Esattamente 500 anni fa. La più bella lettera di Machiavelli

Esattamente 500 anni fa, il 10 dicembre 1513, a pochi chilometri da Firenze, a Sant’Andrea in Percussina, tra Impruneta e San Casciano, Niccolò Machiavelli scriveva una delle sue lettere più belle.

Machiavelli aveva perso il lavoro molti mesi prima. Era stato funzionario della Repubblica di Firenze per più di 10 anni. “Amo la mia patria più della mia anima”, diceva. Ma la repubblica ormai è caduta, non c’è più. Sono tornati i Medici, i signori, sono tornati i prìncipi. Machiavelli perde tutto, perde il lavoro, è allontanato bruscamente, assaggia anche la tortura della corda, perché c’è chi cerca di accusarlo di essere coinvolto in un complotto contro i Medici. Si ritira in quel suo podere vicino San Casciano, ma chiede aiuto a chi può farlo lavorare. Scrive al suo amico Francesco Vettori, che è diventato ambasciatore di Firenze presso il papa, ma Vettori tergiversa, prende tempo, lo stima molto e gli vuole bene, ma non riesce ad aiutarlo.

Niccolò sembra perdere le speranze. Proprio lui si scoraggia, quel Niccolò al quale dopo secoli di incrostazioni storiografiche, di letture del suo pensiero non sempre pertinenti, affibbiamo l’aggettivo negativo e demoniaco di “machiavellico”, un aggettivo che avrebbe rifiutato, per sé e per il suo pensiero. Niccolò sembra cominciare a perdere le speranze, in quella lettera di esattamente 500 anni fa. Io mi alzo e vado in campagna – scrive -, controllo che i miei taglialegna non litighino, ogni tanto mi capitano imbrogli e prepotenze su pagamenti e sulla legna. Quando lascia il bosco, alla fine della mattina, Niccolò si ferma a leggere qualcosa, qualcosa che lo faccia stare bene, ha sempre con sé qualcosa di Petrarca, o Dante, qualche poeta minore come Tibullo o Ovidio. Legge i loro amori – dice – e si ricorda dei suoi. Al pomeriggio vado all’osteria – dice con un linguaggio che qui solo parafraso – e con chi trovo gioco a carte, imbroglio per un quattrino e litighiamo e urliamo al punto che ci sentono fino a San Casciano. E passa il tempo e io “m’ingaglioffo”. “M’ingaglioffo”, che vuol dire che si avvilisce, si involgarisce, perde se stesso. Perché non può stare senza lavorare, senza lavorare ha paura di diventare sempre peggio. Prova vergogna e vorrebbe che anche la sorte si vergognasse di se stessa per tenerlo in quella situazione.

Ma alla sera, dice Machiavelli, mi tolgo gli abiti sporchi di fango, mi metto gli abiti di corte ed “entro nelle antique corti delli antichi huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui”. Machiavelli in questa corte, che è anche e soprattutto una stanza interiore, parla con gli antichi, cioè legge Livio, Cicerone, Sallustio e a contatto con loro, con le loro risposte e domande, è a contatto con il se stesso più autentico, riattiva ciò che lo fa essere se stesso. E quando sono con loro “sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte”.

Il risultato di questi dialoghi è un libretto intitolato De principatibus, cioè il Principe. Lo dice lui, lì, in quella lettera, che per questo è anche molto famosa. E ci dice anche perché scrive quel libello: per lavorare, per far capire ai Medici che lui, disoccupato e avvilito per quanto possa essere, i suoi 15 anni di lavoro, di esperienze, di conoscenza dell’arte dello Stato, lui non se li è né dormiti, né giocati a dadi. Dice proprio così: “non gli ho né dormiti né giuocati”. (Chissà se anche a lui oggi darebbero del choosy, chi lo sa). E che gli diano da lavorare, anche solo da far girare un sasso, un’inezia, perché lui sarà capace e basterebbe anche solo leggere quel libretto che ha scritto, per capirlo. E lo capisca anche Francesco Vettori, a cui scrive la lettera, e se può lo aiuti.

