, di forze oscure, della fuga di sovranità e di crollo sostanziale della democrazia.

Il libro è chiaramente una lettura politica degli avvenimenti al quale si possono opporre opinioni diverse e contrarie e, come è evidente, non è necessario ipotizzare un colpo di stato per criticare il pareggio di bilancio in costituzione o il fiscal compact, o i governi che si sono succeduti in questi anni.

Tuttavia, a volere considerare quella del colpo di stato un’iperbole (l’autore non sarebbe d’accordo, ma io applico questo mio personale principio di carità), il libro tocca alcuni reali cambiamenti in corso. Per esempio la crisi del parlamentarismo italiano, che Becchi, in ottima compagnia, non coglie come tale, ma come attacco alla democrazia. Oppure il ruolo attivo del presidente della repubblica, che per Becchi è colpo di stato ammantato di legalità, ma per molti è il tentativo di non far deragliare il sistema in attesa di riforme che lo rendano più efficiente. O ancora il problema della cessione di sovranità degli stati europei all’Unione europea, che per Becchi è l’imposizione di poteri forti e oscuri (anche qui il linguaggio un po’ complottista a volte affiora), ma dimenticando che la costruzione europea è stata fin dall’inizio una questione di cessione di sovranità (sul come, fino a che punto e in che campi, è stata la discussione da sempre). O ancora la temutissima riforma presidenziale, che per Becchi è la prova provata del “gollismo” permamente che si vuole costruire, ma che è una delle possibilità di riforma tra le tante in campo per rendere i rapporti tra parlamento e governo, che sono due poteri distinti, più chiari. Su un punto Becchi ha ragione, ma credo che la critica debba essere rivolta anche alla linea strategica del movimento 5S, cioè sul fatto che la direzione di certe riforme rischia di escludere il populismo grillino (utilizzo qui “populismo” secondo l’uso che ne fa Casaleggio) dalla possibilità di incidere nel paese.

C’è un ultimo elemento, anche qui paradossale, che va sottolineato. Becchi dà enfasi dalla prima all’ultima riga al fatto che il colpo di stato permanente venga messo in campo senza toccare apparentemente la legalità democratica. In sostanza, Napolitano adempie al suo ruolo rispettando le leggi (tutta quella polemica degli attivisti grillini sul secondo mandato dovrebbe però allora cessare), la caduta di Berlusconi non ha violato alcuna legge, quelli di Monti, Letta, Renzi sono governi del tutto normali (ma allora va spiegato agli attivisti che non è vero che il governo in Italia viene eletto dal popolo) e tuttavia sarebbe comunque in corso un colpo di stato. Un colpo di stato che non si può distinguere dalla legalità democratica se non dando una lettura politica degli avvenimenti.

Ecco di paradosso in paradosso non vorrei che a spingere troppo sul fatto che nella nostra repubblica ciò che è legale e costituzionale e segue le leggi non è democratico, un giorno qualcuno arrivi a convincere gli italiani che ciò che è veramente democratico non ha bisogno di essere legale e costituzionale.

Un rimbalzo oltralpe

Qualche giorno fa ho commentato (in questo blog e soprattutto per Il Post) la nuova situazione francese e in particolare un punto che mi pare importante, cioè la possibilità che Francia e Italia, per la prima volta dopo molto tempo, spinte da esigenze simili, possano stabilire una strategia comune per i prossimi anni.

Il commento è evidentemente rimbalzato in Francia (potenza del Post e della sua diffusione), perché la rivista Courrier International, settimanale del gruppo Le Monde, che seleziona articoli della stampa estera come il nostro Internazionale (che proprio al magazine francese si è ispirato) ha chiesto di poterlo pubblicare in Francia. Chi è in Francia lo può già acquistare in edicola, tutti gli altri on line (per dire). E qui il preview.

