I like

Ho comprato gli ultimi due libri di Giorgio Agamben. Nella quarta di copertina del primo c’è scritto “Insegna filosofia teoretica presso l’IUA di Venezia”. Nella quarta di copertina del secondo c’è scritto “Si è dimesso dall’insegnamento di filosofia teoretica presso l’IUA di Venezia”.

Che Agamben fosse un pensatore originale lo sapevo, ma non immaginavo che riuscisse a usare le copertine al posto dello status di facebook.

Annunci

L’uomo col fucile e l’uomo con la pistola

“Quando l’uomo col fucile incontra l’uomo con la pistola, l’uomo con la pistola è un uomo morto”. Almeno così sembrava in quel film di Sergio Leone, in cui Gian Maria Volonté con i suoi peones e soprattutto con il suo fucile (che notoriamente spara più lontano della pistola) paiono destinati a imporre la propria volontà e il proprio sistema, senza alternative.

A me il dibattito pubblico italiano degli ultimi quindici anni è sembrato così. Pieno di racconti su noi stessi che ci hanno inchiodati come l’uomo col fucile inchioda l’uomo con la pistola. Troppo  più lontano ha sparato quel ronzio sull’Italia che non c’è, sulla piccolezza degli italiani, o quelle polarizzazioni destra-sinistra, nord-sud, laici-cattolici, giovani-vecchi, che come risultato danno solo la conferma di idee standard e il rafforzamento dell’autorità degli uomini col fucile, partiti pigri, dirigenze che non dirigono, gruppi di interesse che non mollano.

Ma uomini col fucile, forse inconsapevoli, siamo stati tutti, quando assumendo acriticamente gli argomenti facili siamo diventati portatori di discorsi altrui e siamo stati assorbiti in dispositivi linguistici e politici in senso lato che ci impediscono di comunicare con noi stessi e con gli altri.

Ma nessuna storia finisce mai e la sfida è sempre sul senso della realtà, sul realismo, cioé sull’idea che noi ci facciamo di ciò che è possibile, di ciò che è fattibile. La realtà cambia anche per le idee che ce ne facciamo. E’ proprio lì che si gioca la sfida tra uomini col fucile e uomini con la pistola, sul senso del fattibile, del possibile, cioé del reale. Del resto il film non finiva semplicemente con la morte di Volontè, ma con la sfida che Clint Eastwood gli rivolgeva sul suo stesso senso di realtà: “Quando l’uomo col fucile incontra l’uomo con la pistola, l’uomo con la pistola è un uomo morto. Vediamo se è vero…”.

Vediamo se è vero allora, vediamo se proprio non è possibile raccontare (cioé fare) le cose in modo diverso, se non è possibile aver voglia di fare e pensare l’Italia differentemente, se lo spiraglio che sembrava essersi aperto negli ultimi mesi – e che è ancora aperto – deve per forza richiudersi inghiottito da ideologismi, trappole cognitive, sensi della realtà senza più realtà. Vediamo se è vero. E il momento di vederlo è adesso.

(Del modo di raccontare l’Italia degli ultimi anni, delle trappole del linguaggio e degli uomini col fucile che siamo, del realismo – e di altro – parleremo a Milano mercoledi 6 giugno con Luca Sofri, Armando Massarenti, Pippo Civati e Federica Pezzali).

I longevi

Nei giornali di oggi si dà conto del rapporto del FMI sull’impatto della longevità nei sistemi del welfare.

Da non specialista, e da una prospettiva completamente diversa, ho accennato al tema nel libro 150 più 1. L’Italia alla prova di se stessa. Riporto di seguito il paragrafo sui Longevi del capitolo “L’uomo col fucile e l’uomo con la pistola”.

L’immaginario del mondo antico, fino almeno al Rinascimento e oltre, fino al XVII secolo, era popolato di creature le più diverse, non solo semidei e spiriti, ma anche elfi, fate, streghe. Tra questi esseri dallo statuto incerto, c’erano anche i longaevi, forse angeli, forse defunti, forse incrocio tra vari elementi.