La lettera di Machiavelli ha 5oo anni, ma sarà letta sempre, perché descrive un presente permanente, anche se come storico non dovrei esprimermi così. Ogni individuo, ogni generazione corre il rischio di ingaglioffirsi, di avvilirsi, di diventare volgare, di allontanarsi dal se stesso più autentico. Noi lo sappiamo bene. Ma Machiavelli con poche parole mostra bene dove sta il coraggio, cioè nel rimanere in contatto con quello di noi che fa di noi quello che siamo, con il nostro lavoro, la nostra attività, le ragioni delle nostre scelte originarie, dei nostri princìpi, la voglia di essere migliori in quanto noi stessi.

In fondo è un messaggio politico anche quello della lettera – un paio di brevi paginette accanto ai grandi lavori che ha scritto – ed è l’esortazione ad avere il coraggio di entrare in quella stanza con abiti di corte dove “non temiamo la povertà e non ci sbigottisce la morte”, perché siamo noi stessi, perché siamo noi insieme agli altri.

Qualcuno forse non si fidava di lui, perché aveva amato la repubblica ed era tornato il tempo dei principi, e forse per quello, pensa Niccolò, non lo fanno lavorare. Machiavelli chiama a testimonianza di se stesso tutto quello che è e che è stato: “E della fede mia non si doverebbe dubitare, perché, havendo sempre observato la fede, io non debbo imparare hora a romperla; e chi è stato fedele e buono quarantatré anni, che io ho, non debbe poter mutar natura; e della fede e bontà mia ne è testimonio la povertà mia”.

E poi chiude la lettera con un saluto, scritto in latino perché le buone maniere lo imponevano, ma forse anche per custodire e proteggere quell’augurio, che in fondo è il più bello: Sis felix, che tu sia felice. Esattamente cinquecento anni fa in questo nostro Paese.

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Fabio Volo, accetta quella laurea (e poi fai alcune domande)

Fabio Volo su facebook informa che un’università italiana ha deciso di conferirgli una laurea honoris causa e posta anche la lettera con le motivazioni ufficiali:

Il Magnifico Rettore dell’Università di [omissis] ha il grande piacere e l’onore di comunicarLe che il consiglio di Facoltà di Lettere e Filosofia, sulla base dei contributi in meritata fama e singolare perizia che Ella ha fornito alla cultura del Paese in quanto a opere letterarie e diffusione del sapere, ha all’unanimità deliberato di conferirLe il titolo di Dottore in Scienze della Comunicazione “honoris causa” (…). La cerimonia per il conferimento di tale titolo è prevista per il giorno (…) e vedrà la “laudatio” tenuta dal professor (…)”.

