Un piccolo paradosso Anvur sui valutatori della ricerca accademica

Come sa chiunque si occupi di ricerca accademica, l’Anvur (Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca) ha da poco reso noti i risultati della valutazione dei “prodotti” della ricerca, cioè la valutazione del livello scientifico di articoli, monografie, pubblicazioni, di ricercatori, professori associati, professori ordinari, dipartimenti. Non mi interessa qui fare considerazioni sulla grande importanza di questa operazione (io sono molto d’accordo con quanto scrive Tito Boeri per la Repubblica del 17 Luglio, ma per considerazioni di segno opposto bisogna menzionare anche il gruppo raccolto attorno al sito Roars), ma sono stato attratto da un dettaglio.
Per valutare i prodotti scientifici, l’Anvur ha adottato il sistema di Informed peer review; ha cioè affidato a dei revisori l’incarico di valutare articoli e pubblicazioni. Chi sono questi revisori? Sono opportunamente esperti “pari non dal punto di vista del rango accademico formale, ma della competenza scientifica, accertata dal cv, dalla reputazione, dalle pubblicazioni e dalla presenza, come requisito minimo, del titolo di dottore di ricerca (…)”.
Che cosa vuol dire? Vuol dire che per l’Anvur non conta la posizione accademica – qui peraltro chiamata “rango”, come se si trattasse di un titolo nobiliare -, ma la qualità scientifica. Quindi un ricercatore (il “rango” più basso), purché considerato di livello scientifico adeguato, può giudicare scientificamente un associato o un ordinario. Non solo: anche chi non ha un posto fisso (ma ha un dottorato di ricerca e i requisiti scientifici) – e quindi nella logica baronale non è praticamente nessuno – può essere in grado di giudicare il livello scientifico di una pubblicazione di un ordinario.
Bisogna quindi pensare che ci siano moltissimi studiosi, nel processo di valutazione Anvur, che hanno giudicato pubblicazioni di studiosi di rango accademico anche sensibilmente superiore. Il principio è giustissimo ed è un modo intelligente che l’istituzione (Anvur-Ministero) ha anche per raccontare meglio il mondo della ricerca a chi ne fa parte: in anni come i nostri molti ottimi studiosi non hanno un “rango accademico”, ma viene riconosciuto loro un rango scientifico (ciò che mi auguravo per esempio in una polemica di un po’ di tempo fa).
C’è però un piccolo paradosso in tutto questo. Infatti in questi stessi mesi è in corso una procedura di “Abilitazione scientifica nazionale”, anche questa fortemente voluta dal ministero e dai vari ministri che si sono succeduti. In poche parole, chi voglia partecipare a un concorso per professore associato o ordinario dev’essere “abilitato” a quella posizione. La procedura di abilitazione deve accertare in primo luogo che il livello scientifico del candidato sia all’altezza della posizione accademica richiesta. Oltre a questo, e a seconda delle discipline, c’è una serie di altri criteri aggiuntivi da soddisfare. L’Anvur ha stabilito alcuni criteri quantitativi (numero di pubblicazioni, articoli, monografie, etc.) minimi che ogni candidato deve soddisfare per poter poi essere ulteriormente valutato dalla commissione nazionale per discipline. Il paradosso è dato, a mio avviso, dal fatto che molti candidati all’abilitazione saranno probabilmente stati anche revisori nel processo (del tutto distinto) di valutazione dei prodotti di studiosi del rango accademico a cui essi ora aspirano. Ci saranno – mi pare estremamente probabile – ricercatori che hanno valutato professori associati e ordinari e che ora chiedono l’abilitazione scientifica per il posto da associato o ordinario. Ci saranno anzi anche studiosi che non hanno alcun posto, e che ora aspirano all’abilitazione scientifica, ma che l’Anvur ha già giudicato scientificamente idonei a valutare ricercatori, associati e ordinari. Certo il criterio strettamente scientifico è solo uno dei criteri per avere l’abilitazione, ma non è paradossale che l’Anvur chieda a uno studioso di valutarne un altro di rango superiore e poi gli chieda di sottoporsi a una procedura che certifichi un livello scientifico che l’Anvur stessa gli ha già riconosciuto?

