Chi ha fatto fuori la sporca dozzina

Secondo i sondaggi, con Cosentino, Dell’Utri, Scajola e la circa mezza dozzina di impresentabili nelle liste del Pdl, un altro milione di italiani che aveva votato Berlusconi alle ultime elezioni non lo avrebbe rivotato. Una sensibilità che quel milione di italiani l’ultima volta non aveva avuto e che invece adesso è diventata una barriera e una pretesa di (minima) legalità, senza le quali i compari di Berlusconi sarebbero rimasti bellamente in parlmento.  È quel milione dei sondaggi che li ha tolti dalla lista. Ai miei occhi non cambia molto sulla presentabilità del Pdl, ma quel milione di italiani è comunque il segno di un piccolo avanzamento collettivo.

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Presidenzialismo (come i francesi). Io dico di sì

Molto timidamente (perché esce dalle mie competenze strette) ne avevo già parlato. Ora che il dibattito sembra possibile lo dico più esplicitamente: il semipresidenzialismo sarebbe una buona soluzione per uscire dall’impasse italiana ed è compatibilissimo con la nostra cultura.

Pensiamo alla Francia. Un presidente eletto dal popolo, un presidente che nomina il governo svincolandolo dal ricatto quotidiano dei partiti, ma non dal controllo del parlamento.

Un parlamento finalmente libero di legiferare senza condizionamenti e capace di porsi in rapporto dialettico con il governo e il presidente, sulla base delle culture politiche che lo compongono.

Un presidente che non può non assumere la responsabilità del proprio operato, ma che è costretto a mettere in luce altre personalità forti e competenti (il suo primo ministro e i componenti del governo) che però possono sfidarlo all’elezione successiva – si pensi a Sarkozy e Chirac, a Chirac e Giscard d’Estaing – garantendo quel tratto culturale che a noi è mancato, cioè l’idea del ricambio possibile.

Pensiamo ai partiti. Un partito che vuole vincere le elezioni in un sistema del genere deve saper generare idee (anche diversificate) e competenze, perché la battaglia sarà anche sulle idee e sulle competenze (oltre che sulle identità politiche degli elettori). Deve consentire che si strutturino le ambizioni dei singoli e che le personalità forti e le intelligenze non si nascondano, ma anzi si mostrino.

 Un partito in un sistema del genere sa che la mediazione è utile, ma che il compromesso come valore ultimo può essere nocivo; sa che per arrivare alla carica presidenziale bisogna prepararsi, bisogna prevedere un percorso, un accrescimento di esperienze e di capacità e favorisce (e non impedisce) questo percorso per i suoi militanti, funzionari e dirigenti, perché ci sarà in primo luogo una singola “personalità che incontra il popolo”, come dicono in Francia.

E tutto questo perché appunto a vincere le elezioni non è semplicemente un partito o una coalizione, che poi deciderà le nomine senza darne conto, che spartirà i posti senza dire i criteri che usa, che attribuisce le responsabilità senza risponderne, ma una persona, che incarnerà il patrimonio ideale di quella generazione politica con libertà e intelligenza, di fronte ai suoi concittadini. (Lo dico come inciso: i partiti italiani possono sicuramente riformarsi, ma solo fino a un certo punto, perché è il nostro parlamentarismo che li spinge a essere come sono, ipertrofia, rigidità, autodifesa, conservatorismo compresi).

Un sistema del genere ha anche alcune ricadute culturali importanti, che non vanno sottovalutate nella loro capacità di rigenerare la visione collettiva. Si trasmette l’idea che ci si misura con la propria generazione, che è possibile aspirare a ruoli importanti, che è necessario strutturare ambizioni e poi sostenerle preparandosi e lavorando. Ci si può candidare a tutto e ogni progetto di vita è un’ambizione. Si possono comporre le ambizioni di tutti in un progresso comune, anziché bloccare quelle di ciascuno nell’attesa e nelle semplice cooptazione. È anche questo quello che il presidenzialismo racconta in una democrazia sana.

Ci è stato spiegato tante volte che gli italiani non sarebbero pronti a un sistema del genere (ma ci è stato raccontato proprio dai difensori dello status quo e dai pigri), è stato anche detto frettolosamente che il presidenzialismo sarebbe meno democratico di un sistema che concentra tutto sul parlamento (magari dagli stessi che si lamentano dell’assenza di un”Obama italiano” o adesso di un “Hollande italiano”, dimenticando che un governo Obama in Italia sarebbe caduto alla prima dichiarazione dai contenuti contrari a una corrente qualsiasi della sua stessa maggioranza), altri dicono, ammesso che un argomento ad hominem sia un buon argomento, che con il presidenzialismo Berlusconi non sarebbe mai caduto (io invece dico che avrebbe governato molto meno tempo. E magari la sua area politica di più e meglio).