Reclutamento accademico. Non si lotta ad armi pari

Ho più volte detto che l’abilitazione scientifica nazionale –  che pure ha mostrato alcuni problemi – potrebbe rappresentare un progresso nel sistema di reclutamento universitario, che negli scorsi decenni ha manifestato tutta la sua inefficienza (con pochissime concrete proposte di miglioramento da parte dell’università stessa). L’abilitazione è a partire da queste settimane il titolo necessario per partecipare ai concorsi per posti da professore associato e professore ordinario. Non dà accesso al posto, come è giusto che sia, ma garantisce, o dovrebbe garantire, il livello scientifico adeguato dei candidati a una determinata posizione accademica.

Il meccanismo della procedura è stato da subito molto criticato, a volte in maniera ideologica, come se il lavoro scientifico non potesse essere giudicato, altre volte è stato contestato il fatto che il ministero abbia posto dei criteri quantitativi e di produttività minimi (un certo numero di articoli, di libri, etc.) per poter partecipare alla procedura, pur affidando a commissioni di professori ordinari il compito di entrare nel merito della qualità del lavoro e anche di derogare in modo motivato dai criteri quantitativi, e ora, a risultati pubblici, viene molto criticato proprio il lavoro qualitativo delle commissioni di ordinari (qui qualche mia prima considerazione).

Ora quindi i soli abilitati possono partecipare ai concorsi, che verranno banditi dalle singole università e dipartimenti. Ci sono però nella fase di reclutamento alcuni punti fortemente critici. Anche quando le università decideranno di mettere a concorso i posti da associato o ordinario (e non di chiamarli direttamente, come possono fare), gli studiosi abilitati che però non hanno già un posto in quell’università saranno fortissimamente svantaggiati rispetto agli abilitati che già hanno un posto.

Il meccanismo è molto semplice: se un professore associato costa 10 e un ricercatore confermato costa 6, allora in un concorso per un posto da professore associato all’università converrà sempre prendere un ricercatore che è già assunto piuttosto che uno studioso esterno, perché il ricercatore già assunto costerà in realtà 4, cioè la differenza tra quello che già costa come ricercatore e quello che costerà come associato. Invece un esterno costerà 10. In sostanza, con gli stessi soldi che l’università spenderebbe per prendere un esterno, può avere 2 o 3 posizioni nuove di già assunti, cioè può finanziare 2 o 3 avanzamenti di carriera interna.

Quale sarà il risultato? L’abilitazione scientifica nazionale (accoppiata al reclutamento locale com’è ora) avrà prodotto un gigantesco avanzamento di carriera ed escluderà definitivamente alcune migliaia di studiosi che potrebbero invece essere una linfa nuova per l’università (insieme agli altri), perché si tratta spesso di 35-45enni che, pur non beneficiando della tranquillità e dei mezzi di un posto fisso in un’istituzione, hanno mantenuto un’altissima produttività e qualità di ricerca e sono nella piena maturità scientifica, e si sono finanziati di solito con contratti prestigiosi e importanti all’estero (almeno per una parte della loro vita), dove sono stati anche in contatto con ambienti innovativi di ricerca e con anche pratiche di ricerca fondi, o hanno comunque trovato il modo in Italia di mantenere alto il loro standard di ricerca.

Quanto è ampia questa classe di abilitati? Ci piacerebbe che il ministero fornisse i numeri, appena possibile, e ci ragionasse pubblicamente. Un’associazione di precari della ricerca, (Apri) nel cui blog mi sono imbattuto, sta nel frattempo cercando di raccogliere dei dati in merito.

Una cosa mi sembra chiara. Se il ministero non escogita qualche meccanismo che rimetta in parità di condizioni questi studiosi con quelli già presenti nelle strutture universitarie, uno degli effetti ricercati dalle nuove procedure di abilitazione, cioè un miglioramento del livello degli studiosi in entrata, l’internazionalizzazione, il merito e tutto il resto (e pur tralasciando un certo senso di equità), verrebbe fortissimamente depotenziato.