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Chiudere un’orchestra sinfonica nazionale

Certo, ci sono cose più importanti e più urgenti, ce ne sono sempre, ma a me pare che l’idea di chiudere la televisione pubblica e l’orchestra sinfonica nazionale siano momenti che possono segnare un processo di disgregazione sociale inedito.
Ma l’orchestra sinfonica, si dirà, non è certo il primo dei problemi greci ed europei. Forse no, ma la differenza tra una moltitudine dispersa e disgregata di singoli che si arrabattano nel perimetro stretto del quotidiano e che proprio per questo sono inevitabilmente sopraffatti dalla miseria e dalla tirannia dei più forti e un popolo, una società, una comunità, è data anche (non solo) dalla capacità di rispecchiarsi in valori comuni, in un orgoglio collettivo, in un desiderio di bellezza e in un’esigenza di gioia, di elevazione, che tutti sentono, come popolo.
La musica tradizionalmente, nella sua inutilità apparente, ha svolto anche questa funzione, questa capacità di dire “siamo umani, siamo noi, siamo qui, possiamo essere felici perchè siamo nati per questo” e di farlo sentire a tutti.
È uno strumento simbolico, e un fine in sè, che non ha a che vedere con il numero di biglietti timbrati al concerto e che non è uno svago di pochi, ma è una salvaguardia, una garanzia di umanità. Cominciare a tagliare da lì, peraltro con costi relativamente modesti, è un passo che rischia di farci retrocedere (altro che contagio finanziario) da popolo, da società, a moltitudine.

Il mio nuovo libro

Quando ho scelto di occuparmi professionalmente del pensiero medievale – e non, poniamo, di Hegel – c’erano due cose che mi attraevano particolarmente. La prima è una difficoltà specifica del pensiero medievale (ma anche moderno in una certa misura), e cioè il linguaggio con cui esso si esprime, che è un linguaggio teologico (non religioso, teologico). Anzi, a prima vista ed esagerando molto, sembra che non esista altro che teologia. Per capire quanto filosofiche – e quindi riconducibili a una disciplina per noi familiare – siano le questioni che i vari autori si pongono nelle università medievali (e l’università è una invenzione medievale, prima e altrove non c’era), bisogna quindi farsi carico della sensatezza di quel linguaggio.
Per esempio, quando i maestri medievali si chiedono – e insegnano e scrivono libri interminabili e tecnicissimi – se Dio “possa fare in modo che Roma sia stata costruita e sia stata non costruita”, cioè quando testano l’onnipotenza di Dio, in realtà stanno soprattutto mettendo alla prova il principio logico di non contraddizione, stanno cercando di capire se è possibile pensare una logica diversa da quella classica, se è possibile pensare altri mondi, fatti in modo diverso, e se questi mondi siano non solo possibili, ma anche compossibili.
Oppure quando fanno un esperimento mentale come “se durante l’Ultima cena un apostolo avesse conservato un pezzo di pane consacrato e l’avesse mangiato, come corpo di Cristo, prima della resurrezione, cioè quando Cristo era morto, avrebbe mangiato il corpo di Cristo vivo o morto?”, non si vogliono togliere una curiosità oziosa, ma cercare di capire che cosa renda un corpo vivo, che relazione ci sia tra vita e intelletto, se il soggetto di una frase abbia senso se si parla di una cosa che non esiste…
Le questioni si possono moltiplicare a piacimento, e viste così si capisce bene che quel linguaggio è una complicazione per lo studioso, ma anche uno strumento in più per capire come nasce un pensiero. Questo vuol dire che va separato il contenuto “razionale” dal linguaggio che per noi non lo è più? No, è vero il contrario. In questo modo si capisce meglio che la “razionalità” è un prodotto storico mutevole, ogni razionalità sta in un determinato “modello” di razionalità, che cambia, e quindi cambia anche la ragione.

