Qualche prima considerazione (e due domande) sul documento di Fabrizio Barca

Era da tempo che un progetto politico non veniva proposto nella forma del saggio e della riflessione esplicitamente intellettuale, come nel documento di Fabrizio Barca sul “Partito nuovo per un buon governo”, in cui si trovano legati alcuni veri e propri elementi di antropologia politica, una certa idea dei rapporti tra élite (ma a me il termine pare fuorviante nel contesto del documento) e moltitudine, e anche alcuni temi che mi sembrano derivare dal cosiddetto management della conoscenza.

Un merito indubbio, per il dibattito che ne può scaturire, è che il documento di Barca non ha un posizionamento politico, non si pone al livello delle alleanze, della geografia dell’emiciclo, per così dire, ma intende riflettere su cosa debba e possa essere un partito nel nostro paese, spostando l’asse del dibattito.

Gli spunti sono molti, ma in un post come questo mi limito ad alcune questioni per me interessanti e a un paio di domande.

Barca individua il nesso tra forma-partito e governo dell’Italia. Servono partiti capaci di “incalzare lo Stato”, il che presuppone una separazione netta tra partito e Stato. La forma di partito attuale è per Barca Stato-centrica: la macchina arcaica e arrogante dello Stato è gemella alla forma di partito che si nutre di Stato e che gli impedisce di riformarsi.

È allora necessario rompere questa solidarietà. Bisogna dunque eliminare i finanziamenti pubblici e si deve dare un ordinamento per cui i gruppi parlamentari siano sottratti all’influenza degli organi dirigenti del partito. Vanno separate le funzioni: quadri, funzionari e dirigenti del partito sono diversi dagli eletti.

Si prospettano insomma due funzioni organizzative, due vocazioni d’azione, quella alla creazione, condivisione, passaggio di idee, formazione di opinione, e quella di governo e di rappresentanza politica, legate certamente alla prima, ma autonome.

Qui si pone per me una prima questione. Questa doppia vocazione di ogni partito non dovrebbe piuttosto condurre, allo stesso tempo, a un ripensamento dei rapporti tra legislativo ed esecutivo? Separare il partito dal governo (non solo dallo Stato in astratto) non sarebbe più efficace con una doppia elezione, del parlamento e dell’esecutivo, dopo averne ridisegnato i rapporti? Non sarebbe forse più semplice raggiungere quell’obiettivo di “sperimentalismo democratico” di cui parla Barca con una nuova forma di governo? I partiti hanno una certa forma anche perché lo Stato ha una certa forma.

Il secondo punto forte è la visione che ha Barca del partito, così slegato dallo Stato, e l’antropologia che la sorregge. Per Barca l’errore dell’opzione socialdemocratica come di quella liberale è stato pensare che le decisioni collettive potessero essere prese da gruppi ristretti. Sia che si parli di tecnici, sia che si parli di élite politiche, è un errore grossolano pensare che “alcuni, pochi, soggetti possano avere la conoscenza per prendere le decisioni necessarie nel pubblico interesse”. La conoscenza necessaria a prendere alcune decisioni strategiche nasce dal “confronto e conflitto fra molteplici soggetti che possiedono conoscenze parziali”.  E ancora: “…indipendentemente da ogni giudizio di valore, la conoscenza sul che fare, sulle soluzioni disponibili, sulla loro rispondenza alle preferenze dei cittadini, sulla loro appropriatezza al contesto non è detenuta da pochi, ma è piuttosto dispersa fra una moltitudine di individui. E più spesso ancora, questa conoscenza non pre-esiste ma scaturisce ex-novo – innovazione imprevista – dall’interazione, ovvero dal conflitto, all’interno di questa moltitudine, purché gli individui confrontino le loro informazioni disperse e i loro diversi interessi in modo aperto e ragionevole e siano garantite, da tutte le parti riconosciute, le forme del conflitto e del procedere della democrazia”.