Quello che a me sembra urgente è però rendersi conto che il semplice dibattito sulla legge elettorale, che sento fare in queste settimane (e spesso nel senso di un per me assurdo ritorno al proporzionale), non è il nodo della questione. Bisogna riformare lo stato in modo molto più profondo. Bisogna cambiare radicalmente il nostro sguardo sul problema. Bisogna cambiare paradigma. Ma se non ce ne rendiamo conto adesso, sarà quasi impossibile parlarne dopo le elezioni politiche.

Italia e italiani all’estero

L’ho scritto varie volte (per esempio qui) e ne ho parlato nel mio ebook: quella degli italiani all’estero oggi è un’emigrazione particolare, che può essere sfruttata a favore dell’Italia in forme molto nuove (e che bisogna smettere di chiamare fuga dei cervelli, perché così si deforma la questione). Il problema va posto all’attenzione dell’opinione pubblica italiana. Mi fa molto piacere quindi che in questi giorni, da visuali molto diverse, si cominci a parlarne in modo serio (per esempio dal ministro Terzi  con un progetto molto concreto e da Dario Di Vico con una riflessione più ampia).

Giappone

A un anno dallo Tsunami ripropongo il post che avevo scritto (anticipando qualche tema e qualche immagine che sarebbe seguita nei dibattiti) e che purtroppo è ancora valido.

E’ certo che quello che è successo e sta succedendo in Giappone materializza alcune della paure più ricorrenti e profonde di quella cultura. Lo diciamo con rispetto e vicinanza.

In primo luogo la paura stessa del terremoto e dello Tsunami – e come tutti sanno la parola è giapponese. Molti hanno pensato alla Grande Onda (circa 1830) di Katsushika Hokusaki, (come anche un intenso commento di Makkox di qualche giorno fa ha ricordato) o all’Onda di Hiroshige Utagawa (qui di seguito) e ne hanno compreso la sostanza profonda.

Ma la cultura giapponese dalla seconda metà del ‘900 è intrisa anche di un altro timore, che ha trovato espressione nella cultura a tutti i livelli e che ha per certi aspetti prolungato e “artificializzato” le inquietudini sugli sconvolgimenti naturali, cioè la paura della contaminazione nucleare. Unico paese ad aver sperimentato gli effetti della bomba atomica, il Giappone ha prodotto una cultura che ha lungamente tematizzato quella paura, soprattutto in connessione con alcune scelte collettive e strategiche. Qui di seguito l’episodio di uno delgi ultimo film di Akira Kurosawa, Sogni, del 1990, in cui la scelta dell’energia nucleare viene radicalmente contestata (e la critica è affidata alla mamma di due bambini piccoli) e l’incubo dell’esplosione atomica è visivamente associato all’eruzione del Monte Fuji, il vulcano più alto del Giappone. .

Catastrofe naturale e disastro nucleare (come suo prolungamento) sono nel film associati e colpisce, in questo senso, l’inversione di segno che viene fatta di un altro capolavoro di Hokusai, appunto il Fuji Rosso.

L’altra grande inquietudine novecentesca è l’avvento della macchina come sostituto dell’uomo, o meglio come reciproco assorbimento tra uomo e macchina, una sorta di contaminazione anche questa in fondo. Non vogliamo buttarla sui manga (peraltro non ne ho la competenza), ma questa commistione di elementi e inquietudini è stata rappresentata anche in quell’espressione della cultura pop giapponese che è penetrata in Europa attraverso i cartoni animati e i fumetti.

Quel genere, molto complesso e vario, come tutte le forme artistiche, ha mostrato e reso accettabili e superabili alcune paure, ataviche e recenti, ai giapponesi stessi, ma ha insegnato a noi un linguaggio di rappresentazione della catastrofe che certo ha un sapore esotico e lontano e tuttavia è sorprendente che le stesse riprese del disastro dello Tsunami sembrino risentire di quella grammatica espressiva, come il vortice qui di seguito, e le varie riprese dell’onda.


Nel cartone animato qui di seguito, e non a caso, molti di questi elementi e di queste paure sono presenti e per così dire esorcizzati attraverso una catarsi infantile, ma efficace (il maremoto, l’eruzione, l’esplosione nucleare, l’intervento di una macchina-uomo). E del resto anche i manga, i film, il pop in generale, a prenderli sul serio, e cioè anche come espressione delle inquietudini e delle percezioni di una cultura più profonda, ci servono pure, in questo momento, a comprendere la gravità e – io credo – lo spartiacque psicologico della catastrofe giapponese, che materializza di colpo gli incubi peggiori.

 

E se?

Un presidente che sceglie autonomamente il candidato alla presidenza del consiglio e lo impone all’attenzione pubblica. Un candidato scelto per la competenza sulla base di un programma concreto. Un parlamento che controlla davvero l’esecutivo e ne presidia i contorni politici. I deputati e i gruppi parlamentari finalmente liberi di dedicarsi a leggi di ampio respiro, sulla base delle proprie culture politiche e del consenso.