L’altra cosa interessante era per me il fatto che del medioevo filosofico si volessero tutti appropriare, nella ricostruzione storica. Per alcuni perché “anticipava” scoperte o teorie moderne, per altri invece perché poteva essere un arsenale di teorie contro la modernità, per altri perché dava sostanza all’irrazionale, per altri ancora perchè costruiva la ragione. Spesso si trattava di posizioni ideologiche oppure “teleologiche”, cioè posizioni che consideravano che il passato avesse una direzione prestabilita, quella che porta a noi, che avremmo il privilegio di aver capito tutto. Ma se c’è una cosa che lo studio del passato ci fa capire, è che in ogni epoca e momento c’è una diversità di opzioni, di possibilità, c’è una ricchezza di pensiero molto più ampia di quanto ci sembri: pensare il passato è ampliare il possibile, non restringerlo; pensare la diversità, discontinuità, del passato, è capire la diversità e varietà nel presente.

Tutti questi elementi mi hanno preliminaremnte affascinato anche nello studio che mi ha portato al mio nuovo libro, su Marsilio da Padova.
Marsilio, pensatore politico, dice cose a prima vista molto moderne, per esempio che il legislatore è il popolo, che il potere sta tutto nel popolo e che l’esecutivo non può uscire dai limiti che il legislatore gli impone. È forse anche il primo a contestare in modo molto articolato e metodologico la trasformazione del cristianesimo in ideologia politica e a disarticolare le teorie del potere per rimontarle come antropologia. Per questo su Marsilio si sono esercitate, tra Otto e Novecento, le ossessioni storiografiche di varie tradizioni: l’ossessione italiana postunitaria sui rapporti tra stato e chiesa, quella francese sulla nascita dell’idea di laicità, quella tedesca sui poteri dello stato, quella anglosassone sulle origini della democrazia. Se oggi in tutto il mondo il pensiero di Marsilio da Padova gode di un rinnovato interesse è anche grazie a questi problemi (che sono più i nostri che i suoi). Io mi sono limitato a cercare di capire il Marsilio medievale, cioè il Marsilio filosofo politico dei suoi tempi, un Marsilio ghibellino che ha capito come le istituzioni siano costruzioni mobili e sempre sottoposte al cambiamento, come le tensioni fra poteri concorrenti siano produttrici di pensiero e di progettualità, come la politica sia un campo di studio filosofico.
marsilio

Tutte le paure sul presidente

Da due anni insisto in questo blog a favore del semipresidenzialismo. A dire la verità ne ho parlato in tutte le salse: definendolo riforma off topic quando non ne parlava nessuno, evocando Happy days e il jumping the shark di Fonzarelli, ho fatto il verso a Obama avendo in realtà di mira Sarkozy e Hollande. Ora sembra un’opzione possibile.
Le obiezioni che vengono fatte alla proposta, quando se ne parla qui o altrove, sono paure e fraintendimenti che – ne sono certo – ricorreranno anche nel dibattito che si sta aprendo, tra cittadini, movimenti, al bar.
Mi sembra utile raggrupparle, per come le ho intese, e commentarle.

Ma così c’è meno democrazia. No, è vero il contrario. Noi attualmente votiamo solo il parlamento, non votiamo il presidente, non votiamo l’esecutivo. Continueremmo a votare il parlamento, ma anche il presidente, che a sua volta decide il primo ministro e indirizza l’esecutivo. C’è più democrazia anche perché in questo modo il parlamento è più libero di fare bene quello che deve fare, cioè le leggi. Non è ostaggio del governo, non è blindato. Nessuno potrebbe dire: se passa questa o quell’altra legge cade l’esecutivo, come abbiamo sentito in queste settimane. Non solo, ma lo stesso esecutivo non sarebbe più ostaggio del voto di uno o due parlamentari, di un gruppetto o dell’altro. In breve: il sistema è più stabile, la filiera delle decisioni e dei compiti più chiara. Quindi c’è più democrazia, non meno.

Non siamo pronti, non è nella nostra cultura. Pensiamoci un attimo: i comuni e le regioni sono presidenziali. Non semi-presidenziali, proprio presidenziali. I cittadini votano il consiglio e votano il sindaco o il presidente di regione. Addirittura se cade il presidente cade anche il consiglio. Questo ha portato una stabilità molto maggiori alle città e alle regioni. In che cosa non saremmo pronti?