Ne ha studiate alcune caratteristiche C. S. Lewis, che non è stato soltanto l’autore delle Cronache di Narnia e delle Lettere di Berlicche, ma come il suo amico e collega di Oxford J. R. Tolkien (l’autore del Signore degli anelli), era un filologo, specialista di letteratura medievale e rinascimentale.

L’idea della longevità ha affascinato le epoche e le culture. Per Plinio esistono popolazioni, da qualche parte, la cui vita media arriva ai duecento anni. Del resto è pensiero diffuso per secoli che la vita media e la statura nel passare delle ere si abbassino.

Il mondo invecchia, hanno pensato i naturalisti e i filosofi per secoli, e noi con esso, perdiamo vigore e forza. I primi uomini erano giganti e longevi.

Del resto agli occhi degli antichi lo testimoniavano i ritrovamenti casuali di ossa di giganti, mandibole, crani, molari giganteschi, che forse erano resti di dinosauri o degli elefanti nani che in epoche precedenti popolavano alcune zone del Mediterraneo (e lo stesso Polifemo, con quell’unico occhio, poteva piuttosto essere stato suggerito da un cranio da elefante, che ha una grossa rientranza centrale, appunto come di un occhio). D’altra parte anche la Bibbia da un certo momento ha cominciato a parlar chiaro alla cultura occidentale: i patriarchi vivevano centinaia di anni, Matusalemme per esempio 969.

È curiosa questa inversione di logica rispetto a noi, questo sentirsi sempre nani sulle spalle di giganti, per cui le generazioni precedenti sono migliori, più grandi e più vive. Tutto è cambiato da quel modello, ma non il sogno di vivere di più e meglio.

La vita media si è allungata moltissimo, pure la statura; ai nostri progenitori appariremmo come giganti longevi, anche se certo non proprio dei patriarchi. Mundum juvenescit? Il mondo comincia a ringiovanire? Pare di sì, ma non senza problemi da affrontare.

La medicina promette generazioni di longevi, forse i primi longevi sono già nati, quelli che supereranno la media di 100 anni (c’è chi dice 120). Ancora nel 1985, il film Cocoon, di Ron Howard, associava la longevità a un evento fuori dal comune, impossibile per natura (l’immersione nell’“energia dell’universo”), mentre oggi lo sfondamento del secolo medio di vita sembra così a portata di mano da essere quasi sulla soglia del linguaggio politico.

In ogni caso, soprattutto in Italia, il paese più longevo d’Europa e alle primissime posizioni nel mondo, l’aumento dell’età media sta cambiando usi e abitudini. Tuttavia, anche qui, non sembra che il tema sia ancora diventato strategico nel pensare la società futura. Da un lato perché la senescenza della popolazione italiana è mitigata dalla giovinezza degli immigrati stranieri, dall’altro perché effettivamente un discorso complessivo su una società in cui la vita media si alza ha ancora dei contorni non del tutto definiti.

Se ormai si parla già di quarta età, dai 75 ai 90 anni, e la medicina promette uno sfondamento dei 100 anni in tempi relativamente brevi, il problema non è allora solo quello di far quadrare i conti delle pensioni, ma di ripensare il ruolo delle età, di tutte le età, in una società di longevi. L’innalzamento del limite biologico ha delle conseguenze sia sul piano economico, che su quello relazionale e direi cognitivo, e un impatto anche sulla definizione delle altre età.

Sul piano economico è già oggi evidente come si aprano mercati nuovi, per la terza e la quarta età, sia sul piano della cura, dell’assistenza, ma anche delle attività ludiche e del tempo libero. Ma forse è tutta la struttura delle relazioni individuali e intergenerazionali che andrà ripensata. Già oggi a proposito dell’Italia (e in Europa solo dell’Italia) si parla di gerontocrazia. Basti solo ricordare che il presidente della nostra repubblica è un uomo “di quarta età” e gli ultimi due presidenti del consiglio, prima di Monti, sono stati eletti sopra i 70 anni.