Fabio Volo non fa il nome dell’università perché non ha ancora deciso se accettare la laurea, anzi chiede un consiglio ai suoi tanti ammiratori su facebook.
Fabio (se posso), mi permetto di darti il mio: accetta la laurea. Certo, al netto del trombonismo che ci affetta tutti, l’idea può legittimamente far storcere il naso, soprattutto a chi nell’università ci lavora e la sostiene  con le proprie motivazioni senza avere riconoscimenti e neppure diritti. C’è un vario mondo di precariato intellettuale che letteralmente tiene in piedi l’università e che sostiene la cultura con la propria vita e con sacrifici. Certo, molti sono solo portaborse che presidiano la loro (inesistente) posizioncina con le unghie e con i denti, che sono selezionati all’incontrario da baroni grandi e piccini. Ma ci sono moltissime persone capaci, che lavorano gratis o vengono variamente sfruttate e che proprio con la scrittura e con la cultura ogni giorno si misurano nell’indifferenza e nella derisione generale, e anche di quel mondo universitario di cui vorrebbero fare parte pienamente. Ecco forse loro avrebbero preferito una laurea honoris causa non a un personaggio televisivo, per quanto così creativo e brillante e che ha scoperto (da personaggio televisivo) di avere un talento nello scrivere e nel raccontare. Magari avrebbero preferito un simbolo diverso, un innovatore di tecniche e di metodi, un grande autore straniero, chi lo sa. Però Fabio, accetta quella laurea, pur sapendo che è un’operazione di marketing accademico: per una settimana i giornali, i polemisti, i pro e i contro, anche i telegiornali se trovi la battuta giusta alla laudatio (e bada che non diventi una perculatio), nomineranno l’università e la facoltà che hanno dato “all’unanimità” la laurea a Fabio Volo. Però se accetti, fai qualche domanda al rettore e ai membri del dipartimento, per capire un po’ dove ti trovi, in che contesto sei, che cosa vuol dire (anche) ricerca e università oggi nel nostro paese. Chiedi se gli studenti di Scienze della comunicazione (quelli che si laureano proprio nella disciplina menzionata nella lettera), costretti a fare stage gratuiti durante gli anni del corso, sono utilizzati come manodopera per studi, agenzie, aziende, forniti dall’università a un mondo che le preme intorno. Chiedi la percentuale in quel corso di laurea  di professori “a contratto” (cioè pagati circa 1000-2000 euro all’anno e a volte senza avere un dottorato o uno straccio di profilo scientifico). Chiedi qualcosa sui dottorati di ricerca (dopo un corso di dottorato di ricerca di 3 o 4 anni hai la “patente” di ricercatore, perché hai scritto una ricerca originale, su un argomento su cui devi ormai essere l’esperto riconosciuto e hai seguito e imparato le metodologie per farlo. Al dottorato si accede per concorso), per esempio chiedi quanti studiosi esterni, cioè non provenienti dalla stessa università, hanno vinto negli ultimi 10 anni un concorso di dottorato, e se per caso c’è qualche esterno, chiedi se a lui hanno dato la borsa di ricerca o no. Potresti chiedere un’altra cosa ai membri del dipartimento: negli ultimi 10 anni quanti ricercatori che hanno avuto il posto avevano come presidente della commissione giudicatrice il proprio tutor di dottorato? Quanti professori stranieri ci sono in facoltà, quanti dottorandi stranieri? Quanti dottorandi fanno gli esami al posto dei professori? Quanti fanno il ricevimento studenti? Come si è piazzato nelle classifiche del ministero il dipartimento? E il professore che fa la tua laudatio? Che percentuale di professori e ricercatori non ha consegnato il numero minimo di articoli richiesti dal ministero per valutare la loro ricerca?

Fabio, accetta la laurea perché è una bella cosa e e fa piacere a tutti noi, ma approfittane anche per capirne e per farne capire un po’ di più dei sacrifici che in molti fanno, senza fama ma con perizia, per far avanzare e diffondere la cultura in questo nostro amato paese, al quale tutti apparteniamo.

La merce più ricercata. Una domanda ai candidati del Pd

Un paio d’anni fa scrissi che, a guardarla da fuori, l’Italia è ubiqua (qui l’introduzione a quel libretto), scrissi che è ubiqua perché esistono innumerevoli presenze ideali e concrete nello spazio globale che rimandano ad essa, con più o meno forte intensità.
Vale per tutti i paesi, nell’era della globalizzazione: chi è capace di porsi al di fuori di se stesso, di non chiudersi, di collocarsi al centro di reti mondiali dosando flussi di informazione, di conoscenza, di competenze, di essere presente nell’immaginario globale. E per l’Italia questo vale in un senso ancora più essenziale. Pensiamoci un attimo: non c’è idea nello spazio occidentale che non rimandi in un modo o nell’altro all’Italia.

Certo l’argomento è sdrucciolevole, perché rischia di farci scivolare nel luogo comune di un’Italia sede della bellezza e della creatività che l’ha prodotta. Ma la competizione globale si gioca anche sui luoghi comuni, anzi è sfruttamento di luoghi comuni (che non sono banalità).