Ci sarebbe un uomo solo al comando. È la paura più diffusa, che evoca l’uomo forte o addirittura – come un politico ha recentemente detto – prospettive sudamericane. A parte che l’uomo solo al comando era Fausto Coppi e non Benito Mussolini, anche questa paura è ingiustificata. Non si tratta di passare dalla repubblica alla monarchia assoluta, ma da un tipo di repubblica a un altro tipo di repubblica, entrambe democratiche, entrambe con sistemi di contrappesi, entrambe con la piena sovranità popolare. Quello che cambia è la filiera delle responsabilità, con la possibilità che i cittadini decidano direttamente chi governa e chi fa le leggi, e non solo chi fa leggi.

È il plebiscitarismo. Non è vero: il plebiscito è quando puoi votare solo sì o no, a una domanda posta da altri, come in un referendum. Votare un presidente vuol dire votare tra molti candidati e molti programmi, vuol anche dire costringere i partiti ad apparentarsi in un programma (c’è un doppio turno), vuol dire necessità del dibattito. Altrimenti non si vincono le elezioni.

Il problema non sono le istituzioni: è la cultura politica dei partiti che ha perso forza. A mio avviso, è esattamente il contrario. I partiti hanno consunto le loro culture perché le istituzioni conducono a quell’esito. A che serve avere una cultura politica quando la capacità di governare e assumere decisioni si impantana in maggioranze precarie, in mediazioni fini a se stesse, in agguati continui, se i partiti hanno tutto questo potere e lo devono usare per interdire le iniziative dei suoi associati, militanti, dirigenti?
La differenza tra un sistema istituzionale presidenziale e il nostro è che lì un bambino può dire “Mamma, da grande voglio fare il presidente”, qui potrebbe dire “Mamma, da grande voglio fare il presidente del consiglio in un governo di scopo a tempo con larghe intese”. Le istituzioni contribuiscono a fare una cultura.

Rinunciamo alla costituzione nata dalla resistenza. Non è vero, perché la prima parte, quella dei valori antifascisti e della resistenza non sono in discussione. La nostra costituzione è la più bella del mondo per quello che c’è scritto in quella prima parte, che è la base e il senso della nostra vita comune. Quella parte è intangibile, nessuno saprebbe fare di meglio. Ma la seconda è inefficiente e la democrazia si nutre anche di cose che funzionano e di strumenti per risolvere i problemi.

Ci americanizziamo. No. Gli americani hanno un sistema molto diverso da quello di cui parliamo. Se per americanizzazione si parla invece di “personalizzazione” della politica, allora l’obiezione non regge a una controbiezione. Il nostro parlamentarismo ha portato alla personalizzazione. Berlusconi è impensabile in un sistema semipresidenziale (vedi obiezione successiva) e la maggior parte dei partiti e dei movimenti oggi presenti in parlamento sono in qualche forma personali. SEL dipende dalla personalità di Vendola. La lista Monti. Di Pietro nella scorsa legislatura. Qualcuno pensa che M5S sia un movimento e non un partito personale? Solo il PD non ha questa caratteristica, ma forse perché è una galassia di personalità in conflitto.
È proprio un sistema consunto quello che conduce alla scorciatoia della personalità e non al contributo di una personalità a una cultura politica e di governo più ampia.

Torna Berlusconi. Se nel 1996 avessimo avuto, come avremmo potuto, il semipresidenzialismo, ci saremmo già sbarazzati di Berlusconi. Sì, perché la sua politica fallimentare sarebbe stato punita subito dalla maggioranza degli elettori. Avrebbe fatto la fine di Sarkozy. Ma non solo per quello. Un sistema semipresidenziale obbliga il presidente a tenere conto, voglia o non voglia, delle altre personalità, in base al consenso che essi hanno tra gli elettori. Il primo ministro, in Francia, nominato dal presidente, è stato spesso un potenziale concorrente del presidente. Pensiamo a Mitterand con ministro Chirac, Chirac con ministro Jospin, ma soprattutto Giscard d’Estaing- Chirac e Chirac- Sarkozy. Ve lo immaginate negli anni ’90 e 2000 Berlusconi presidente con Casini o Fini primo ministro? Sarebbe cambiata la storia del centrodestra. (E se negli anni ’90 Prodi fosse stato presidente 5 anni sarebbe cambiata la storia del paese).