Il punto filosofico-politico del documento, molto denso per le implicazioni e la visione di società che implica, risiede proprio in questa sorta di intelligenza sociale, che va organizzata, ma nei confronti della quale bisogna mettersi in atteggiamento di apprendimento. È da qui che discende il modello di partito, e la sua capacità di “mobilitazione cognitiva” (l’espressione non è delle più felici), che è articolato come una sorta di organizzazione delle conoscenze (con alcuni degli strumenti tipici del knowledge management, a me pare di capire).

Il ruolo dei quadri e dei funzionari di partito non è allora quello di gestire un potere o una burocrazia, ma di dare sostanza organizzativa a questo “sperimentalismo democratico”. È così che tutti i partecipanti al processo, militanti, simpatizzanti, ma anche cittadini interessati ai temi dibattuti, assumeranno il ruolo che un tempo veniva attribuito alle avanguardie.

Dunque si tratta di un ruolo nuovissimo per i quadri e di un’organizzazione complessa, ma anche di un protagonismo nuovo per i militanti e i cittadini.

Non è possibile qui prendere in considerazione gli elementi più propriamente filosofico-politici del punto, sarebbe però molto interessante, ma va posta almeno una domanda di altro genere. Il modello organizzativo di questa forma di partito è dispendiosa, anche perché necessita di continui aggiustamenti e di una moltiplicazione dei quadri. Una cosa è gestire un potere burocratico, un’altra cosa è gestire seriamente un processo di formazione di idee e di “che fare” continuo (altrimenti si ricade nell’evanescenza della rete): è compatibile questa forma con una rinuncia al finanziamento pubblico? Non sarebbe meglio ridimensionare certo il finanziamento, ma soprattutto cambiare le modalità di accesso da parte di circoli e quadri alle finanze del partito?

Quella di Barca è una proposta interessante, perché radicale, ma che genererà necessariamente resistenze e mugugni. Sarebbe però un risultato rilevante se il documento riuscisse a imporre il dibattito sulla forma-partito e il nodo del governo di un paese, uscendo dalle secche del continuo solo dibattere di leggi elettorali.

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Lombardi alla prima crociata

Lo streaming Bersani-grillini sembrava un concorso universitari italico: uno seduto in cravatta che dice cose bellissime e illustra progetti sensati e gli altri zitti dall’altra parte del tavolo che hanno già deciso e se ne fottono. Mancava solo che Crimi o Lombardi dicessero, con seccata cordialità: “I suoi titoli e le sue pubblicazioni sono degni della massima considerazione, ma non afferiscono completamente alla disciplina concorsuale. Le facciamo i nostri migliori auguri”.

Invece Lombardi dice con piglio severo “Mi sembra di essere a Ballarò”, evocando tutta un immaginario culturale. Il suo.

Quello che Bersani non ha – per questa commissione concorsuale – è la credibilità, al pari di Berlusconi e di tutti gli altri. Forse è vero. E non è che i grillini si debbano per forza alleare col Pd, perché non proporre un loro primo ministro? (Just do it).

Ma l’item grillino “mettiamo in campo la credibilità” della conferenza stampa, dopo le prime stonatissime settimane di legislatura, suona un po’ politichese, un po’ “questa la so”, un po’ troll. La verità è che finora hanno messo in campo l’incredibilità: abbiamo saputo che non presentano leggi perché non sanno come si scrivono, danno dell’addormentato a un signore di quasi novant’anni che ha portato più innovazioni con il suo pragmatismo che qualsiasi Lombardi alla prima crociata potrà mai fare, parlano come tronisti smanettoni e si vantano di non dare la mano a una signora che non si è macchiata di nefandezze, si contristano di aver mangiato al ristorante invece che alla mensa, non hanno uno straccio di progetto politico comprensibile, sembrano il Savonarola di Troisi, ma con un comico che non ci sa più fare sorridere né sperare. Se questa è la terza repubblica, io spero nei Borboni.

Ragazzi, datevi una svegliata.