Non si tratta di fare sanatorie, guerre tra poveri, linee dedicate, ma di rendere meno sconveniente l’assunzione di uno studioso esterno, per esempio con incentivi ministeriali che avvicinino  gli oneri dell’università per un esterno a quelli per un interno, magari per un periodo iniziale di un numero anni, oppure alzare la quota obbligatoria di assunzioni di esterni magari al 40% (oggi è al 20%, ma alcuni dipartimenti si stanno preparando a colmarla con chiamate dirette da altre università, per non avere sorprese di assunti non graditi e per coprire il restante 80% senza problemi di competizione esterna), oppure togliendo semplicemente la percentuale di esterni, ma appunto facendosi carico di una quota molto alta degli oneri di ogni esterno assunto, in modo da poter davvero aiutare le università a prendere i migliori, interni o esterni che siano.

Insomma quest’abilitazione, cruciale sotto moltissimi aspetti per tutto il nostro sistema scientifico-accademico, e anche civile, senza un nuovo intervento del ministro rischia di dare due effetti distorsivi fortissimi e paradossali: escludere per sempre dal sistema una fascia qualificatissima di ricercatori senza posto e produrre un semplice ed epocale avanzamento di carriera per quelli che il posto ce l’hanno già.

Buon pop a tutti

In Italia è esploso il pop. O meglio, è esploso un modo di raccontare pubblicamente l’Italia e noi stessi che passa dal pop (qualsiasi cosa voglia dire “pop”). Confesso di aver dato anch’io un (minuscolo) contributo alla pop Italia. In pieno festeggiamento per i 150 anni dell’unità d’Italia, evitando i disfattismi di chi l’Italia proprio non la mandava giù e i sussulti patriottici di chi s’era appena desto, scrissi un pamphlet sul nostro paese il cui primo capitolo s’intitolava “Groucho, passami la pistola”. Complice anche l’irruzione del pop nella politica – che è in fondo la presa di coscienza dell’importanza di immagini, suoni, colori, linguaggi, miti, determinati dall’industria culturale e che fanno parte a pieno titolo della nostra vita individuale e collettiva – anche il decantatissimo passaggio generazionale assume necessariamente delle curvature pop e forse la generazione dei quarantenni è la prima a rispecchiarsici collettivamente senza dover giustificare il passaggio tra un alto e un basso della cultura. Non ci sono nè apocalittici nè integrati. Al traino di questo fenomeno e soprattutto delle sue implicazioni politiche – in principio era Civati (con Carzaniga), che rifletteva sull’Amore ai tempi di facebook, poi sono arrivate le Leopolde di Renzi che hanno dato al pop il ruolo politico che gli pertiene (e se la destra fosse in crisi perché non abbastanza pop? Non abbastanza in sintonia con una generazione che nata nella televisione l’ha politicamente disinnescata e neutralizzata?) – sono ora in libreria due libri molto leggeri, per così dire, che stanno però spopolando e che raccontano la svolta generazionale attraverso il nodo pop, da Sandokan alle cinture del Charro. Uno è quello di Andrea Scanzi, che ha un titolo paradossale, Non è tempo per noi, laddove è invece proprio il nostro tempo, e un sottotitolo Quarantenni: una generazione in panchina di cui non resta traccia nel libro, che è più che altro una lista di ricordi appunto pop di cui si fa fatica a trovare il costrutto. Una specie di Anima mia di Fazio, ma alla spicciolata, e con un piacere per la scrittura twittata che è difficile seguire per troppe pagine. L’altro è il libro di Aldo Cazzullo, Basta piangere!che segue la stessa dimensione amarcord, ma con un ottimismo un po’ candido e a volte un po’ moralista. Finisce con l’invito a non usare più l’espressione impersonale e distanziante “in questo paese…”, ma almeno “in questo nostro paese…”. Feci anni fa in questo post l’identica proposta e quindi sono molto d’accordo. Superpop e molto ben scritto è anche il libro sull’Italia di Claudio Giunta Sterminata domenica. Saggi sul paese che amo, in cui il presente è visto anche attraverso i riferimenti a un passato prossimo fatto di Fantozzi e Radio DJ. Del resto il pop, come autoriflessione, è pervasivo. Nessuno crede davvero alla polemica sul Fabio Volo scrittore – a quanto pare bravo – e la Lettura del Corriere della Sera parla (giustamente) dei broccoletti di Fabio Volo, mentre la Domenica del Sole 24 Ore fa addirittura esperimenti di twitsofia. Se Diogene fosse vivo, avrebbe certamente un account di twitter. D’altra parte anche la filosofia, disciplina concettuosa per eccellenza, per alcuni può essere anche pop. Da qualche tempo esiste in Italia un bel Festival di Popsophia. La direttrice, Lucrezia Ercoli, dirige anche una collana di critica popfilosofica. Dico la verità, io, umile medievista, non ho ancora del tutto capito come si definisca la popfilosofia, e il saggio di Umberto Curi, studioso serissimo, che apre la collana non mi ha convinto sul fatto che Platone fosse pop, ma in futuro mi farò trovare più pronto. Forse ha ragione Emanuele Coccia: il bene è nelle cose. Lo spiega in un libretto da pochissimo uscito in Francia e che appena uscirà in Italia sarà criticatissimo, perché per una volta tratta delle cose e della merce senza considerarle dal punto di vista marxista dello sfruttamento e della produzione, ma solo da quello della fruizione e di come arricchiscano la nostra esperienza. Insomma c’è di che riflettere, ma anche da vivere, da guardare, da ascoltare, da parlare, da cercare di capire un mondo che cambia sempre, che svolta sempre. Buon pop a tutti.