Solo qualche mese fa a parlare di semipresidenzialismo erano in pochissimi. In queste settimane da sinistra si sono schierati a favore Prodi, con una lettera molto bella, Veltroni, con un capitolo importante del suo libro, Letta, una nutrita rappresentanza delle correnti del PD, che ha depositato una proposta di legge. Il dibattito è finalmente aperto.

La risposta di Carla Cantone al mio post

Carla Cantone, segretario generale del sindacato SPI-CGIL, mi invia alcune considerazioni in risposta al mio post La cantonata del povero ma felice (cornuto e mazziato) in cui rilevavo come nei toni apparentemente neutri di un suo intervento a Ballarò si nascondesse una trappola concettuale, una scorciatoia retorica, che di fatto è la variante del tema “i giovani abbiano pazienza, che il loro turno arriverà”. Sono sensibile per professione ai temi del linguaggio e a come la scelta di termini, esempi, metafore sia portatrice di concezioni più ampie. Non mi sfugge neppure la particolarità di una società come la nostra che ho definito più volte, nella sua ambiguità, La repubblica delle nonne, nè mi sfuggono i cambiamenti cognitivi e antropologici di una società sempre più di Longevi. Proprio per questo mi parrebbe utile ripensare tutti insieme, senza opposizioni retoriche, e senza scorciatoie – direi quasi senza richiedere la pazienza degli uni o degli altri, e senza attribuire maggiori felicità o minori sfighe a questi o a quelli, e nel rispetto delle emozioni e della ricerca di tutti – a nuovi modelli sociali. Siamo tutti fragili e dalle prospettive incerte. Siamo tutti obbligati a ripensarci.
Qui di seguito la risposta di Carla Cantone, che ringrazio, al post.

Caro Gianluca Briguglia,
ho letto con molto interesse le critiche e le osservazioni che mi ha rivolto su Il Post in merito a quanto da me detto durante la trasmissione Ballarò.
Mi rendo conto che l’argomento utilizzato – quello da lei definito del “povero ma felice” – sia molto scivoloso e non di semplicissima comprensione.
Quando parlavo di felicità però pensavo a quando ero giovane io, come peraltro ho avuto modo di dire. So bene che da allora la situazione è cambiata, che quelli della mia generazione avevano davanti a se un’Italia in crescita e il boom economico mentre i giovani di oggi vivono in un tunnel buio e lungo di cui non si vede mai la fine e sono costretti a guardare il futuro con preoccupazione.
Ci terrei però a tranquillizzarla che lungi da me alimentare un conflitto tra le generazioni. Nessuno di noi si può permettere oggi di prendere le parti solo di questa o di quella categoria, perché la crisi ha reso tutti più fragili e più deboli.
La questione non può essere quindi ricondotta ad una gara tra chi sta peggio in cui qualcuno fa il tifo per i pensionati che hanno un reddito bassissimo e qualcun altro per i giovani che non trovano un’occupazione se non precaria e sottopagata.
Non cadiamo in questa trappola perché non c’è modo migliore per non risolvere i problemi che attanagliano questo paese che dividersi tra di noi.
L’altra sera mi sono semplicemente permessa di sottolineare che tra un anziano e un giovane ciò che fa la differenza è la prospettiva.
Un giovane, sebbene il quadro economico e sociale del paese sia drammatico, può sperare di veder cambiare la propria condizione. Un anziano questa speranza non ce l’ha perché, detto forse in modo atroce e cinico, non ha il tempo dalla sua parte.
E resta il fatto che un ventenne è più forte, anche per affrontare le difficoltà, di quanto non lo sia un ottantenne.
Possono sembrare considerazioni banali ma le assicuro che non le fa nessuno.
L’anziano viene piuttosto visto come un peso o come un costo. Qualcuno lo ha perfino inserito nell’Italia peggiore, reo di aver lavorato per una vita guadagnandosi sul campo la pensione.
Mai e poi mai mi permetterei di dire ad un giovane di entrare tranquillamente nella povertà come se nulla fosse e di non tirare la coperta dalla sua parte.
Sono una stata una giovane molto esigente. Ho chiesto tanto a me, a chi mi stava intorno, alla società e alla politica. Anche io ho tirato coperte e guai se oggi pensassi che un giovane non debba o non possa farlo.
Però per favore finiamola con questa idea malsana secondo la quale per far stare bene necessariamente qualcun altro deve stare male.
Di coperte da tirare ce ne sono tantissime. Facciamolo insieme, giovani e anziani.
Cordiali saluti,

