Se mi sbaglio mi corrigete

Forse sbaglierò, ma la svolta positiva potrebbe arrivare oggi. Cerchiamo di ragionare come un investitore. I BTP hanno una remunerazione altissima, la più alta possibile. Oltre questo limite non sono più sostenibili e ogni investitore sa che oltre questa soglia rischia di non rivedere i soldi indietro, anzi ne è praticamente sicuro.
La situazione politica è grave, ma ormai è molto chiara, molto molto più di ieri. Berlusconi non solo esce di scena, ma non ha più un partito, il che vuol dire che non influirà sulle prossime scelte politico-istituzionali. Un gruppo cospicuo lascerà il PDL per fare un gruppo autonomo (per salvarsi la pensione, intendiamoci) che sosterrà qualsiasi governo tecnico, anche con Ciccio Formaggio alla guida, altri seguiranno la Carlucci, ma – cosa più importante – c'è la possibilità che il partito in quanto tale decida di abbandonare l'idea delle elezioni.
Napolitano si è fatto garante dei prossimi passi e ha praticamente indicato il suo candidato a palazzo Chigi (novità straordinaria nella nostra prassi). Obama ha fatto dichiarazioni sull'Italia ottava economia del mondo, di buon senso e di verità.
Insomma non ci sono scuse. Se io fossi un investitore saprei a questo punto che i BTP hanno un rendimento eccezionale, il migliore possibile, e che la situazione del paese si avvia a essere sotto controllo (il che ridurrà i rendimenti considerevolmente nelle prossime settimane).
Non avrei altro da fare: comprare oggi e domani e mettermi "in pancia" un interesse del 7%. Il momento di comprare è oggi. Quindi tassi e spread si abbasseranno velocemente.

C’ho lo spread a mille

Sarò smentito dai fatti, ma a me pare impossibile che si vada ora a elezioni anticipate. Per due classi di motivi. La prima è che non è interesse di alcun partito e neppure di alcun deputato. Appena Berlusconi cesserà di essere presidente del consiglio le minacce del PDL di andare a elezioni si affievoliranno necessariamente. Esiste il PDL senza Berlusconi? Alfano ne è il leader? Sono in grado di affrontare le elezioni? I voti chi li prende, Scajola (come diceva il tale)? E il centrosinistra chi candiderebbe oggi come premier? Io non l'ho capito.
Il secondo motivo è che davvero una campagna elettorale, dagli esiti così incerti e confusi, il paese in emergenza non ce la farebbe a reggerla. Soprattutto non reggerebbe risultati confusi e alleanze improvvisate, da una parte o dall'altra.
Non credo che sia il tempo di ribadire le identità partitiche buttandosi nelle elezioni per poi piombare nel caos e fare magari fra un anno le coalizioni di salvataggio. Quella dei governi tecnici o istituzionali è un'anomalia (anche se ogni governo è in realtà politico per definizione), questo è certo, ed è il segno della incapacità dei ceti politici. Ma stiamo uscendo da un'anomalia ancora più enorme, siamo sorvegliati dall'Europa per la prima volta in questo modo (ed è un buon segno di integrazione) e viviamo una crisi su cui nessuna forza politica si è ancora espressa in modo convincente. Il berlusconismo è finito. E non perché sia nata un'alternativa. E' finito nel caos, che va risolto in fretta e nel modo più ampio possibile. Altrimenti la prossima fase sarà ancora più difficile.

Il patentino di Gramellini

Ieri Massimo Gramellini, che stimo e apprezzo, ha scritto una cosa talmente enorme che è anche difficile commentarla, perché implicherebbe una risposta più articolata e molto più lunga della provocazione.
Ma non avrei alcuna chance, perché in questi casi vige la legge ferrea che la cosa più semplice e immediata, al di là delle sue ragioni, vince sempre sulla risposta lunga e articolata.
Ma c'è un paradosso che mi ha divertito molto.

In breve Gramellini vorrebbe provocatoriamente limitare il diritto di voto:
"Per realizzare una democrazia compiuta occorre avere il coraggio di rimettere in discussione il diritto di voto. Non posso guidare un aeroplano appellandomi al principio di uguaglianza: devo prima superare un esame di volo. Perché quindi il voto, attività non meno affascinante e pericolosa, dovrebbe essere sottratta a un esame preventivo di educazione civica e di conoscenza minima della Costituzione?"

 Che questo configuri una "megliocrazia" è molto dubbio, ma credo sia anche molto dubbio che con un patentino di voto la classe politica sarebbe diversa o migliore e la nostra democrazia "compiuta". Del resto spesso i "migliori" e i democratici sono semplicemente quelli che la pensano come noi e i cretini prevalenti gli altri.
In ogni caso credo che una società che non riesce a esprimere la parte migliore di sé nella libertà e nella democrazia arriva al patentino (o ai suoi corrispettivi politico-istituzionali) come esito di una chiusura, di una caduta, non di un'apertura o come rimedio.