Uscire dall’euro con la sola imposizione delle mani

Grillo e Salvini hanno un singolare vantaggio nelle prossime elezioni europee: non hanno una linea politica sull’Europa.

A parte l’uscita dall’euro, di cui parleremo, qualcuno saprebbe dire quale sia il pensiero politico di medio-lungo, o anche breve, periodo di questi due movimenti rispetto al problema dell’integrazione europea?

Il vantaggio è che senza un discorso strategico sull’Europa, la campagna elettorale può essere fatta con slogan di grande presa, con spezzoni di argomentazione a volte contraddittori, senza badare alle conseguenze pratiche delle proposte o dei desideri che si evocano. Inoltre è molto facile attribuire alle istituzioni europee qualsiasi disegno complottistico, ostilità, progetto di colonizzazione, di conquista. Insomma è la riproposizione, amplificata dalla lontananza di Bruxelles (e anche dall’oggettiva difficoltà del momento e dallo scarso pragmatismo manifestato in questi anni dalle istituzioni europee), dello schema un po’ paranoide che sta prendendo piede su scala europea del noi/loro, con l’aggiunta che “loro” sono un po’ nascosti (e che poi, a ben vedere, sono “noi” anche loro).

La proposta di uscita dall’euro, senza ulteriori spiegazioni – perché in realtà tutto si può fare, ma bisogna capire come e per ottenere cosa e a prezzo di cosa – è un ottimo esempio di questa retorica e sembra essere il cardine della campagna elettorale incipiente di tutti i movimenti come Lega, 5Stelle, Le Pen, nazionalisti austriaci, etc. (per molti dei quali va registrato anche il paradosso per cui le elezioni europee sono occasione vitale di approvvigionamento di stipendi e di rilancio).

L’idea è che l’euro sia il criminale strumento di un disegno di distruzione delle nostre economie a opera delle banche. Senza l’euro tutto tornerebbe come ai vecchi tempi (ma quali tempi esattamente?). L’argomento è del tutto simbolico e non fa che spostare su altri i problemi di cui siamo ingiustamente afflitti. Salvini lo evoca come un tempo si sarebbero evocate le reliquie dei santi, quasi con l’imposizione delle mani, Grillo parla dei premi Nobel contro l’euro come se il nominarli senza spiegare in che termini esatti ne parlino avesse un potere taumaturgico (ma i Nobel non sono casta pure loro?).

La promessa è che se uscissimo oggi avremmo una ripresa immediata dell’economia, perché avremmo una moneta debole. Il debito pubblico italiano, che se l’Italia un giorno fallirà sarà la causa del fallimento, euro o lira che sia, non viene mai preso in considerazione.