Questo certo è da un lato un segno positivo, perché è indice di un limite biologico-cognitivo che viene superato e contribuisce a una visione dell’anzianità positiva e produttiva. Dall’altro lato costringe le generazioni più giovani a ridefinire le proprie ambizioni e le proprie possibilità di accesso a posizioni di responsabilità e prestigio sociale. Oppure con il tempo tutto ciò condurrà a riorganizzare valori e organizzazione sociale.

Già oggi in Italia si dà uno spropositato valore simbolico (e retributivo) all’“esperienza”, come sottolinea spesso uno dei più brillanti giovani economisti italiani, Filippo Taddei. La curva delle retribuzioni segue generalmente la curva dell’invecchiamento, mentre sembra disinteressarsi della curva della produttività, che imporrebbe invece una forte retribuzione negli anni centrali dell’attività lavorativa e una progressiva diminuzione negli anni successivi. Dal modo attuale di vedere l’esperienza consegue anche, sul piano culturale, una sorta di assunzione acritica dell’attesa, dell’aspettare il proprio turno, dello svincolare il proprio lavoro dal risultato, a favore del fattore “tempo”. Dunque un fattore culturale e organizzativo insieme.

Ma pensiamo a come si modificherà l’idea stessa di lavoro, a quante attività, volontaristiche o meno, potrebbero essere trasferite ai longevi, con l’inevitabile conseguente mutamento del sistema del welfare e dell’assistenza mutua tra le generazioni. Chissà se un giorno la pensione potrà essere integrata da servizi prestati alla comunità dai longevi attivi. Però possiamo immaginare anche l’apparente contraddizione tra la velocità dei cambiamenti tecnologici, con i mutamenti relazionali e antropologici che portano con sé, e la lunghezza di vita di un centenario che passa attraverso tutti questi cambiamenti.

Che conseguenze può avere tutto questo? Oggi è già molto curioso che né l’ex presidente del consiglio Berlusconi né il leader del più grande partito che gli si è opposto, Bersani, sappiano di fatto a cosa serve google, ma a parte questo come si fa a passare attraverso le rivoluzioni tecnologiche di tutto un secolo? “L’arte è lunga, la vita è breve” diceva un aforisma di Ippocrate che ha attraversato i secoli, ad indicare l’impossibilità per una singola esistenza di abbracciare la conoscenza e lo studio di una disciplina.

Ma se un giorno fosse vero il contrario? Se la vita fosse tanto lunga da attraversare la brevità di innovazioni e rivoluzioni? Come tutto ciò riorganizza e filtra la composizione sociale? Insomma quello che dovremmo affrontare non è “una società di vecchi”, come si dice spesso, ma una società con una o due età in più, cioè una società di longevi, che dovrà necessariamente esprimere un’umanità più ricca, ma con un livello di complessità molto maggiore, con ruoli differenti e con un’idea di lavoro, di conoscenza, di relazioni molte diverse. Come sempre, cominciare a immaginare quella società ci aiuterebbe a raccontare e cambiare un po’ già la nostra.

 

 

 

150 più 1. L’Italia alla prova di se stessa

Fra una settimana uscirà l’ebook 150 più 1. L’Italia alla prova di se stessa.

Sarà scaricabile a 3 euro e 90 da tutte le librerie on line e leggibile con tutti i lettori. Per leggerlo su pc o mc basterà scaricare un software (ho provato: ci vogliono 45 secondi netti).

