L´uomo è giusto, ma il momento è sbagliato

Mi pare molto strano che Matteo Renzi prenda davvero in considerazione la proposta di candidatura alla presidenza del consiglio fatta da alcune parti (tutte?) del suo partito. Sarebbe l´uomo giusto al momento sbagliatissimo per molte ragioni. In primo luogo si troverebbe un´alleanza di emergenza, già fatta da altri, blindata dal presidente della repubblica e dal programma dei saggi, e con due golden share nelle mani di altri, quella di Berlusconi e quella di un qualsiasi gruppo del PD.
Il giorno dopo comincerebbe quel logoramento che abbiamo visto decine di volte, con un depotenziamento reale delle possibilità di Renzi di incidere. Non gli verrebbe neppure concesso l´anno di piena libertà di intervento di cui ha goduto Monti e da un lato avrebbe Berlusconi sempre in sornione agguato e dall´altro una campagna per la segreteria PD che chiunque farebbe distanziandosi da lui (finchè gli stessi che oggi lo invitano a farsi avanti, una volta pronti, gli voteranno la sfiducia).
Come potrebbe del resto Renzi avere un reale margine di manovra in un parlamento di questo tipo, senza alcuna riforma che sia già stata fatta nel senso della governabilità (e che invece forse sarà pronta per la prossima legislatura) e con gruppi e sottogruppi in cerca di riorganizzazione?
Non sarebbe più saggio spingere, da fuori, perché almeno la riforma istituzionale dei saggi sul riordino dei rapporti tra le camere (per me, come è noto, insufficiente), venga fatta? Crede davvero di poter riformare l´Italia in queste condizioni e con questa geografia parlamentare? Spinga da fuori, per ottenere ogni riforma in più, ogni piccolo passo in più verso un recupero di efficienza delle istituzioni e dei processi decisionali.Ha mostrato di sapere mettere sotto pressione, continui a farlo.
Del resto non è così che Renzi ha detto di volere arrivare al cambiamento, e non è così che l´otterrà. Franco Marini ha detto una cosa giusta e ha dato – forse non volendo -un consiglio utile: l´ambizione va razionalizzata.
E le ambizioni di Renzi rischiano di coincidere con un avanzamento del dibattito e della politica italiana. Sarebbe un peccato disperderle con una mossa sbagliata, perché disperderebbero le attese e le ambizioni di molti. D´altra parte la storia personale e politica che sta raccontando funziona proprio perché è performativa, cioè produce ambizioni collettive nel momento in cui organizza quelle proprie. Senza passare attraverso il voto, senza un autonomo programma di governo e un disegno creativo di riforme, senza un atto ulteriore di coraggio nell´esprimere l´ambizione collettiva a cambiare il paese, Renzi rischierebbe di fare necessariamente un Amato delle nuove generazioni. Non sono Jack Kennedy, per definizione, e forse non ho capito nulla (ma Machiavelli invitava a valutare quali occasioni sono buone e decisive e quali sono abbagli dovuti all´irruenza di un progetto o di un carattere), però io non accetterei la proposta.

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Qualche prima considerazione (e due domande) sul documento di Fabrizio Barca

Era da tempo che un progetto politico non veniva proposto nella forma del saggio e della riflessione esplicitamente intellettuale, come nel documento di Fabrizio Barca sul “Partito nuovo per un buon governo”, in cui si trovano legati alcuni veri e propri elementi di antropologia politica, una certa idea dei rapporti tra élite (ma a me il termine pare fuorviante nel contesto del documento) e moltitudine, e anche alcuni temi che mi sembrano derivare dal cosiddetto management della conoscenza.

Un merito indubbio, per il dibattito che ne può scaturire, è che il documento di Barca non ha un posizionamento politico, non si pone al livello delle alleanze, della geografia dell’emiciclo, per così dire, ma intende riflettere su cosa debba e possa essere un partito nel nostro paese, spostando l’asse del dibattito.

Gli spunti sono molti, ma in un post come questo mi limito ad alcune questioni per me interessanti e a un paio di domande.