E se fossimo culturalmente pronti per il semipresidenzialismo?

Perché adesso ci servono i partiti

Può sembrare un paradosso o una provocazione, ma adesso abbiamo bisogno dei partiti.

L'Italia ha accumulato un ritardo di comprensione del mondo nuovo di almeno un decennio.
L'Europa, il ruolo degli stati nell'economia globale, la messa a fuoco dell'importanza dei beni comuni, il rapporto tra capitale, nuove tecnologie e libertà, le conseguenze economiche e culturali della libera circolazione delle persone, prima ancora che delle merci, nello spazio europeo, i nuovi modelli di socialità, che prefigurano nuove antropologie, sono tutte sfide di comprensione che finora il discorso pubblico e in particolare politico non è stato in grado di affrontare compiutamente.
Il ritardo di comprensione collettiva è stato anche, e quasi soprattutto, la rinuncia dei partiti a svolgere un ruolo di interpretazione e di filtro della realtà.

La metafora guida dell’intervento politico resta quella della “ricetta”, che sia ricetta di destra o di sinistra, cioè di un ruolo tecnico che è giusto e necessario, ma scollegato da visioni più ampie.
Ma nell’elaborazione collettiva non siamo ancora riusciti a uscire dal labirinto delle parole d’ordine ambigue e spuntate di un mondo che non esiste quasi più, ci siamo scontrati contro un muro di spezzoni argomentativi desunti dalla vulgata marxista  –  senza mai mettere a fuoco una visione realmente sociale delle cose – o dalla retorica liberale – senza mai neppure sfiorare l’idea di un progetto di libertà dalle ineguaglianze o di perseguimento delle realizzazione individuale e collettiva.

Siamo stati lasciati soli nel comprendere il mondo. Ma come cittadini ed elettori, non abbiamo bisogno di ricette, che peraltro i partiti hanno in questo momento demandato ai tecnici, abbiamo bisogno di capire.

Abbiamo bisogno, forse, che i partiti riassumano il ruolo pedagogico che la nostra tradizione repubblicana aveva loro assegnato. Pedagogia è una parola ambigua, mi rendo conto, perché sembra stabilire un’inaccettabile asimmetria. 

Inoltre in un mondo aperto i partiti non possono più avere una presa "pedagogica" sulla società, non possono più indirizzarla culturalmente. Ed è un bene. Peraltro, si potrebbe obiettare, che cosa avremmo noi da imparare da un ceto che ha mostrato tutta la sua inadeguatezza, che è stato sì uno specchio della società, di noi stessi, ma uno specchio deformante, che ha reso peggiore ai nostri stessi occhi l’immagine che rifletteva, che ha oggettivamente impedito il cambiamento?

Eppure abbiamo bisogno che questo ruolo, in questo momento, sia svolto. Perché abbiamo bisogno di capire che cosa c’è di nuovo e importante nella nostra società, che è ormai il mondo, e dobbiamo trasformare questa comprensione in azione, in scelte, in tentativi, in politica, in costruzione della nostra felicità.
Abbiamo bisogno, mi sembra, di un agire interpretativo, di un agire comunicativo (tutto il contrario del dire "da una parte c'è la politica, dall'altra la comunicazione").

Ma perché i partiti ritornino a spiegare, cioè perché contribuiscano a darci una direzione, c’è bisogno che mettano il capire come loro primo obiettivo. Forse c’è bisogno che mettano a fuoco le loro ideologie implicite, che le confrontino con la complessità delle cose, o che di quella complessità sappiano trarre ipotesi e domande.

I partiti imparino. Approfittino di quest'anno e mezzo "tecnico", di questa fase meno anomala, e si dispongano a imparare.
Perché questa società ha voglia e necessità di imparare. E se i partiti sono specchio della società, è proprio mostrando di voler imparare che svolgeranno senza contraddizione e senza ambiguità quel ruolo pedagogico che adesso ci serve.
 

Dobbiamo sloggiare

Girano voci, non controllabili esattamente, di una prossima, molto prossima, chiusura della piattaforma splinder, che ospita questo blog. Sto cercando di capire come far migrare i post in un'altra piattaforma, e aprire di conseguenza un altro blog, ma non sono abilissimo. Intanto segnalo che se il blog sparisce, riapparirà con lo stesso nome da qualche altra parte. Se poi qualcuno vuol darmi una mano mi scriva pure.

Se poi non volete proprio correre il rischio, potete chiedermi l'amicizia di contatto su facebook, da dove darò tutte le informazioni sul nuovo blog se non dovessi fare in tempo da qui (perché pare proprio che chiuderà fra pochissimo).