Una non impossibile previsione

Un mese e mezzo fa prevedevo che il M5S, per una questione strutturale e organizzativo-psicologica, si sarebbe spesso diviso in Parlamento e mi chiedevo quanto tempo ci avremmo messo a vederlo (in assenza di correttivi strutturali e quindi di natura stessa del movimento). Il post si intitolava “Che fai, li cacci?” e lo ripropongo qui di seguito,  ma non pensavo di prenderci già al secondo giorno di legislatura:

Il titolo del post è un po’ provocatorio, ma la questione no e la curiosità sincera. C’è una cosa che non capisco nella strategia del movimento di Grillo (cioè di Grillo), dovuta all’assenza di gerarchia e al fatto che Grillo non s’è candidato. Com’è possibile mantenere il movimento senza organigramma e al tempo stesso tenerlo unito, una volta che ci saranno una settantina di deputati e Grillo non sarà presente in parlamento? Ci vorrà un capogruppo, è obbligatorio. Ci vorranno dei membri di commissione, altrimenti non fai neanche opposizione. Ci saranno forse anche dei presidenti di commissione. Qualche dichiarazione di voto in parlamento bisognerà pur farla. Insomma si creeranno per forza dei pesi interni, emergeranno necessariamente delle personalità, un po’ di organizzazione interna e certamente un minimo di gerarchia carismatica, fa parte del funzionamento di ogni lavoro complesso. Non essendoci Grillo in parlamento a qualcuno bisognerà fare riferimento. Inoltre la paura di essere espulsi non ci sarà, perchè per cinque anni – tempo enorme in questi casi – i grillini eletti saranno sicuri della loro funzione parlamentare. Quanto può restare unito a un leader  che non è tecnicamente in campo un gruppo di 70 persone con queste responsabilità? Direi di più: quanto può restare unito al suo interno? Quanto tempo può resistere alle forze centrifughe della differenza di opinioni, dell’uno vale uno, della consultazione in rete, della non ricattabilità, in assenza di una gerarchia vera e di un leader lontano e senza ruoli?

 

Due sentimenti di partito

Ci sono molti modi, tra militanti, simpatizzanti, dirigenti, di concepire la partecipazione a un partito. Probabilmente per deformazione professionale (di non politologo) a me colpiscono due atteggiamenti psicologici e direi morali, o forse due sentimenti, che alludono a due modelli culturali distinti, ma trasversali (quindi non riconducibili alla distinzione tra destra e sinistra).

Forzo (molto) alcune visioni repubblicane classiche dicendo che il primo modello (psicologico, cognitivo e in certa misura organizzativo) assomiglia a quello greco classico (o aristotelico): si è umani perché si fa parte di una comunità, perché si assumono determinati valori, che solo nella comunità e nella partecipazione trovano alimento e terreno in cui radicarsi, si è umani perché si è esseri politici, in questo senso ampio. La città del modello greco è qui sostituita dalla comunità-partito, dalla quale ci si aspetta anche una pedagogia, un progetto di educazione civile e personale, un sistema di riconoscimento forte di inclusione (e di esclusione). Ho il sospetto che molti militanti parlando di “questione morale” intendano in primo luogo un sistema di moralità partitica in questo senso “greco”, manifestando l’insoddisfazione per forme di partito che hanno di fatto sempre meno possibilità di adempiere a questi compiti “pedagogici” e formativi. Il rischio è però il comunitarismo e un riflesso condizionato di conservazione.

L’altro modello è più simile a quello romano classico (o ciceroniano): si fa politica per difendere le istituzioni, perché le istituzioni garantiscono la libertà individuale e collettiva. Il partito è un strumento per garantire se stessi e tutta la comunità, ad esso non si chiede in primo luogo di contribuire a una crescita personale, non si chiede una specifica “virtù” della parte, ma la si considera un passaggio di riconoscimento reciproco per un impegno civile, questo sì virtuoso, che conduca al rafforzamento continuo delle istituzioni che proteggono la vita comune e l’espressione della libertà umana, secondo le specificità di gruppi e interessi diversi e non necessariamente sempre in conflitto. Un problema organizzativo, e culturale, può essere però quello di come ancorarsi a un’identità “di parte”, che è pure necessaria nel sistema democratico.