Renzo Piano in un’intervista di sabato scorso alla Repubblica, che mi ha molto colpito, ha sintetizzato un pensiero che ormai è di tutti: “Siamo il paese più bello del mondo e la bellezza è oggi la merce più ricercata. Abbiamo immensi giacimenti culturali, una miscela unica di meraviglie naturali e costruite nei secoli, una posizione centrale nel Mediterraneo (…)”.

“La bellezza è la merce più ricercata”. E in un’ottica di storia globale, l’ubiquità italiana è strettamente legata al riconoscimento di questa bellezza, al punto tale che una nozione così apparentemente vaga (e retorica, in certi discorsi) può invece diventare un fattore strategico di sviluppo. È opinione che si sta diffondendo l’idea che ci sia un legame potenziale e specificamente italiano tra cultura, industria, bellezza, economia. Chiediamoci allora: che cosa facciamo per sfruttare questa specificità? Come stiamo lavorando perché l’Italia possa beneficiare dei luoghi comuni associati a bellezza e creatività? Come si disegna un sistema Come sfruttiamo questa ubiquità già riconosciuta, visto che la globalizzazione si gioca anche sulla capacità di essere ubiqui? Come si costruisce un sistema, economico, industriale, culturale, a partire da questo patrimonio dinamico?

Nel dibattito politico il tema sembra però essere ancora un po’ retorico e un po’ troppo ammiccante. Mi chiedo allora, per esempio, se i candidati alla guida del PD, che si stanno ora affrontando e avranno un ruolo fondamentale nelle decisioni dei prossimi anni, considerino la frase sintetica di Renzo Piano (e il connesso tema della proiezione globale dell’Italia) come un orizzonte strategico.
Sappiamo ormai abbastanza bene che cosa pensano del fisco, a chi si ispirano nel ridisegnare il mercato del lavoro, qualcosa si capisce anche (non benissimo però) delle riforme istituzionali che hanno in mente. Abbiamo capito bene il loro posizionamento, che il momento è Adesso, che è Tempo di crederci, che Le cose cambiano cambiandole, ma su questo punto specifico, che però dice molto della capacità di una leadership di mobilitare le energie potenziali di un paese, abbiamo solo accenni. Civati, Cuperlo, Pittella, Renzi (ordine alfabetico) hanno un piano, un progetto, una squadra dedicata, qualche punto di riferimento, una visione della questione che si traduca in strategia concreta? In sostanza: può essere considerata una priorità vera in un loro governo di domani e come si attrezzano a organizzarla? A me piacerebbe che ne parlassero.