Se siete affezionati al blog o al suo autore troverete elementi familiari, diciamo alcuni tratti caratteriali, e alcune delle tematiche (e degli stili per raccontarle) che mi appassionano e di cui ho discusso in forme e contesti diversi con tanti amici e amiche. Spero che si aggiungeranno nuovi amici e lettori, con i quali continuare a discutere, nei social network (apriremo da lunedi una pagina facebook del libro), su twitter e più personalmente ancora (questa l’email dedicata: brigugliaitalia@gmail.com )

Altre notizie nei prossimi giorni, ma qui di seguito la breve descrizione ufficiale e la copertina:

Questo libro nasce un po’ come i casi di Dylan Dog, qualcuno ti urla alla porta e ti propone un rompicapo che sembra assurdo, ma una soluzione esiste, anche se sembra impossibile. Il rompicapo è l’Italia stessa, a centocinquant’anni (più uno) dall’unità.

In una scrittura tra saggio, racconto, pamphlet, a dare una mano non è Groucho, ma ci si imbatte nel contributo di senso dell’infernale Quinlan, di un Pinocchio battagliero, di una Madonna piangente, di giganti taumaturghi, di un Ramon con il fucile, di una battaglia medievale sull’Adda, che aiutano a smontare alcuni cliché del dibattito pubblico e a ripensare idee e temi – la vita politica, bene comune e bene pubblico, la religione, la seduzione del potere e della bellezza, l’“identità italiana”. È un itinerario soggettivo, ma ricco di proposte concrete e analisi serrate, che spingeranno il lettore a condurre le proprie riflessioni e a rendere espliciti i propri pensieri, a raccontare diversamente l’Italia e a sbrogliare il rompicapo.

 

“Volete qualcuno? Lo pagate”

Quando non se ne parlava molto mi ero chiesto su questo blog se non fosse il caso di eliminare le molte ambiguità legate agli stage, soprattutto quelli gratuiti, spesso una forma di approvvigionamento di lavoro a costo zero. Il tema mi era sembrato così importante da riproporlo, in tempi più recenti, su Il Post. Il ministro del lavoro, Elsa Fornero, ieri sera ha proposto di abolire gli stage post-formazione. Qui di seguito al minuto 15.30

Un abbaglio

Questa polemica dell’associazione Gherush92 contro la Divina Commedia mi pare interessante se è una provocazione per parlare di quanto il razzismo non si spenga mai, ma nel merito ha toni e argomenti che sono davvero risibili. Nel chiedere la rimozione della Commedia dai programmi scolastici o di inserire i doverosi chiarimenti, l’associazione afferma:

“La continuazione di insegnamenti di questo genere rappresenta una violazione dei diritti umani e la evidenziazione della natura razzista e antisemita del nostro paese di cui il cristianesimo costituisce l’anima. Le persecuzioni antiebraiche sono la conseguenza dell’antisemitismo cristiano che ha il suo fondamento nei Vangeli e nelle opere che ad esso si ispirano, come la Divina Commedia. Deve essere messo in evidenza il legame culturale e tecnico-operativo con i vari tentativi di esclusione e di sterminio, fino alla Shoah. Certamente la Divina Commedia ha ispirato i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, le leggi razziali e la soluzione finale”. L’affermazione è enorme, anche dal punto di vista ermeneutico, per così dire, e per questo difficilmente commentabile in un post, e di fatto propone paradossalmente l’ignoranza come rimedio al razzismo e all’antisemitismo. In una risposta alle critiche, l’associazione oggi aggiusta leggermente il tiro, non invocando più seccamente l’espunzione della Commedia dai programmi, ma ribadendo un punto, che è profondamente sbagliato, è cioè che Dante educhi i giovani al razzismo.

Certi libri

Ci sono libri di ricerca molto belli, che aprono orizzonti. E un mestiere che ti fa leggere è un privilegio. Ma non ci sono solo libri così.