Sono due “forme” spesso compresenti nella stessa formazione politica e che anzi spessissimo animano il dibattito e il conflitto interno in modo implicito (e quindi non sempre utile) e di cui va tenuto conto – nei prossimi mesi molti partiti rinnoveranno le loro leadership interne -, magari rendendole più chiare e visibili e quindi più produttive.

Popolare e populista

Mario Mauro, ciellino capogruppo del PDL al parlamento europeo, si è accorto solo ieri che c’è differenza tra essere populista e essere popolare e usa la distinzione contro Berlusconi (dopo essere stato eletto tre volte con Berlusconi). Nel frattempo Grillo si rivolge contro gli esponenti del suo movimento che vorrebbero più democrazia interna. Ripropongo allora di seguito un vecchio post su “popolare e populista”, incentrato proprio sulla formazione del ceto dirigente, che contiene anche una postilla su Grillo e sul suo movimento.

Che cosa significa “populista” più o meno lo sappiamo. Più difficile è capire che cosa voglia dire “popolare”. Ma ragionarci un po’, individualmente, sarebbe forse utile.

Io, per districarmi nella confusione dei linguaggi politici, qualche definizione, del tutto arbitraria, da qualche tempo me la sono data.

Populista, lo sappiamo, è il pensiero che si rivolge direttamente al popolo per saltare le mediazioni, che si fa portavoce del popolo (che è un’astrazione) per evitare argomenti complessi perché “il popolo non capirebbe…”, oppure il “popolo è stufo di…”.

Chiunque abbia qualcosa da dire è accusato di dare lezioni, di fare il professorino, cioé è accusato di essere estraneo alla genuina capacità di capire del popolo, che non vuole sofisticherie, argomenti troppo lunghi o concettuali. Non c’è nulla da imparare. Al popolo viene opposta la complessità, l’esperto, l’intellettuale (parola usata sempre in senso peggiorativo. Anche dagli intellettuali, tra l’altro).

Al popolo poi si parla per scorciatoie, non si chiede uno sforzo interpretativo, si dà espressione diretta di quello che molti pensano, nei termini in cui lo pensano, si fa di ciò che è pensato in prima battuta, cioè anche lo sfogo, l’impulso, l’insofferenza, il modello di ciò che va detto. Il resto è escluso.

In sostanza il linguaggio populista non insegna nulla a nessuno e non impara nulla da nessuno. Non insegna nulla perché porge al popolo il suo stesso primo livello di pensiero, senza interpretarlo, facendo credere che ciò basti. Non impara nulla perché non apre un vero canale di comunicazione con la gente a cui si rivolge. Non ne ha bisogno.

Un movimento, una struttura di idee, un linguaggio “popolare” hanno esattamente il problema contrario. Cioè quello di interpretare la realtà e di proporre un’ipotesi sui fenomeni, su evoluzioni e processi in corso, su come intervenire nelle cose in base a un disegno condiviso.

Ma ogni ipotesi sulla realtà implica un aspetto e un rischio di pedagogia (so che il termine non piacerà a nessuno), che non è altro che questa ipotesi spiegata agli altri. Spiegare non è semplicemente comunicare, e non è dire alle persone quello che le persone sanno già. E non è neppure stabilire un rapporto asimmetrico tra chi pensa di sapere e chi non sa.

È piuttosto dare una chiave di lettura compatibile con le esperienze, le conoscenze, i sentimenti delle persone, ma che pone un problema a chi ascolta, lo obbliga a uno sforzo ulteriore di comprensione, necessita un percorso, un’ampliamento di sguardo.