Naturalmente non si spiega come si potrebbe evitare che a una svalutazione della lira grillo-leghista si alzi automaticamente il prezzo delle materie prime e dell’energia (che si pagano in euro o dollari). E se forse i nostri prodotti non tecnologici e non bisognosi di materie prime dall’estero sarebbero più esportabili (ma l’esportazione è l’unica cosa che ha tenuto in questi anni di euro), tutto il resto se la passerebbe peggio. Se poi pensiamo al debito pubblico, come evitare che il sistema tracolli con il passaggio alla lira grillo-leghista? Se i conti non sono a posto, quanto si pensa che si alzerebbe il tasso di rendita dei titoli di stato? Come non pensare che un titolo di stato italiano in lire non avvantaggi ancora di più la Germania e soprattutto la Francia? Quanto costerebbe un mutuo, un investimento, con una nuova moneta italiana?

Facendo i conti – ma ci devono aiutare a farli i partiti, i movimenti e i candidati – non è più probabile che nei prossimi anni il sistema italiano venga spazzato via dalla nuova lira, piuttosto che da un euro accompagnato da una politica europea nuova e più coraggiosa? E qual è questa politica nuova che può essere intrapresa? O quale la politica contraria?

Il vantaggio di non avere una linea politica sull’Europa – ma Salvini è eurodeputato, con Borghezio, con Speroni e con altri e Grillo è quello che diceva anni fa “Tedeschi, invadeteci!” – è la possibilità di non rispondere a nessuna di queste domande, ma neppure alle domande contrarie. Che cosa facciamo il giorno dopo che siamo usciti dall’euro?

Esattamente 500 anni fa. La più bella lettera di Machiavelli

Esattamente 500 anni fa, il 10 dicembre 1513, a pochi chilometri da Firenze, a Sant’Andrea in Percussina, tra Impruneta e San Casciano, Niccolò Machiavelli scriveva una delle sue lettere più belle.

Machiavelli aveva perso il lavoro molti mesi prima. Era stato funzionario della Repubblica di Firenze per più di 10 anni. “Amo la mia patria più della mia anima”, diceva. Ma la repubblica ormai è caduta, non c’è più. Sono tornati i Medici, i signori, sono tornati i prìncipi. Machiavelli perde tutto, perde il lavoro, è allontanato bruscamente, assaggia anche la tortura della corda, perché c’è chi cerca di accusarlo di essere coinvolto in un complotto contro i Medici. Si ritira in quel suo podere vicino San Casciano, ma chiede aiuto a chi può farlo lavorare. Scrive al suo amico Francesco Vettori, che è diventato ambasciatore di Firenze presso il papa, ma Vettori tergiversa, prende tempo, lo stima molto e gli vuole bene, ma non riesce ad aiutarlo.

Niccolò sembra perdere le speranze. Proprio lui si scoraggia, quel Niccolò al quale dopo secoli di incrostazioni storiografiche, di letture del suo pensiero non sempre pertinenti, affibbiamo l’aggettivo negativo e demoniaco di “machiavellico”, un aggettivo che avrebbe rifiutato, per sé e per il suo pensiero. Niccolò sembra cominciare a perdere le speranze, in quella lettera di esattamente 500 anni fa. Io mi alzo e vado in campagna – scrive -, controllo che i miei taglialegna non litighino, ogni tanto mi capitano imbrogli e prepotenze su pagamenti e sulla legna. Quando lascia il bosco, alla fine della mattina, Niccolò si ferma a leggere qualcosa, qualcosa che lo faccia stare bene, ha sempre con sé qualcosa di Petrarca, o Dante, qualche poeta minore come Tibullo o Ovidio. Legge i loro amori – dice – e si ricorda dei suoi. Al pomeriggio vado all’osteria – dice con un linguaggio che qui solo parafraso – e con chi trovo gioco a carte, imbroglio per un quattrino e litighiamo e urliamo al punto che ci sentono fino a San Casciano. E passa il tempo e io “m’ingaglioffo”. “M’ingaglioffo”, che vuol dire che si avvilisce, si involgarisce, perde se stesso. Perché non può stare senza lavorare, senza lavorare ha paura di diventare sempre peggio. Prova vergogna e vorrebbe che anche la sorte si vergognasse di se stessa per tenerlo in quella situazione.