Un piccolo paradosso Anvur sui valutatori della ricerca accademica

Come sa chiunque si occupi di ricerca accademica, l’Anvur (Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca) ha da poco reso noti i risultati della valutazione dei “prodotti” della ricerca, cioè la valutazione del livello scientifico di articoli, monografie, pubblicazioni, di ricercatori, professori associati, professori ordinari, dipartimenti. Non mi interessa qui fare considerazioni sulla grande importanza di questa operazione (io sono molto d’accordo con quanto scrive Tito Boeri per la Repubblica del 17 Luglio, ma per considerazioni di segno opposto bisogna menzionare anche il gruppo raccolto attorno al sito Roars), ma sono stato attratto da un dettaglio.
Per valutare i prodotti scientifici, l’Anvur ha adottato il sistema di Informed peer review; ha cioè affidato a dei revisori l’incarico di valutare articoli e pubblicazioni. Chi sono questi revisori? Sono opportunamente esperti “pari non dal punto di vista del rango accademico formale, ma della competenza scientifica, accertata dal cv, dalla reputazione, dalle pubblicazioni e dalla presenza, come requisito minimo, del titolo di dottore di ricerca (…)”.
Che cosa vuol dire? Vuol dire che per l’Anvur non conta la posizione accademica – qui peraltro chiamata “rango”, come se si trattasse di un titolo nobiliare -, ma la qualità scientifica. Quindi un ricercatore (il “rango” più basso), purché considerato di livello scientifico adeguato, può giudicare scientificamente un associato o un ordinario. Non solo: anche chi non ha un posto fisso (ma ha un dottorato di ricerca e i requisiti scientifici) – e quindi nella logica baronale non è praticamente nessuno – può essere in grado di giudicare il livello scientifico di una pubblicazione di un ordinario.
Bisogna quindi pensare che ci siano moltissimi studiosi, nel processo di valutazione Anvur, che hanno giudicato pubblicazioni di studiosi di rango accademico anche sensibilmente superiore. Il principio è giustissimo ed è un modo intelligente che l’istituzione (Anvur-Ministero) ha anche per raccontare meglio il mondo della ricerca a chi ne fa parte: in anni come i nostri molti ottimi studiosi non hanno un “rango accademico”, ma viene riconosciuto loro un rango scientifico (ciò che mi auguravo per esempio in una polemica di un po’ di tempo fa).
C’è però un piccolo paradosso in tutto questo. Infatti in questi stessi mesi è in corso una procedura di “Abilitazione scientifica nazionale”, anche questa fortemente voluta dal ministero e dai vari ministri che si sono succeduti. In poche parole, chi voglia partecipare a un concorso per professore associato o ordinario dev’essere “abilitato” a quella posizione. La procedura di abilitazione deve accertare in primo luogo che il livello scientifico del candidato sia all’altezza della posizione accademica richiesta. Oltre a questo, e a seconda delle discipline, c’è una serie di altri criteri aggiuntivi da soddisfare. L’Anvur ha stabilito alcuni criteri quantitativi (numero di pubblicazioni, articoli, monografie, etc.) minimi che ogni candidato deve soddisfare per poter poi essere ulteriormente valutato dalla commissione nazionale per discipline. Il paradosso è dato, a mio avviso, dal fatto che molti candidati all’abilitazione saranno probabilmente stati anche revisori nel processo (del tutto distinto) di valutazione dei prodotti di studiosi del rango accademico a cui essi ora aspirano. Ci saranno – mi pare estremamente probabile – ricercatori che hanno valutato professori associati e ordinari e che ora chiedono l’abilitazione scientifica per il posto da associato o ordinario. Ci saranno anzi anche studiosi che non hanno alcun posto, e che ora aspirano all’abilitazione scientifica, ma che l’Anvur ha già giudicato scientificamente idonei a valutare ricercatori, associati e ordinari. Certo il criterio strettamente scientifico è solo uno dei criteri per avere l’abilitazione, ma non è paradossale che l’Anvur chieda a uno studioso di valutarne un altro di rango superiore e poi gli chieda di sottoporsi a una procedura che certifichi un livello scientifico che l’Anvur stessa gli ha già riconosciuto?

Chiudere un’orchestra sinfonica nazionale

Certo, ci sono cose più importanti e più urgenti, ce ne sono sempre, ma a me pare che l’idea di chiudere la televisione pubblica e l’orchestra sinfonica nazionale siano momenti che possono segnare un processo di disgregazione sociale inedito.
Ma l’orchestra sinfonica, si dirà, non è certo il primo dei problemi greci ed europei. Forse no, ma la differenza tra una moltitudine dispersa e disgregata di singoli che si arrabattano nel perimetro stretto del quotidiano e che proprio per questo sono inevitabilmente sopraffatti dalla miseria e dalla tirannia dei più forti e un popolo, una società, una comunità, è data anche (non solo) dalla capacità di rispecchiarsi in valori comuni, in un orgoglio collettivo, in un desiderio di bellezza e in un’esigenza di gioia, di elevazione, che tutti sentono, come popolo.
La musica tradizionalmente, nella sua inutilità apparente, ha svolto anche questa funzione, questa capacità di dire “siamo umani, siamo noi, siamo qui, possiamo essere felici perchè siamo nati per questo” e di farlo sentire a tutti.
È uno strumento simbolico, e un fine in sè, che non ha a che vedere con il numero di biglietti timbrati al concerto e che non è uno svago di pochi, ma è una salvaguardia, una garanzia di umanità. Cominciare a tagliare da lì, peraltro con costi relativamente modesti, è un passo che rischia di farci retrocedere (altro che contagio finanziario) da popolo, da società, a moltitudine.