Ci sono libri che è più facile scrivere che leggere. Anche se sei uno specialista, per leggerli ci vuole lo stesso impegno che per aprire un gambero, poi però dentro trovi un altro gambero e devi ricominciare a impegnarti. Al quinto gambero capisci che quello che ci caverai è così poco sostanzioso che molli lì. Ci sono libri perimetrati da note come da una muraglia. Magari nel testo non c’è nulla. Ma è un nulla scientifico e verificabile. Poi ci sono anche i libri senza note e ti chiedi se l’autore lo sa che l’hanno già detto trenta volte. Ci sono dei libri che ti domandi il perché e poi ti dici “ah già, aveva il concorso”. Ci sono libri di cui ci si pente. I libri pericolosi invece non ci sono più. Ci sono libri che pensi “beh, dai”, altri libri che ti dicono “vorrei ma non posso” e alcuni “posso, ma non ne ho proprio voglia”. Ci sono le miscellanee, spesso un mistero della fede. E poi c’è una categoria rara e ineffabile, quella dei libri del tutto inutili. E me n’è appena arrivato uno.

Perché lasciare un’associazione scientifica

In Italia esistono centinaia di associazioni scientifiche, che corrispondono spessissimo a una disciplina accademica in senso stretto (quella che viene chiamata una “classe di concorso”). Le finalità sono la diffusione della disciplina nella società, ma anche, e spesso soprattutto, la difesa dei suoi interessi accademici (e non di tutti i suoi iscritti, ma di quelli che hanno un potere nell’università). Ho scritto questa lettera aperta (già inviata al presidente che ho pregato di trasmetterla ai molti soci), con cui lascio una di queste associazioni per i motivi indicati,  e la riporto qui perché penso possa avere un valore generale.

Gentile Presidente,

Le comunico con questa lettera aperta la mia decisione di lasciare l’Associazione Italiana degli Storici delle Dottrine Politiche, per due motivi generali.

Il primo è che in questi anni non ho sentito una sola parola pubblica (pubblica, perché in camera caritatis se ne sentono anche troppe) sullo svolgimento dei concorsi. Il secondo è l’incapacità dell’associazione di interpretare il ruolo dei ricercatori senza posto fisso.

1.Pur lavorando all’estero da quasi cinque anni, ho partecipato in questi anni a vari concorsi in Italia, sia relativi alla classe di “Storia delle dottrine politiche”, che ad altre discipline. Il dato statistico è impressionante (e non nuovo): vincono sistematicamente i candidati “interni”. I dati sugli ultimi 28 concorsi del nostro raggruppamento sono pubblici e molto chiari.

Il dato è talmente evidente che il principio di “comparatività” (stabilito dal buon senso e sancito dalla legge), secondo il quale dovrebbe vincere il candidato migliore presente al concorso, risulta non solo inerte ma addirittura, in qualche caso, irriso.

Non è infatti possibile da un punto vista logico che il migliore sia sempre, o quasi, il candidato locale. Certo può essere un valore che a Milano vinca un milanese, ad Alessandria un alessandrino, a Torino un torinese, a Caserta un casertano, a Cagliari un cagliaritano (chiarisco che sto citando città a caso, come i medievali nei trattati di logica dicevano “Petrus currit” senza riferirsi all’apostolo), ma questo ha poco a che vedere con la ricerca e con l’insegnamento accademico.

I più arditi tra i professori cercano di spiegare questa prassi con nobili ragioni di scuola locale (e sempre più locale), oppure facendo ricorso a un principio di apparente buon senso, quello dello ius loci, versione accademica del latinorum italico, altri dicono “è la cooptazione, bellezza!”, ma commissioni che non comparano titoli, pubblicazioni, attitudini, possibilità dei candidati e che soprattutto non spiegano le ragioni delle scelte, non stanno cooptando, ma cercano di compilare verbali stando attenti a che i ricorsi siano resi più difficili (con effetti a volte francamente comici). 

L’Associazione, come la maggior parte delle learned societies italiane, non sembra aver nulla da dire pubblicamente su questo. Quindi o va tutto bene e io, e i non pochi che la pensano come me, mi sbaglio, oppure l’associazione ha abdicato a uno dei suoi doveri morali, quello di fare crescere la disciplina, l’istituzione universitaria e il Paese.