Barca individua il nesso tra forma-partito e governo dell’Italia. Servono partiti capaci di “incalzare lo Stato”, il che presuppone una separazione netta tra partito e Stato. La forma di partito attuale è per Barca Stato-centrica: la macchina arcaica e arrogante dello Stato è gemella alla forma di partito che si nutre di Stato e che gli impedisce di riformarsi.

È allora necessario rompere questa solidarietà. Bisogna dunque eliminare i finanziamenti pubblici e si deve dare un ordinamento per cui i gruppi parlamentari siano sottratti all’influenza degli organi dirigenti del partito. Vanno separate le funzioni: quadri, funzionari e dirigenti del partito sono diversi dagli eletti.

Si prospettano insomma due funzioni organizzative, due vocazioni d’azione, quella alla creazione, condivisione, passaggio di idee, formazione di opinione, e quella di governo e di rappresentanza politica, legate certamente alla prima, ma autonome.

Qui si pone per me una prima questione. Questa doppia vocazione di ogni partito non dovrebbe piuttosto condurre, allo stesso tempo, a un ripensamento dei rapporti tra legislativo ed esecutivo? Separare il partito dal governo (non solo dallo Stato in astratto) non sarebbe più efficace con una doppia elezione, del parlamento e dell’esecutivo, dopo averne ridisegnato i rapporti? Non sarebbe forse più semplice raggiungere quell’obiettivo di “sperimentalismo democratico” di cui parla Barca con una nuova forma di governo? I partiti hanno una certa forma anche perché lo Stato ha una certa forma.

Il secondo punto forte è la visione che ha Barca del partito, così slegato dallo Stato, e l’antropologia che la sorregge. Per Barca l’errore dell’opzione socialdemocratica come di quella liberale è stato pensare che le decisioni collettive potessero essere prese da gruppi ristretti. Sia che si parli di tecnici, sia che si parli di élite politiche, è un errore grossolano pensare che “alcuni, pochi, soggetti possano avere la conoscenza per prendere le decisioni necessarie nel pubblico interesse”. La conoscenza necessaria a prendere alcune decisioni strategiche nasce dal “confronto e conflitto fra molteplici soggetti che possiedono conoscenze parziali”.  E ancora: “…indipendentemente da ogni giudizio di valore, la conoscenza sul che fare, sulle soluzioni disponibili, sulla loro rispondenza alle preferenze dei cittadini, sulla loro appropriatezza al contesto non è detenuta da pochi, ma è piuttosto dispersa fra una moltitudine di individui. E più spesso ancora, questa conoscenza non pre-esiste ma scaturisce ex-novo – innovazione imprevista – dall’interazione, ovvero dal conflitto, all’interno di questa moltitudine, purché gli individui confrontino le loro informazioni disperse e i loro diversi interessi in modo aperto e ragionevole e siano garantite, da tutte le parti riconosciute, le forme del conflitto e del procedere della democrazia”.

Il punto filosofico-politico del documento, molto denso per le implicazioni e la visione di società che implica, risiede proprio in questa sorta di intelligenza sociale, che va organizzata, ma nei confronti della quale bisogna mettersi in atteggiamento di apprendimento. È da qui che discende il modello di partito, e la sua capacità di “mobilitazione cognitiva” (l’espressione non è delle più felici), che è articolato come una sorta di organizzazione delle conoscenze (con alcuni degli strumenti tipici del knowledge management, a me pare di capire).

Il ruolo dei quadri e dei funzionari di partito non è allora quello di gestire un potere o una burocrazia, ma di dare sostanza organizzativa a questo “sperimentalismo democratico”. È così che tutti i partecipanti al processo, militanti, simpatizzanti, ma anche cittadini interessati ai temi dibattuti, assumeranno il ruolo che un tempo veniva attribuito alle avanguardie.

Dunque si tratta di un ruolo nuovissimo per i quadri e di un’organizzazione complessa, ma anche di un protagonismo nuovo per i militanti e i cittadini.

Non è possibile qui prendere in considerazione gli elementi più propriamente filosofico-politici del punto, sarebbe però molto interessante, ma va posta almeno una domanda di altro genere. Il modello organizzativo di questa forma di partito è dispendiosa, anche perché necessita di continui aggiustamenti e di una moltiplicazione dei quadri. Una cosa è gestire un potere burocratico, un’altra cosa è gestire seriamente un processo di formazione di idee e di “che fare” continuo (altrimenti si ricade nell’evanescenza della rete): è compatibile questa forma con una rinuncia al finanziamento pubblico? Non sarebbe meglio ridimensionare certo il finanziamento, ma soprattutto cambiare le modalità di accesso da parte di circoli e quadri alle finanze del partito?