Ma alla sera, dice Machiavelli, mi tolgo gli abiti sporchi di fango, mi metto gli abiti di corte ed “entro nelle antique corti delli antichi huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui”. Machiavelli in questa corte, che è anche e soprattutto una stanza interiore, parla con gli antichi, cioè legge Livio, Cicerone, Sallustio e a contatto con loro, con le loro risposte e domande, è a contatto con il se stesso più autentico, riattiva ciò che lo fa essere se stesso. E quando sono con loro “sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte”.

Il risultato di questi dialoghi è un libretto intitolato De principatibus, cioè il Principe. Lo dice lui, lì, in quella lettera, che per questo è anche molto famosa. E ci dice anche perché scrive quel libello: per lavorare, per far capire ai Medici che lui, disoccupato e avvilito per quanto possa essere, i suoi 15 anni di lavoro, di esperienze, di conoscenza dell’arte dello Stato, lui non se li è né dormiti, né giocati a dadi. Dice proprio così: “non gli ho né dormiti né giuocati”. (Chissà se anche a lui oggi darebbero del choosy, chi lo sa). E che gli diano da lavorare, anche solo da far girare un sasso, un’inezia, perché lui sarà capace e basterebbe anche solo leggere quel libretto che ha scritto, per capirlo. E lo capisca anche Francesco Vettori, a cui scrive la lettera, e se può lo aiuti.

La lettera di Machiavelli ha 5oo anni, ma sarà letta sempre, perché descrive un presente permanente, anche se come storico non dovrei esprimermi così. Ogni individuo, ogni generazione corre il rischio di ingaglioffirsi, di avvilirsi, di diventare volgare, di allontanarsi dal se stesso più autentico. Noi lo sappiamo bene. Ma Machiavelli con poche parole mostra bene dove sta il coraggio, cioè nel rimanere in contatto con quello di noi che fa di noi quello che siamo, con il nostro lavoro, la nostra attività, le ragioni delle nostre scelte originarie, dei nostri princìpi, la voglia di essere migliori in quanto noi stessi.

In fondo è un messaggio politico anche quello della lettera – un paio di brevi paginette accanto ai grandi lavori che ha scritto – ed è l’esortazione ad avere il coraggio di entrare in quella stanza con abiti di corte dove “non temiamo la povertà e non ci sbigottisce la morte”, perché siamo noi stessi, perché siamo noi insieme agli altri.

Qualcuno forse non si fidava di lui, perché aveva amato la repubblica ed era tornato il tempo dei principi, e forse per quello, pensa Niccolò, non lo fanno lavorare. Machiavelli chiama a testimonianza di se stesso tutto quello che è e che è stato: “E della fede mia non si doverebbe dubitare, perché, havendo sempre observato la fede, io non debbo imparare hora a romperla; e chi è stato fedele e buono quarantatré anni, che io ho, non debbe poter mutar natura; e della fede e bontà mia ne è testimonio la povertà mia”.

E poi chiude la lettera con un saluto, scritto in latino perché le buone maniere lo imponevano, ma forse anche per custodire e proteggere quell’augurio, che in fondo è il più bello: Sis felix, che tu sia felice. Esattamente cinquecento anni fa in questo nostro Paese.

Fabio Volo, accetta quella laurea (e poi fai alcune domande)

Fabio Volo su facebook informa che un’università italiana ha deciso di conferirgli una laurea honoris causa e posta anche la lettera con le motivazioni ufficiali:

Il Magnifico Rettore dell’Università di [omissis] ha il grande piacere e l’onore di comunicarLe che il consiglio di Facoltà di Lettere e Filosofia, sulla base dei contributi in meritata fama e singolare perizia che Ella ha fornito alla cultura del Paese in quanto a opere letterarie e diffusione del sapere, ha all’unanimità deliberato di conferirLe il titolo di Dottore in Scienze della Comunicazione “honoris causa” (…). La cerimonia per il conferimento di tale titolo è prevista per il giorno (…) e vedrà la “laudatio” tenuta dal professor (…)”.