In un mondo perfetto, un’associazione che vuole difendere il livello scientifico di una disciplina fornirebbe gratuitamente ai suoi associati gli avvocati per i ricorsi.

2. E del resto, come potrebbe l’AISDP prendere posizione? Caso raro (unico nella mia personale esperienza) di associazione scientifica in cui ha diritto di voto solo chi ha un posto fisso.

Non chi ha diretto progetti, pubblicato lavori importanti, avuto esperienze internazionali e un contributo potrebbe darlo, no: solo chi ha un posto fisso. Insomma, per farla breve, l’Associazione non può porre il problema dei concorsi, perché contano solo quelli che fanno parte delle commissioni di concorso.

Questo è un punto importante, ma meno grave delle conseguenze più generali e culturali che questa visione rigidamente corporativa (o meglio oligarchica) delle cose comporta. Immaginiamo un ricercatore o una ricercatrice di quarant’anni, magari con svariate monografie, con una reputazione internazionale, con un lavoro svolto per 15 anni in istituzioni e Paesi diversi, ma senza posto fisso nell’università, cioè immaginiamo la situazione reale di molti ricercatori italiani.

Ecco, la nostra Associazione, che studia proprio il pensiero politico e la sua storia, non considera abbastanza maturo per esprimere una posizione pubblica con un voto, un ricercatore o una ricercatrice con queste caratteristiche.

Marx (Groucho) diceva “non entrerei mai in un club che accettasse tra i suoi soci uno come me”. Questa learned society rischia di aver trovato la formula giusta, perché lo accetterebbe ma lo terrebbe in un angolo.

Caro Presidente, il mondo della ricerca è cambiato e le istituzioni più innovative devono saperlo interpretare e non frenarlo. Basta andare in libreria o sfogliare una rivista scientifica per rendersi conto che nelle discipline umanistiche la ricerca è fatta soprattutto da chi il posto fisso non ce l’ha.

Questa lettura svalutante della ricerca stessa – è qui il punto culturale che mi preme -, della sua quasi inutilità ai fini dell’accesso a un posto pubblico di ricercatore o professore, questa idea tacita ma potentissima che non c’è vera e corretta cooptazione, che non c’è vera scelta, che non c’è responsabilità, che non si premia l’indipendenza di pensiero, l’originalità, la leadership (sono criteri indicati dall’ERC dell’Unione Europea), associati all’idea del tutto vetusta che ci sia un dentro e un fuori della ricerca – cioè che chi ha un posto conta e chi non ce l’ha non conta nulla ed è un “giovane”, anche a trentacinque anni, anche a quarantacinque – creano un dispositivo che funziona da specchio deformante della realtà della ricerca e ne frena le potenzialità e il ruolo sociale.

Le istituzioni raccontano la realtà, in buona misura inducono i singoli a raccontarsi in un modo piuttosto che in un altro, possono indicare strade di miglioramento o diventare racconti oppressivi e deformanti, propongono un senso di ciò che è realistico e a volte difendono ciò che non appartiene più alla realtà.

Lascio l’Associazione, che conta tra i suoi membri studiosi che stimo e ai quali mi lega in alcuni casi un sincero affetto, ma mi auguro che questa mia lettera verrà intesa come contributo a un dibattito futuro.

 

Il mio blog è naturalmente a disposizione per eventuali repliche e per successive fasi del dibattito.

Santi e madonne

“Io non capisco quelli che studiano il medioevo. Con tutti ‘sti santi e ‘ste madonne!”. Lo diceva ogni tanto un professore del dipartimento di filosofia (peraltro un discreto dipartimento) in cui mi sono dottorato. Non ho mai capito se scherzasse o fosse serio (non lo capivano neppure gli altri professori). Di fatto nei suoi corsi non parlava mai di filosofia medievale. Spesso parlava di Greci, alcuni corsi erano su cose rinascimentali e moderne, ma medioevo mai. Del resto si chiama “medioevo” perché sta “in mezzo”, ai Greci e al Rinascimento evidentemente. A modo suo pensava probabilmente di condurre una battaglia culturale, con l’attacco “ai santi e alle madonne”, ma con almeno 150 anni di ritardo sulla storia e probabilmente 30 sulle sue letture fondatrici.