Quella di Barca è una proposta interessante, perché radicale, ma che genererà necessariamente resistenze e mugugni. Sarebbe però un risultato rilevante se il documento riuscisse a imporre il dibattito sulla forma-partito e il nodo del governo di un paese, uscendo dalle secche del continuo solo dibattere di leggi elettorali.

Due fatti

Due fatti, slegati tra loro, mi hanno colpito molto in quest’ultima settimana.

Il primo è il suicido di Civitanova. Chi è stato disoccupato e ha pensato di non riuscire a trovare un altro lavoro, chi ha avuto la paura, che poi nella propria percezione a volte diventa certezza, di non farcela a uscire da una situazione economica insufficiente, conosce quell’acuto senso di vergogna, che va molto al di là della solitudine, che ti sottrae dignità. Quel senso sordo di vergogna e di afasia è premessa a qualsiasi cosa.

Il secondo fatto è l’invio dell’ordigno esplosivo alla Stampa di Torino, non esploso solo per caso. Magari si scoprirà che è opera di un disturbato isolato e che non ha particolari motivazioni, ma la notizia è raggelante per chiunque esprima delle opinioni in pubblico. L’idea che possa arrivare un pacco bomba per una linea editoriale o delle opinioni ci fa piombare in un dubbio di insicurezza inquietante.

La Thatcher diceva che “non esiste una cosa come la società”. Esprimeva con sintesi ammirevole un errore madornale. La società non solo esiste, ma è l’unica cosa che ci può aiutare a evitare fatti come quelli di questa settimana. I legami sociali vanno difesi e rafforzati, sono una barriera alla solitudine e alla violenza, dovrebbero essere oggetto di particolare attenzione e azione politica. Non c’è contraddizione tra libertà dell’individuo e società, soprattutto in tempi come questi, in cui il rischio di esposizione alla vergogna e alla violenza si sta alzando.

 

Sarà il papa degli increduli

Un costante accento sulla misericordia (anche nel motto papale), il rispetto esplicito per i non credenti, con quella rinuncia alla benedizione solenne ai giornalisti in favore di una benedizione per tutti “rispettando la coscienza di ciascuno”, l’invito a vigilare sui propri sentimenti e custodire se stessi come atto di responsabilità sociale: i primi discorsi di papa Bergoglio sono marcati dall’inclusività.

Sembra che il nuovo papa voglia includere e che si rivolga non solo ai fedeli – come sembrava fare papa Ratzinger, che sottolineava spesso il ruolo della “minoranza creativa” dei cattolici nella società e con una curvatura di forte conservazione -, ma anche e forse soprattutto a quel vastissimo campo di chi non frequenta le chiese e i sacramenti, ma preme inconsapevolmente ai margini esterni dell’esperienza religiosa, un po’ come fece Giovanni Paolo II.

In questo senso papa Bergoglio potrebbe essere il papa degli increduli. Cioè il papa che invita un mondo vastissimo a non temere la tenerezza, terreno comune e di possibile accesso al religioso e all’umano insieme, e che segue quel filo sottile per includere e per mettere in comune. Un papa degli increduli e degli agnostici? Mi viene in mente un dibattito di qualche anno fa, sulla differenza tra atei e agnostici, messo in moto da una frase di Ratzinger, secondo cui l’agnostico e l’ateo sarebbero assimilabili in quanto entrambi vivono come se Dio non esistesse.

Ruini, allora capo della Cei, chiosava la frase di Ratzinger, secondo cui “l’agnosticismo è un programma irrealizzabile”, denunciando il fatto che l’ atteggiamento più diffuso tra i non credenti  non  fosse l’ ateismo, ma l’ agnosticismo, “che sospende il giudizio riguardo a Dio in quanto razionalmente non conoscibile” e che quindi porta a vivere “come se Dio non esistesse”. Era una visione esclusiva, basata a mio avviso su una definizione stretta e fuorviante di “razionale”, un’equiparazione che mostrava un sincero disinteresse nei confronti dell’incredulo e dell’agnostico.