Fabio Volo non fa il nome dell’università perché non ha ancora deciso se accettare la laurea, anzi chiede un consiglio ai suoi tanti ammiratori su facebook.
Fabio (se posso), mi permetto di darti il mio: accetta la laurea. Certo, al netto del trombonismo che ci affetta tutti, l’idea può legittimamente far storcere il naso, soprattutto a chi nell’università ci lavora e la sostiene  con le proprie motivazioni senza avere riconoscimenti e neppure diritti. C’è un vario mondo di precariato intellettuale che letteralmente tiene in piedi l’università e che sostiene la cultura con la propria vita e con sacrifici. Certo, molti sono solo portaborse che presidiano la loro (inesistente) posizioncina con le unghie e con i denti, che sono selezionati all’incontrario da baroni grandi e piccini. Ma ci sono moltissime persone capaci, che lavorano gratis o vengono variamente sfruttate e che proprio con la scrittura e con la cultura ogni giorno si misurano nell’indifferenza e nella derisione generale, e anche di quel mondo universitario di cui vorrebbero fare parte pienamente. Ecco forse loro avrebbero preferito una laurea honoris causa non a un personaggio televisivo, per quanto così creativo e brillante e che ha scoperto (da personaggio televisivo) di avere un talento nello scrivere e nel raccontare. Magari avrebbero preferito un simbolo diverso, un innovatore di tecniche e di metodi, un grande autore straniero, chi lo sa. Però Fabio, accetta quella laurea, pur sapendo che è un’operazione di marketing accademico: per una settimana i giornali, i polemisti, i pro e i contro, anche i telegiornali se trovi la battuta giusta alla laudatio (e bada che non diventi una perculatio), nomineranno l’università e la facoltà che hanno dato “all’unanimità” la laurea a Fabio Volo. Però se accetti, fai qualche domanda al rettore e ai membri del dipartimento, per capire un po’ dove ti trovi, in che contesto sei, che cosa vuol dire (anche) ricerca e università oggi nel nostro paese. Chiedi se gli studenti di Scienze della comunicazione (quelli che si laureano proprio nella disciplina menzionata nella lettera), costretti a fare stage gratuiti durante gli anni del corso, sono utilizzati come manodopera per studi, agenzie, aziende, forniti dall’università a un mondo che le preme intorno. Chiedi la percentuale in quel corso di laurea  di professori “a contratto” (cioè pagati circa 1000-2000 euro all’anno e a volte senza avere un dottorato o uno straccio di profilo scientifico). Chiedi qualcosa sui dottorati di ricerca (dopo un corso di dottorato di ricerca di 3 o 4 anni hai la “patente” di ricercatore, perché hai scritto una ricerca originale, su un argomento su cui devi ormai essere l’esperto riconosciuto e hai seguito e imparato le metodologie per farlo. Al dottorato si accede per concorso), per esempio chiedi quanti studiosi esterni, cioè non provenienti dalla stessa università, hanno vinto negli ultimi 10 anni un concorso di dottorato, e se per caso c’è qualche esterno, chiedi se a lui hanno dato la borsa di ricerca o no. Potresti chiedere un’altra cosa ai membri del dipartimento: negli ultimi 10 anni quanti ricercatori che hanno avuto il posto avevano come presidente della commissione giudicatrice il proprio tutor di dottorato? Quanti professori stranieri ci sono in facoltà, quanti dottorandi stranieri? Quanti dottorandi fanno gli esami al posto dei professori? Quanti fanno il ricevimento studenti? Come si è piazzato nelle classifiche del ministero il dipartimento? E il professore che fa la tua laudatio? Che percentuale di professori e ricercatori non ha consegnato il numero minimo di articoli richiesti dal ministero per valutare la loro ricerca?