Carla Cantone

La cantonata del povero ma felice (cornuto e mazziato)

Carla Cantone, la segretaria del sindacato dei pensionati, fa bene a chiedere rispetto per gli anziani, fa benissimo a sottolineare come siano spesso i pensionati ad aiutare figli e nipoti, in questo welfare al contrario che è la nostra repubblica delle nonne.
Quando si parla di redistribuzione delle risorse e di ripensamento del sistema usa però argomenti emotivi e di difesa un po’ acritici. L’altra a sera a Ballarò a proposito della povertà: “Essere poveri dopo i 65-70 anni è diverso dall’essere poveri a 18-20 anni, perché quanso tu hai 70 anni sei fragile e non hai davanti un futuro roseo devi curarti e pensare all’alimentazione. Io a 18 anni ero povera, poverissima, eppure ero felice perché ero giovane, ero forte, non ero fragile, anche se stavamo male – allora c’è un problema di rispetto anche rispetto al fenomeno della povertà, che è un fenomeno terribile (…)”.
L’argomento è povero (anche lui), ed è la variante dell’argomento che si sente nel mondo del lavoro “sei giovane, guadagni un po’ meno anche se hai più entusiasmo, non è giusto ma aspetta un po’”, nelle università “sei giovane, aspetta tranquillo il tuo turno senza creare problemi” e un po’ dappertutto, solo che qui viene declinato in un senso generazionale puro: sei povero, ma sei forte e sei felice.
Che l’argomento non regga da nessun punto di vista è chiaro. Se non si pensa un modo di far uscire dalla povertà i giovani, anche il sistema di difesa degli anziani è destinato a incrinarsi pericolosamente, perché le pensioni, sacrosante, si pagano con il lavoro. Non solo, ma quando gli anziani non ci saranno più ad aiutare i giovani e questi ultimi, non aiutati dagli anziani, non potranno aiutare i loro figli, allora il sistema arriverà al punto di rottura sociale. E quel punto si sta avvicinando rapidamente. Ma è soprattutto il tono retorico in sè di un argomento di questo tipo a far pensare: siate tranquilli, siete giovani, entrate tranquillamente nella povertà, non tirate la coperta dalla vostra parte, tanto ora le nonne vi aiutano, poi si vedrà, a ripensare il sistema c’è tempo, non ora.
Peraltro i giovani – e anche i non giovani, i precari nativi che oggi hanno 40 anni – sanno benissimo che il futuro non è roseo (il futuro non è più quello di una volta) e in realtà tutte le generazione sono rese fragilissime, con caratteristiche e tonalità diverse, ma concretissime.
Si potrebbe osservare come parole apparentemente neutre risultino oppressive e portatrici di una visione sociale difensiva e corporativa. Ma alla fin fine, senza andare troppo per il sottile, l’argomento del povero felice non è altro che una variante pensionistica del cornuto e mazziato.

La repubblica delle nonne e gli illusi di Gramellini

Gramellini oggi commenta opportunamente il dato inquietante secondo il quale il 28% delle persone tra i 35 e i 40 anni ha bisogno di un aiuto economico dei genitori. Quando parlavo, tempo fa, di “repubblica delle nonne” mi riferivo proprio a quel dato e alle sue conseguenze.

La prima, a mio avviso, relativo alla psicologia collettiva, perché una repubblica delle nonne (e delle mamme e dei papà), cioè un paese in cui le generazioni precedenti devono aiutare economicamente le nuove, determina un stato di minorità permanente e un senso della realtà potenzialmente rinunciatario che marca l’intero sistema (portandosi dietro un senso dell’autorità, dell’iniziativa, della responsabilità che è il contrario di ciò che ci servirebbe). La seconda è la drammatica prevedibilità di quello che può succedere quando i figli avranno a loro volta figli che non potranno aiutare e non avranno neppure più l’aiuto della pensione dei nonni e dei genitori.