Il mio nuovo libro

Quando ho scelto di occuparmi professionalmente del pensiero medievale – e non, poniamo, di Hegel – c’erano due cose che mi attraevano particolarmente. La prima è una difficoltà specifica del pensiero medievale (ma anche moderno in una certa misura), e cioè il linguaggio con cui esso si esprime, che è un linguaggio teologico (non religioso, teologico). Anzi, a prima vista ed esagerando molto, sembra che non esista altro che teologia. Per capire quanto filosofiche – e quindi riconducibili a una disciplina per noi familiare – siano le questioni che i vari autori si pongono nelle università medievali (e l’università è una invenzione medievale, prima e altrove non c’era), bisogna quindi farsi carico della sensatezza di quel linguaggio.
Per esempio, quando i maestri medievali si chiedono – e insegnano e scrivono libri interminabili e tecnicissimi – se Dio “possa fare in modo che Roma sia stata costruita e sia stata non costruita”, cioè quando testano l’onnipotenza di Dio, in realtà stanno soprattutto mettendo alla prova il principio logico di non contraddizione, stanno cercando di capire se è possibile pensare una logica diversa da quella classica, se è possibile pensare altri mondi, fatti in modo diverso, e se questi mondi siano non solo possibili, ma anche compossibili.
Oppure quando fanno un esperimento mentale come “se durante l’Ultima cena un apostolo avesse conservato un pezzo di pane consacrato e l’avesse mangiato, come corpo di Cristo, prima della resurrezione, cioè quando Cristo era morto, avrebbe mangiato il corpo di Cristo vivo o morto?”, non si vogliono togliere una curiosità oziosa, ma cercare di capire che cosa renda un corpo vivo, che relazione ci sia tra vita e intelletto, se il soggetto di una frase abbia senso se si parla di una cosa che non esiste…
Le questioni si possono moltiplicare a piacimento, e viste così si capisce bene che quel linguaggio è una complicazione per lo studioso, ma anche uno strumento in più per capire come nasce un pensiero. Questo vuol dire che va separato il contenuto “razionale” dal linguaggio che per noi non lo è più? No, è vero il contrario. In questo modo si capisce meglio che la “razionalità” è un prodotto storico mutevole, ogni razionalità sta in un determinato “modello” di razionalità, che cambia, e quindi cambia anche la ragione.

L’altra cosa interessante era per me il fatto che del medioevo filosofico si volessero tutti appropriare, nella ricostruzione storica. Per alcuni perché “anticipava” scoperte o teorie moderne, per altri invece perché poteva essere un arsenale di teorie contro la modernità, per altri perché dava sostanza all’irrazionale, per altri ancora perchè costruiva la ragione. Spesso si trattava di posizioni ideologiche oppure “teleologiche”, cioè posizioni che consideravano che il passato avesse una direzione prestabilita, quella che porta a noi, che avremmo il privilegio di aver capito tutto. Ma se c’è una cosa che lo studio del passato ci fa capire, è che in ogni epoca e momento c’è una diversità di opzioni, di possibilità, c’è una ricchezza di pensiero molto più ampia di quanto ci sembri: pensare il passato è ampliare il possibile, non restringerlo; pensare la diversità, discontinuità, del passato, è capire la diversità e varietà nel presente.