Ma non basta ancora: lo scambio deve andare nei due sensi. Porre ipotesi sulla realtà per intervenire su di essa non è un atto solitario né univoco. Vuol dire imparare. E imparare dalla società e con la società.

Imparare dalla società e con la società vuol dire formare una classe dirigente. È la classe dirigente e il problema della sua formazione, cioè del suo stare nella società, quello che rende popolare un movimento o un partito.

Al populista basta dire che il popolo ha ragione; un partito o un movimento essenzialmente popolare costruiscono con la società una classe dirigente.

PS E i grillini? A mio avviso saranno un movimento popolare (al di là del linguaggio certamente populista del loro ispiratore) se saranno in grado di porre il problema della formazione di una vera classe dirigente a se stessi e ai partiti già presenti.

 

Noi e il nostro pantheon

Non ho visto il dibattito tra i candidati alle primarie del centrosinistra, ma è stato impossibile non imbattersi nella “domanda del pantheon” e nelle risposte dei vari candidati. Al di là delle icone e delle genealogie politiche e ideali (ve lo ricordate il “pantheon del PD”?), il tema interessante della questione è quello che gli americani chiamano “inspiration”. L’idea che l’azione personale e collettiva possa “ispirare” altri individui e quelli che ci stanno vicino è un valore cardine dell’autocoscienza pubblica in alcuni paesi. Farsi ispirare dall’esempio, dal pensiero, dal lavoro di qualcuno è una ricerca importante e faticosa – che andrebbe accompagnata e insegnata, con l’esempio – e in certo modo è punto di partenza per poter ispirare altri, cioè per poter aiutare altri a trovare la loro propria creatività. È una retorica? Certamente, ma non bisogna avere paura della retorica pubblica, quando essa stabilisce una regola di comportamento condivisa e aperta, quando stimola le virtù civili e l’azione libera e quando struttura le ambizioni degli individui e dei gruppi orientandole al bene comune.

La vera domanda del pantheon (anche se il pantheon evoca più la staticità della celebrazione un po’ pomposa) è allora uno stimolo a pensare se sia possibile nel nostro paese facilitare l’ispirazione (senza i santini), l’influenza positiva, il rapporto creativo con l’esempio: come si fa a ispirarsi? Esiste una educazione dell’ispirazione -che poi è l’esempio consapevole? Ispirare gli altri (ma klout non c’entra) è un dovere pubblico e un’ambizione possibile? A che livello?

C’è un articolo della nostra costituzione che ho sempre trovato importante, che non parla di ispirazione ma che mostra che ogni attività e ambizione può influenzare l’intera società: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie  possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale  della società”.

Ognuno, a qualsiasi livello (partecipanti alle primarie compresi), può essere di ispirazione ad altri, ai figli, agli amici, ai colleghi. Ispirato da altri, da chi ci insegna qualcosa, e da se stesso insieme, ognuno di noi dovrebbe insomma ambire ad entrare nel pantheon di qualcuno e ad ispirare chi ci sta vicino. Ci abbiamo mai pensato?

I’m Gianluca Briguglia and I approve this message

Obama ha vinto e siamo tutti contenti – ma se uno come Romney ha preso tanti voti forse da qui, nel gioco delle semplificazioni, c’è sfuggito qualcosa. Ora ricomincerà la tiritera dell’Obama italiano, del perché non si trovi, del dove si nasconda, dell’impossibilità morale della sua esistenza. La tiritera dell’Hollande italiano è invece appena finita.

Guardiamo alle grandi personalità politiche degli altri paesi, confrontandole con le nostre, ma dimentichiamo sempre di confrontare i sistemi istituzionali, che sono esattamente ciò che filtra e struttura le caratteristiche e le ambizioni di chi si attrezza a far politica (escludendo chi non ha quelle caratteristiche).