Non capisco però perché Gramellini debba aggiungere una notazione moralistica e fuorviante come: “Nel mucchio dei percettori di paghette ci sarà sicuramente qualche parassita indisponibile al sacrificio e una percentuale di illusi che si ostina a perseguire un corso di studi o un mestiere che la rivoluzione tecnologica ha confinato nel museo delle cere. Ma la maggioranza è composta da giovani o ex giovani disposti a tutto e condannati al niente. Torrenti di energia ristagnante”.

Chi sarebbero gli illusi che si dedicano a studi o mestieri da museo delle cere? Quali sono questi studi o mestieri? Su cosa si misura l’illusione? Su cosa si misura l’inutilità di dedicarsi ad ambizioni di un certo tipo piuttosto che di un altro in un paese che non dà a nessuno il suo? Oggi un giovane, anche di talento, che voglia fare il giornalista come Gramellini dovrebbe essere considerato un illuso a giudicare da quanto pagano i giornali un collaboratore non assunto, visto anche che non l’assumeranno mai. Chi si volesse dedicare all’editoria – mestiere da museo senza il quale un paese diventa un cimitero – sarebbe un illuso, basta vedere quant’è pagato un correttore di bozze esterno e quanto lavora. Non parliamo di un traduttore dal francese o dall’inglese (che il francese e l’inglese l’ha pure dovuto imparare) per una casa editrice, pagato a forfait con un conto delle ore che non lo porta a fine mese. Immagino che tra gli illusi ci siano anche i ricercatori, gli aspiranti insegnanti, che per 10 anni non hanno avuto un concorso e sono diventati trentacinquenni con le supplenze, alcuni hanno anche pagato due anni di formazione in più fidandosi dello stato (illusi). Non oso immaginare come vengano giudicati gli archeologi, che hanno fatto campagne di scavi gratuitamente, o quelli che capiscono l’arte o la fanno, e alla fine del mese toccano e non toccano, quegli illusi che hanno studiato come far fruttare i beni culturali e fanno i volontari nei musei – e poi si dice che l’Italia senza cultura non va da nessuna parte.
Mestieri da museo delle cere e illusi, in altri paesi spesso li chiamano talento, ambizione e organizzazione. Nel disastro generale, cerchiamo di rispettare anche loro.

Lo ius soli è anche di destra

Si sta impostando il dibattito sullo ius soli come esclusiva battaglia di sinistra. Non sono un esperto, ma mi pare controproducente e concettualmente sbagliato. Basta vedere la lista dei paesi con ius soli per capire che il discorso non ha nulla a che vedere con la categoria destra-sinistra. Stati Uniti, Canada, Argentina, Brasile, e praticamente tutti gli stati delle Americhe prevedono uno ius soli puro, cioè chi nasce in un paese è cittadino di quel paese. E si capisce, visto che si tratta di paesi che si sono costruiti con l’immigrazione. Mentre in Italia “il diritto del sangue” si è applicato nel tempo anche in senso inverso, cioè storicamente per dare agli emigrati italiani nel mondo la possibilità di trasmettere ai propri figli e discendenti l’accesso alla nazionalità italiana, una sorta di legame giuridico sempre riattivabile e di speranza di ritorno. In Europa Francia, Gran Bretagna e Germania non hanno un ius soli dalla nascita, ma l’accesso alla cittadinanza è facilitato. Perché il punto è proprio questo: la cittadinanza non è un’azione umanitaria, non è la concessione di un diritto, non è un atto di accoglienza, non è buonismo, ma è una strategia dello stato che associa delle persone o dei gruppi ad un sistema di doveri e di diritti, in funzione dell’idea che lo stato ha di se stesso. La cittadinanza non la dà la comunità e il comunitarismo, non la dà la religione, non la dà l’ideologia politica. La cittadinanza la dà lo stato, che in quest’atto riafferma se stesso e mostra la sua priorità logica e giuridica rispetto a comunità, religioni, appartenenze politiche.
In questo senso mettere ordine sulla cittadinanza per chi nasce in Italia da genitori stranieri che dimostrano di fare dell’Italia il centro di un progetto di lunga durata – cioè dare ordine ad un fenomeno che esiste nel territorio dello stato italiano ed è quantitativamente notevolissimo e interessa bambini che di fatto sono italiani – è una battaglia coerentissima con i valori della destra.
Il diritto del suolo – che non necessariamente deve essere applicato al momento della nascita, ma che dal momento della nascita si interessa al destino delle persone – enfatizza la sovranità dello stato, perché è lo stato che fa il cittadino associandolo a un sistema di doveri e di diritti.
Non mi aspetto che uno come Salvini dica qualcosa di interessante o utile in proposito, ma se vogliamo applicare anche a questo problema le categorie di destra e di sinistra (qui particolarmente fuorvianti) mi sarei invece aspettato dai leader dei partiti di destra laica un atteggiamento di apertura e l’associarsi a una battaglia necessaria e utile.