Tutti questi elementi mi hanno preliminaremnte affascinato anche nello studio che mi ha portato al mio nuovo libro, su Marsilio da Padova.
Marsilio, pensatore politico, dice cose a prima vista molto moderne, per esempio che il legislatore è il popolo, che il potere sta tutto nel popolo e che l’esecutivo non può uscire dai limiti che il legislatore gli impone. È forse anche il primo a contestare in modo molto articolato e metodologico la trasformazione del cristianesimo in ideologia politica e a disarticolare le teorie del potere per rimontarle come antropologia. Per questo su Marsilio si sono esercitate, tra Otto e Novecento, le ossessioni storiografiche di varie tradizioni: l’ossessione italiana postunitaria sui rapporti tra stato e chiesa, quella francese sulla nascita dell’idea di laicità, quella tedesca sui poteri dello stato, quella anglosassone sulle origini della democrazia. Se oggi in tutto il mondo il pensiero di Marsilio da Padova gode di un rinnovato interesse è anche grazie a questi problemi (che sono più i nostri che i suoi). Io mi sono limitato a cercare di capire il Marsilio medievale, cioè il Marsilio filosofo politico dei suoi tempi, un Marsilio ghibellino che ha capito come le istituzioni siano costruzioni mobili e sempre sottoposte al cambiamento, come le tensioni fra poteri concorrenti siano produttrici di pensiero e di progettualità, come la politica sia un campo di studio filosofico.
marsilio

Tutte le paure sul presidente

Da due anni insisto in questo blog a favore del semipresidenzialismo. A dire la verità ne ho parlato in tutte le salse: definendolo riforma off topic quando non ne parlava nessuno, evocando Happy days e il jumping the shark di Fonzarelli, ho fatto il verso a Obama avendo in realtà di mira Sarkozy e Hollande. Ora sembra un’opzione possibile.
Le obiezioni che vengono fatte alla proposta, quando se ne parla qui o altrove, sono paure e fraintendimenti che – ne sono certo – ricorreranno anche nel dibattito che si sta aprendo, tra cittadini, movimenti, al bar.
Mi sembra utile raggrupparle, per come le ho intese, e commentarle.

Ma così c’è meno democrazia. No, è vero il contrario. Noi attualmente votiamo solo il parlamento, non votiamo il presidente, non votiamo l’esecutivo. Continueremmo a votare il parlamento, ma anche il presidente, che a sua volta decide il primo ministro e indirizza l’esecutivo. C’è più democrazia anche perché in questo modo il parlamento è più libero di fare bene quello che deve fare, cioè le leggi. Non è ostaggio del governo, non è blindato. Nessuno potrebbe dire: se passa questa o quell’altra legge cade l’esecutivo, come abbiamo sentito in queste settimane. Non solo, ma lo stesso esecutivo non sarebbe più ostaggio del voto di uno o due parlamentari, di un gruppetto o dell’altro. In breve: il sistema è più stabile, la filiera delle decisioni e dei compiti più chiara. Quindi c’è più democrazia, non meno.

Non siamo pronti, non è nella nostra cultura. Pensiamoci un attimo: i comuni e le regioni sono presidenziali. Non semi-presidenziali, proprio presidenziali. I cittadini votano il consiglio e votano il sindaco o il presidente di regione. Addirittura se cade il presidente cade anche il consiglio. Questo ha portato una stabilità molto maggiori alle città e alle regioni. In che cosa non saremmo pronti?

Ci sarebbe un uomo solo al comando. È la paura più diffusa, che evoca l’uomo forte o addirittura – come un politico ha recentemente detto – prospettive sudamericane. A parte che l’uomo solo al comando era Fausto Coppi e non Benito Mussolini, anche questa paura è ingiustificata. Non si tratta di passare dalla repubblica alla monarchia assoluta, ma da un tipo di repubblica a un altro tipo di repubblica, entrambe democratiche, entrambe con sistemi di contrappesi, entrambe con la piena sovranità popolare. Quello che cambia è la filiera delle responsabilità, con la possibilità che i cittadini decidano direttamente chi governa e chi fa le leggi, e non solo chi fa leggi.