Se gli USA avessero il nostro sistema oggi gli americani non avrebbero votato direttamente l’esecutivo (più o meno direttamente), ma solo il parlamento. Poi i partiti avrebbero deciso, con comodo, il nome del presidente del consiglio  – di solito garante dell’equilibrio dei partiti e delle loro correnti interne (attraverso le regole del “Manuale Cencelli“)-  da fare al presidente della repubblica, che avrebbe dato l’incarico, in base alle forze esistenti in parlamento. Poi i partiti potrebbero far cadere il governo in ogni momento o chiedere un “rimpasto” per garantire nuovi equilibri. Ecco, non ci sarebbe neppure un Obama americano, con questo sistema. Probabilmente non avrebbe neppure fatto politica.

Neppure l’Hollande italiano ha grandi speranze. Bufale in rete a parte, Hollande è un po’ in crisi presso i francesi. Con il sistema italiano i partiti starebbero pensando a come sbarazzarsene. In Francia non possono neppure pensarlo, e Hollande può continuare con il suo programma, perché il presidente è eletto direttamente, poi nomina l’esecutivo e al parlamento (e ai partiti) è restituita la sua funzione più propria. Un sistema che sarebbe utile comprendere e forse adottare (lo dicevo diffusamente qui).

Noi invece mettiamo la spilla di Obama e facciamo finta di temere i “leaderismi”, senza renderci conto che il leaderismo è possibile solo in sistemi in cui i partiti indeboliscono e rendono non chiara l’azione del governo predisponendoci sempre all’attesa di altro.

Invochiamo Hollande – e a dire il vero abbiamo invocato anche leader di altre forme di governo più simili alle nostre, come Zapatero –  ma ci piace pensare che il semipresidenzialismo sia “non adatto” alla nostra cultura – dimenticandoci che le regioni italiane hanno un vero sistema presidenziale e funzionano – e  dimenticando che Hollande è un “politico di professione” (altro peccato mortale nella retorica italiana contemporanea), come la maggior parte dei politici francesi – che hanno studiato quasi tutti all’ENA per capire come funziona lo macchina statale e per essere pronti alle funzioni esecutive (perché alle funzioni esecutive e di amministrazione ci si dovrebbe preparare).

Insomma siamo tutti contenti che Obama sia presidente. Ma proviamo anche a portare nel dibattito pubblico non solo lo sbarramento del premio di maggioranza e le coalizioncine che si fanno e si disfano, ma anche un ridisegno del sistema politico, che possa migliorare la qualità delle nostre decisioni, della nostra convivenza, della nostra partecipazione.

I’m Gianluca Briguglia and I approve this message. (Il titolo è ovviamente uno scherzo. Ne approfitto perché i commenti de Il Post sono momentaneamente disattivati…)

Renzi e Bersani, due modelli di storytelling

“Se ti candidi per governare l’Italia, devi raccontare anche qualcosa di te”. Bersani comincia la campagna per le primarie con questo tweet – e la bella foto di lui bambino con la famiglia e la famosa pompa di benzina – che è anche l’annuncio che il racconto della sua storia personale sarà al centro della comunicazione. In fondo, come dicono i francesi (semipresidenzialisti), la candidatura a guidare il paese è sempre l’incontro tra la storia personale di un candidato e un popolo. L’operazione di comunicazione di Bersani è peraltro molto bella ed evocativa. Due bambini degli anni ’50 protetti da un papà e dalla sua pompa di benzina, simbolo di un’Italia che si motorizza e che cresce e di un lavoro ordinato e sicuro, e da una mamma, si intuisce, che sa badare alla famiglia. Lo storytelling di Bersani è quello allora di tutta una certa Italia, quella dei Gianni Morandi e degli Adriano Celentano (lo dico nel senso più positivo del paragone), delle feste di paese, dell’industrializzazione, cioé di un’Italia positiva che è ancora presente nell’immaginario di molti, al di là delle generazioni. Bersani racconta qualcosa di quell’Italia, certo aggiornata, di quelle sicurezze, di quelle protezioni, di quell’autorità paterna (ne parla oggi Filippo Ceccarelli su Repubblica) di cui vorrebbe farsi portatore e innovatore. In questo senso il racconto della sua storia, il far partire la campagna da quella pompa di benzina, gli attribuisce un ruolo di garante di una storia collettiva che vorrebbe riassumere e traghettare nel nuovo mondo. Bersani è dentro una storia, una storia che  tutti conoscono e che va riraccontata.