Zenone era un dilettante

Qualche paradosso negli ultimi mesi politici lo abbiamo visto – anche fermandoci al lato estetico della questione, e senza voler dare un giudizio politico o entrare nel merito.
Durante le primarie si era detto di Renzi “troppo a destra, vuole accordarsi con Berlusconi”. Per i turchi, ormai non più giovanissimi, era il fumo negli occhi. Risultato? Orfini candida Renzi come premier.
E Renzi però l’aveva detto chiaro: non si diventa premier se non attraverso primarie e voto popolare (mica come D’Alema). Risultato? “Se Napolitano me lo chiede, non mi sottraggo”. E chi gli sbarra la strada? Il 60 % del PD vincitore di primarie? No, Berlusconi.
Il povero Ichino lascia il partito prima delle elezioni perché la linea liberal-democratica non trova cittadinanza. Tutti lo rimproverano: è un partito plurale, che può avere dissenso al suo interno, mica uno se ne va solo perché ha perso una battaglia e si porta via il pallone. Risultato? I dissidenti di oggi, i Civati, i Puppato (i Bindi pure?) – che poi li fanno passare per gli ammutinati del Bounty e invece sono dissidenti perché sono rimasti fedeli alla linea che il partito ha tenuto fino a 15 giorni fa – sono invitati ad autoespellersi (preferibilmente lasciando il pallone). “Chi non vota la fiducia si mette fuori” is the new black.
Letta dice 20 giorni fa che il governissimo come è stato fatto in Germania qui non è attuabile. Spero di cuore che non intenda nel senso che qui non produrrà risultati.
Fassina fa una campagna a testa bassa contro liberal-democratici e inciuci di ogni tipo. Risultato: il partito appoggia un governo liberal-democratico (che comunque non è una parolaccia) e a chi pensano di dare la reggenza, così, tanto per non logorare partito e governo? A Fassina, che alla fine voterà la fiducia al governo multicolore con il Pdl e il silenziatore Monti.
La politica è realismo, certamente, e bisogna anche fare i conti con un risultato elettorale davvero difficile (io sono tra quelli che si augurano, a questo punto, un sensato successo di Letta), ma qui sembra Matrix (il film), o un’opera di Escher.
I militanti si stanno spostando in massa verso il manicomio, i simpatizzanti si dividono in due classi: gli apocalittici (quelli che rispondono “tanto vince Berlusconi” anche quando chiedi l’ora) e i disintegrati (“Ma che ne so, non ci capisco niente. La trilaterale. Se c’era Berlinguer”).
Di Grillo e Berlusconi tacere è bello. Del resto per loro il paradosso è esercizio quotidiano. Zenone era un dilettante.

A reti unificate

La proposta di bandiera dei grillini per il Quirinale è Milena Gabanelli, sulla cui preparazione e serietà professionale di giornalista televisiva nessuno dubita.  Ma appunto, ed è interessante, si tratta di un personaggio televisivo. Grillo stesso, del resto, deve le sue fortune politiche (in senso ampio), in primo luogo al suo talento televisivo degli anni ’70 e ’80. La rete ha seguìto, certamente, ma è molto strano questo fenomeno per cui la democrazia dal basso concepisce come primo candidato al Quirinale un (autorevole) personaggio televisivo, seguendo il format messo a punto da uno dei più grandi personaggi televisivi degli ultimi 35 anni. Gira e rigira si sbatte sempre lì. L’immaginario è presidiato, anche la rete guarda le reti (tv).