È il plebiscitarismo. Non è vero: il plebiscito è quando puoi votare solo sì o no, a una domanda posta da altri, come in un referendum. Votare un presidente vuol dire votare tra molti candidati e molti programmi, vuol anche dire costringere i partiti ad apparentarsi in un programma (c’è un doppio turno), vuol dire necessità del dibattito. Altrimenti non si vincono le elezioni.

Il problema non sono le istituzioni: è la cultura politica dei partiti che ha perso forza. A mio avviso, è esattamente il contrario. I partiti hanno consunto le loro culture perché le istituzioni conducono a quell’esito. A che serve avere una cultura politica quando la capacità di governare e assumere decisioni si impantana in maggioranze precarie, in mediazioni fini a se stesse, in agguati continui, se i partiti hanno tutto questo potere e lo devono usare per interdire le iniziative dei suoi associati, militanti, dirigenti?
La differenza tra un sistema istituzionale presidenziale e il nostro è che lì un bambino può dire “Mamma, da grande voglio fare il presidente”, qui potrebbe dire “Mamma, da grande voglio fare il presidente del consiglio in un governo di scopo a tempo con larghe intese”. Le istituzioni contribuiscono a fare una cultura.

Rinunciamo alla costituzione nata dalla resistenza. Non è vero, perché la prima parte, quella dei valori antifascisti e della resistenza non sono in discussione. La nostra costituzione è la più bella del mondo per quello che c’è scritto in quella prima parte, che è la base e il senso della nostra vita comune. Quella parte è intangibile, nessuno saprebbe fare di meglio. Ma la seconda è inefficiente e la democrazia si nutre anche di cose che funzionano e di strumenti per risolvere i problemi.

Ci americanizziamo. No. Gli americani hanno un sistema molto diverso da quello di cui parliamo. Se per americanizzazione si parla invece di “personalizzazione” della politica, allora l’obiezione non regge a una controbiezione. Il nostro parlamentarismo ha portato alla personalizzazione. Berlusconi è impensabile in un sistema semipresidenziale (vedi obiezione successiva) e la maggior parte dei partiti e dei movimenti oggi presenti in parlamento sono in qualche forma personali. SEL dipende dalla personalità di Vendola. La lista Monti. Di Pietro nella scorsa legislatura. Qualcuno pensa che M5S sia un movimento e non un partito personale? Solo il PD non ha questa caratteristica, ma forse perché è una galassia di personalità in conflitto.
È proprio un sistema consunto quello che conduce alla scorciatoia della personalità e non al contributo di una personalità a una cultura politica e di governo più ampia.

Torna Berlusconi. Se nel 1996 avessimo avuto, come avremmo potuto, il semipresidenzialismo, ci saremmo già sbarazzati di Berlusconi. Sì, perché la sua politica fallimentare sarebbe stato punita subito dalla maggioranza degli elettori. Avrebbe fatto la fine di Sarkozy. Ma non solo per quello. Un sistema semipresidenziale obbliga il presidente a tenere conto, voglia o non voglia, delle altre personalità, in base al consenso che essi hanno tra gli elettori. Il primo ministro, in Francia, nominato dal presidente, è stato spesso un potenziale concorrente del presidente. Pensiamo a Mitterand con ministro Chirac, Chirac con ministro Jospin, ma soprattutto Giscard d’Estaing- Chirac e Chirac- Sarkozy. Ve lo immaginate negli anni ’90 e 2000 Berlusconi presidente con Casini o Fini primo ministro? Sarebbe cambiata la storia del centrodestra. (E se negli anni ’90 Prodi fosse stato presidente 5 anni sarebbe cambiata la storia del paese).

Solo qualche mese fa a parlare di semipresidenzialismo erano in pochissimi. In queste settimane da sinistra si sono schierati a favore Prodi, con una lettera molto bella, Veltroni, con un capitolo importante del suo libro, Letta, una nutrita rappresentanza delle correnti del PD, che ha depositato una proposta di legge. Il dibattito è finalmente aperto.