Fabio, accetta la laurea perché è una bella cosa e e fa piacere a tutti noi, ma approfittane anche per capirne e per farne capire un po’ di più dei sacrifici che in molti fanno, senza fama ma con perizia, per far avanzare e diffondere la cultura in questo nostro amato paese, al quale tutti apparteniamo.

La merce più ricercata. Una domanda ai candidati del Pd

Un paio d’anni fa scrissi che, a guardarla da fuori, l’Italia è ubiqua (qui l’introduzione a quel libretto), scrissi che è ubiqua perché esistono innumerevoli presenze ideali e concrete nello spazio globale che rimandano ad essa, con più o meno forte intensità.
Vale per tutti i paesi, nell’era della globalizzazione: chi è capace di porsi al di fuori di se stesso, di non chiudersi, di collocarsi al centro di reti mondiali dosando flussi di informazione, di conoscenza, di competenze, di essere presente nell’immaginario globale. E per l’Italia questo vale in un senso ancora più essenziale. Pensiamoci un attimo: non c’è idea nello spazio occidentale che non rimandi in un modo o nell’altro all’Italia.

Certo l’argomento è sdrucciolevole, perché rischia di farci scivolare nel luogo comune di un’Italia sede della bellezza e della creatività che l’ha prodotta. Ma la competizione globale si gioca anche sui luoghi comuni, anzi è sfruttamento di luoghi comuni (che non sono banalità).

Renzo Piano in un’intervista di sabato scorso alla Repubblica, che mi ha molto colpito, ha sintetizzato un pensiero che ormai è di tutti: “Siamo il paese più bello del mondo e la bellezza è oggi la merce più ricercata. Abbiamo immensi giacimenti culturali, una miscela unica di meraviglie naturali e costruite nei secoli, una posizione centrale nel Mediterraneo (…)”.

“La bellezza è la merce più ricercata”. E in un’ottica di storia globale, l’ubiquità italiana è strettamente legata al riconoscimento di questa bellezza, al punto tale che una nozione così apparentemente vaga (e retorica, in certi discorsi) può invece diventare un fattore strategico di sviluppo. È opinione che si sta diffondendo l’idea che ci sia un legame potenziale e specificamente italiano tra cultura, industria, bellezza, economia. Chiediamoci allora: che cosa facciamo per sfruttare questa specificità? Come stiamo lavorando perché l’Italia possa beneficiare dei luoghi comuni associati a bellezza e creatività? Come si disegna un sistema Come sfruttiamo questa ubiquità già riconosciuta, visto che la globalizzazione si gioca anche sulla capacità di essere ubiqui? Come si costruisce un sistema, economico, industriale, culturale, a partire da questo patrimonio dinamico?

Nel dibattito politico il tema sembra però essere ancora un po’ retorico e un po’ troppo ammiccante. Mi chiedo allora, per esempio, se i candidati alla guida del PD, che si stanno ora affrontando e avranno un ruolo fondamentale nelle decisioni dei prossimi anni, considerino la frase sintetica di Renzo Piano (e il connesso tema della proiezione globale dell’Italia) come un orizzonte strategico.
Sappiamo ormai abbastanza bene che cosa pensano del fisco, a chi si ispirano nel ridisegnare il mercato del lavoro, qualcosa si capisce anche (non benissimo però) delle riforme istituzionali che hanno in mente. Abbiamo capito bene il loro posizionamento, che il momento è Adesso, che è Tempo di crederci, che Le cose cambiano cambiandole, ma su questo punto specifico, che però dice molto della capacità di una leadership di mobilitare le energie potenziali di un paese, abbiamo solo accenni. Civati, Cuperlo, Pittella, Renzi (ordine alfabetico) hanno un piano, un progetto, una squadra dedicata, qualche punto di riferimento, una visione della questione che si traduca in strategia concreta? In sostanza: può essere considerata una priorità vera in un loro governo di domani e come si attrezzano a organizzarla? A me piacerebbe che ne parlassero.