Ma l’incredulo non è un ateo (e l’agnostico neppure), perché il dubbio su Dio non ne esclude l’invocazione. L’agnostico e l’incredulo hanno questo di differente dall’ateo, che si tengono aperta per tutta la vita la possibilità di invocare Dio, almeno una volta. Il che, a mio avviso, è vivere come se Dio esistesse. A questa sterminata moltitudine di persone che di fatto vive come se Dio esistesse, in questo senso molto particolare, Bergoglio sembra voler dire qualcosa.

Pericle si sta rivoltando nella necropoli

Dopo aver visto il video del giovane cittadino deputato Paolo Bernini che dice “Non so se lo sapete ma in America hanno già iniziato a mettere i microchip all’interno delle persone, è un controllo di tutta la popolazione. Con internet visto che molte coscienze mi si stanno svegliando queste verità stanno venendo fuori”, mi sono convinto: siamo nella merda. Ha poi aggiunto: “Infatti nel Movimento 5 Stelle usiamo molto internet e siamo molto coscienti di questa cosa e andremo là a portare la voce dei cittadini”.

Pericle si sta rivoltando nella necropoli. E questa è più grossa di quella sul fascismo delle origini, perché denota un approccio talmente acritico al nuovo, agli strumenti della rete e di conseguenza a tutti gli altri, una visione della partecipazione e della democrazia così ingenua ed elementare, e quindi pericolosa, che fa davvero tremare. Spero davvero che non siano tutti così i cittadini deputati (ecco perché non li fa parlare: li conosce! – Grillo mi faccia passare la battuta alla Grillo) e spero che Grillo abbia in mano la situazione. E se c’è qualche personalità di rilievo – voglio crederlo – spero che Grillo la faccia emergere al più presto.

Una cosa però va detta. Quei partiti che hanno bloccato il ricambio delle generazioni, se non quando costretti col coltello alla gola o per bieco opportunismo, che hanno fatto del controllo delle loro posizioni la priorità assoluta, che si sono disinteressati della società, quei partiti che hanno candidato gli Scilipoti e quelli che poi se lo sono preso e gli hanno dato voce, quei partiti che parlano da 15 anni di alleanze e di leggi elettorali, sono corresponsabili anche di quest’ulteriore sfondamento della nostra concezione di vita democratica. Hanno contribuito a farci accettare l’idea che una classe dirigente possa ridursi a questo.

I nativi di Schengen

L’iniziativa degli studenti Erasmus che vorrebbero votare dall’estero è molto interessante (al di là della fattibilità di ciò che chiedono) anche perché pone all’attenzione, e in una campagna elettorale, il tema delle nuove forme di presenza italiana in Europa (e oltre naturalmente).

In un continente sempre più piccolo, in cui le distanze non si misurano più in chilometri, ma in ore di volo low cost, in cui i nativi di Schengen non solo sono maggiorenni, ma lavorano e producono, in cui l’informazione attraverso la rete consente uno sguardo costante verso il proprio paese, è chiaro che si è determinato anche un tipo nuovo di emigrazione o mobilità, una forma cognitivamente nuova di permanenza o passaggio all’estero. La novità a mio avviso sta nella reversibilità di questa permanenza, nella possibilità di stare in una rete continentale che non ti strappa dal tuo paese, come è successo ai nostri nonni e padri, ma consente una relazione costante, un indebolimento dell’idea di frontiera, uno specifico stare fuori e dentro che può avere degli effetti osmotici e comportare una crescita anche collettiva, ed è in fondo il senso dell’interconnessione sempre più stretta tra paesi e culture (e non si limita all’Europa). Non si tratta soltanto degli studenti Erasmus (decine di migliaia ogni anno, da vent’anni), ma si pensi ai lavoratori stagionali, ai ricercatori, oppure ai manager che lavorano magari per un solo anno o due in una sede estera, e molti altri. Non si tratta semplicemente di “residenti” all’estero, nel senso tradizionale dell’espressione, e anche se molti rimangono poi per molti anni fuori dall’Italia non sono “fuori” dal paese, perché conservano uno sguardo anfibio che sta diventando rilevante.