Però questa cosa dei santi e delle madonne è curiosa. Un mio ex studente un giorno mi ringraziò, anni dopo aver seguito un mio corso, per avergli fatto capire l’importanza epistemologica della filosofia medievale. Nel frattempo, io non lo sapevo, stava scrivendo una raccolta di biografie di santi medievali, totalmente inventati. Un salto dalla filosofia alla letteratura o un disvelamento di mondi possibili?  Di certo c’è che di recente, dopo aver annunciato in una maniera raffinatissima la fine dei tempi ed essersi però trovato un lavoro serio (e la contraddizione è solo apparente), ha dato vita a un laboratorio di teologia potenziale, che è un luogo di esperimenti mentali e linguistici che anche Isidoro di Siviglia ci si sarebbe confuso (soprattutto perché oltre a un refresh teologico, per motivi ignoti hanno messo un traduttore automatico che deforma gli articoli).

Non è l’unico a giocare coi santi e a lasciar stare i fanti. Del resto già 50 anni fa una vera suora domenicana che si faceva chiamare “Soeur Sourire” aveva fatto del fondatore del suo ordine, san Domenico, un personaggio un po’ pop e un po’ hippie (anche un po’ preconcilio) in questa canzone che voi conoscerete già ma io ho scoperto da poco (se siete medievisti ascoltatela, ho linkato la versione con il testo) e ho anche scoperto che l’ha ricantata Orietta Berti negli anni ’60.

Ma a costruire un genere dei santi pop, in una forma davvero sottile e con una scrittura divertente e informatissima, sta contribuendo con una sua rubrica Leonardo Tondelli su Il Post. A me è piaciuto fin dal primo post su Teresa di Lisieux e mi ha convinto definitivamente con Teresa d’Avila e in fretta stiamo passando dalla scrittura della vita dei santi alla vita dei santi come scrittura (che poi è il senso vero di ogni agiografia). Sta nascendo un genere e forse quest’opera di ricollocazione di racconti di santi in un contesto non loro non poteva che avvenire su internet e tramite blog (ma io consiglio anche di fissarlo su carta).

Che i santi e le madonne siano importanti anche dal punto di vista strettamente filosofico (che peraltro è anch’esso un altro livello di narrazione, con regole diverse e ferme, un “sogno regolato” diceva un grande storico), e che la teologia, l’esegesi, le provocazioni filosofiche dei miti biblici siano ben più che uno spazio brullo tra antichità e rinascimento, cerchiamo di ribadirlo in un convegno che ho organizzato a Parigi il 6 e il 7 gennaio, con Irène Rosier-Catach su Adamo, la natura umana. Epistemologia della Caduta. E con tanti veri maestri, cercheremo di mettere a fuoco i dibattiti scolastici Due-Trecenteschi sulle conseguenze della Caduta di Adamo ed Eva nella comprensione della natura umana (da un punto di vista noetico, gnoseologico, fisico, etc..), nel tentativo di individuare dei modelli specifici di razionalità filosofica.

Con buona pace del vecchio professore che non amava il medioevo per quell’affollamento di santi e di madonne…

Outhéopo

Raffaele Ventura, che è uno che sa addirittura scrutare i segni della fine del mondo nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, sta mettendo in piedi un sito sulle teologie future e immaginarie (lui dice "potenziali") e quindi anche sulle passate, con un approccio "ludico", e forse non solo (è tutto da capire). Promette di mescolare realtà e finzione, ma senza ingannare il lettore. Un po' Borges e un po' Gilson, un po' Debray e un po' nuvole di tags, il sito è in linea da poche ore e aggiunge rapidamente contenuti, soprattutto rischia di lanciare qualcosa. Non so cosa. Seguiamolo e vediamo.