Lo storytelling del suo avversario, Matteo Renzi, è molto diverso. Per un motivo narrativo strutturale preciso. Renzi racconta una storia facendola e chiedendo a chi lo ascolta di assecondarne lo sviluppo. La sua è una storia a rischio, che si fa solo se chi ascolta la storia lo aiuta. Il racconto può non avere il lieto fine e può interrompersi, perché è una storia che non è stata raccontata prima. Non si sa come va a finire. Questo è ciò che c’è in gioco, narrativamente. Ed è per questo che ha bisogno di un pubblico attivo, che creda alla possibilità di quella specifica storia, e voglia parteciparvi. Renzi ha cominciato a raccontare quando si è candidato alle primarie di Firenze, quell’atto è diventato un racconto, che chiede altri atti, che saranno usati a loro volta come episodi del racconto. In questo senso l'”Adesso!” di Renzi è più vicino alla prima campagna di Obama, perchè sono entrambe performative, cioé fanno quello che dicono, azione e parola sono allo stesso livello. Sono storie proiettate sul presente, la credibilità è sulla sfida presente. La foto di Bersani è invece tecnicamente più simile al “racconto italiano” di Berlusconi, cioé al mettere in campo una rappresentazione di una certa Italia (ovviamente nel merito si tratta di due Italie completamente diverse) che si vuole autentica e modello credibile (l’usato sicuro) per il futuro.

Bersani chiede che chi lo ascolta si senta rappresentato e abbia fiducia in lui, in virtù di una storia già nota. Renzi chiede che chi lo ascolta lo imiti e agisca come lui. In questo senso i due storytelling, in questa fase (ma entrambi dovranno cambiare alcune cose importanti, a mio avviso, e Renzi in particolare), portano implicitamente a un paradosso rispetto a quello che invece viene detto.

Bersani propone comunicazionalmente l’idea di un uomo solo, fidato e provato, al comando. Renzi ha bisogno che almeno una generazione di Italiani voglia fare come lui.

Cose da medievisti

Venerdi scorso a Roma la Società Italiana per lo Studio del Pensiero Medievale  (SISPM) ha eletto i membri del consiglio direttivo per il prossimo triennio. Ringrazio gli amici e i colleghi che hanno sostenuto la mia candidatura, facendomi risultare il candidato più votato. È la seconda volta, e dopo circa vent’anni, che un “non strutturato” siede in consiglio e, visti i tempi e le trasformazioni in atto, mi pare un segno positivo.

Bond girl e NHS

Della cerimonia di apertura dei giochi olimpici rimarrano certamente la grande ironia della regina (e però un giorno dovremmo cominciare a riflettere su come stiano cambiando gli stilemi, i linguaggi e le ideologie della leadership, perché è un tema straordinario) e la gratitudine per quanto la cultura pop britannica abbia dato e continui a darci.

Ma c’è un dettaglio che mi ha particolarmente colpito e che non mi pare sia stato abbastanza notato (almeno non qui in Francia, non so in Italia): tra le varie glorie e conquiste britanniche che lo spettacolo ha evocato e celebrato c’è stato il sistema sanitario nazionale (l’NHS), che il Regno Unito è stato il primo paese del mondo a estendere a tutti i cittadini. In un momento come questo, in uno spettacolo in cui il mondo guarda se stesso attraverso una città come Londra, dare un forte spazio simbolico alla grande impresa e al grande traguardo del modello europeo, che ha costruito la sanità per tutti e il sistema del welfare, è stato ricordare l’ambizione di tutto un continente.