Questo andirivieni cognitivo non è ancora stato ben messo a fuoco nel dibattito italiano, non è ancora stato ben tematizzato, non si è ancora capito che questo flusso di progetti, di apprendimento, di esperienze, di individui e famiglie, possono costituire una risorsa e necessitano però di strumenti (alcune proposte ci sono state, in verità, anche in questa legislatura) e di un canale di dialogo, forse di un riconoscimento nel dibattito nazionale, di una messa a frutto, di una consapevolezza pubblica. Quello che gli studenti Erasmus hanno posto all’attenzione.

Gli stage gratuiti sono stati aboliti

Contro gli stage gratuiti ho scritto tante volte, qui e altrove, anche in tempi in cui non ne parlava nessuno. Proprio oggi finalmente lo stage gratuito è stato abolito per legge. Mi permetto allora di riproporre qui di seguito il primo di quella serie di post sul tema.

È giusto non retribuire gli stage? Io personalmente rimasi a dir poco deluso quando mi resi conto che un’università, facoltà di scienze politiche, imponeva agli studenti uno stage di almeno un semestre per tre crediti (un terzo di un esame) presso aziende che non solo non avevano alcuna attività formativa, ma facevano lavorare gli stagisti in funzioni qualificate (nello specifico un giornale on line faceva fare il giornalista), senza alcun compenso, ma neppure riconoscendo l’ufficiale paternità dei pezzi, essendo questa legata al compenso (che poteva anche essere di un euro simbolico). Non solo: la maggior parte dei giornalisti della testata erano stagisti (il che è illegale ovviamente), a tutti veniva detto che forse dopo ci sarebbero state opportunità non meglio specificate, mentre naturalmente si trattava di un turn over continuo programmato di stagisti forniti dall’università. È inutile nascondere che ci sono aziende piccole e medio-piccole che usano gli stagisti per approvvigionarsi di collaboratori a costo zero, sia per funzioni qualificate, che per funzioni del tutto indifferenziate, con la scusa dell’essere all’inizio. Intendiamoci: non trovo scandaloso che un ragazzo di venticinque anni laureato in comunicazione, ad esempio, facendo uno stage in uno studio grafico o in un ufficio stampa si trovi a fare anche le fotocopie o il galoppino. Il punto è capire se anche uno che fa le fotocopie ha il diritto di essere retribuito, commisuratamente al suo compito. Al di là di questi casi (ma sono davvero casi estremi e eccezionali?), ci sono poi le reali esigenze di molte aziende che per le loro speciali caratteristiche non trovano figure professionali perfettamente formate e dunque prevedono dei brevi (o anche non brevi) percorsi di formazione non retribuiti, che chiamano stage, finalizzati all’assunzione. La logica dello stage dovrebbe essere, mi pare, quella del learning by doing, cioè dell’imparare facendo, o meglio ancora del mettere in pratica ciò che si è imparato teoricamente all’università e che si deve migliorare nell’incontro con i processi aziendali e lavorativi. Altrimenti esistono i contratti di formazione lavoro, perfettamente retribuiti, che sono altra cosa. Naturalmente il tipo di attività dovrebbe variare a seconda del profilo dello stagista e del ruolo. Ma il problema rimane lo stesso: è giusto e normale dare per scontato che proprio nel momento in cui una persona entra nel mondo del lavoro (e anzi prima con gli stage all’università) debba passare attraverso l’esperienza ambigua e spesso demotivante (perché non è quasi mai finalizzata a un’assunzione) dello stage non retribuito?  È possibile che si consenta alle aziende piccole e medio-piccole di fare ruotare un numero elevato di stagisti senza assumerne alcuno e senza retribuirli? È possibile che un ragazzo o una ragazza cumulino stage per anni, sempre con la stessa promessa di opportunità vaghe, nella totale mancanza di informazioni sul pur vago “dopo lo stage”?  È utile far passare i ragazzi attraverso il rito simbolico di un’attività di lavoro che non viene retribuita? Si tratta davvero di un investimento per i ragazzi? E anche: la nostra economia perderebbe qualcosa o ne guadagnerebbe se abolissimo l’uso di non riconoscere nulla ai giovani che vengono a imparare come contribuire alla ricchezza delle aziende?