Ma non possiamo qui sbrogliare la matassa, solo sottolineare il paradosso involontario (che però dice molto della complessità del tema).

Gramellini propone un principio in sostanza antidemocratico, cioé la limitazione del diritto di voto che viene subordinato a un esame di educazione civica e alla conoscenza della Costituzione.
Ma la Costituzione e le vicende che le hanno dato vita, anche in rapporto alle costituzioni precedenti, come lo Statuto Albertino (in cui il suffragio universale non c'era), sono intimamente legate al diritto di voto universale come esito e strumento della democrazia. Generazioni di italiani si sono impegnate per raggiungere e costruire una Costituzione che fosse basata sul voto per tutti, maschi e femmine, al di là del censo e del grado di istruzione, hanno elaborato un sistema di garanzie e di protezioni, di accesso alle cariche e alla formazione delle scelte collettive che non prescinde dal suffragio.

Ecco, il paradosso è un po' qui: se si insegnasse l'educazione civica si direbbe questo e a Gramellini, interrogato sullo spirito e il funzionamente della costituzione, non darebbero il patentino.

 

Le forme dei contenuti

Visto che mi si chiede in continuazione che ne penso io e che quando sono a Milano  sono distratto etc. etc.. Io non ne penso niente. Vedo guerre di post, di ticchete e di tacchete, di sì però, di no ma, di terzi gradi dalla realtà senza passare per Platone, di entropie e di bordelli, di reti che non ci sono, di mise en abyme, di bulli e di pupe e di pupe bulle. L'importante è essere un po' vecchio, ma non troppo, e un po' giovane, ma neanche tanto. Vedo generatori automatici di politica, basta fare il refresh. La democrazia è partecipazione, partecipazione è dire n'importe quoi, meglio se già sentito da n'importe qui. Poi però l'importante è costruire dispositivi che consentano di ricreare nel presente e nel futuro dualismi, esclusione, critica interna ad libitum, difesa dell'esistente e dell'inesistente, e soprattutto discorsi sul partito, il ruolo del partito, i valori del partito, il centro del partito, la sinistra del partito, fuori dal partito, dentro nel partito. Citare Gramsci va bene, ma il maestro è Aldo Biscardi. Peccato non abbia scritto quaderni. I contenuti ci sono, non vedo le forme. La morale è sempre quella. Riforme sì, ma con Nesquik.

 

Nel caso, ricordatevi di cambiare pure i colonnelli

La decisione di Papandreou di indire un referendum per l'accettazione del piano di salvataggio della Grecia mi era sembrato certamente un atto democratico, ma un po' avventato. Uno po' troppo.  E se i greci dicono di no?
Poi ieri sera è circolata un'altra notizia, la destituzione di tutti i vertici militari greci e l'avvicendamento di vari generali, che ha avuto pochissimo spazio nei nostri tg e su cui mi pare che  quasi nessuno si sia interrogato, e allora anche il referendum si spiega molto meglio. Con il referendum il governo non può essere accusato di aver mandato in rovina il paese e si toglie un argomento possibile, il più pesante, a chi ha eventualmente strane idee.
E' possibile un colpo di stato in un paese dell'euro?

E se abolissimo davvero gli stage non retribuiti?

 Un articolo di Andrea Kerbaker sulle pagine milanesi del Corriere della Sera mette a fuoco una prassi lavorativa ormai troppo diffusa, quella dello stage non retribuito e si augura una reazione "contro questa ingiustizia", che parta magari proprio da Milano, una reazione da "vera capitale morale".
Io a mia volta, forse in modo un po' ingenuo, mi ero posto la questione circa un anno fa in un mio post, che in parte riprendo.
Negli ultimi mesi poi, nella campagna delle primarie francesi, la socialista Martine Aubry ha proposto con radicalità addirittura l'abolizione degli stage per certe posizioni. La proposta è stata forte e non priva di problemi, ma per qualche settimana ha avuto almeno il merito di far considerare il tema degli stage da un'altra visuale e di porlo al centro del dibattito pubblico.

Certo l'importanza dello stage non va sottovalutata e la sua funzione va affrontata con pragmatismo e senza ideologismi. Per molti giovani rappresenta un validissimo accesso al lavoro e per molte aziende uno strumento utile per formare competenze specifiche e particolari. Lo stage è regolato dalla legge, ma sappiamo anche che troppo spesso ciò che viene chiamato stage è in realtà una pratica che va al ben al di là di quanto previsto dalla legge.
Ognuno di noi sa, per esperienza più o meno diretta, che molte piccole aziende, studi, agenzie, società stanno sul mercato anche perché si approvvigionano con lavoro gratuito e volontario, senza dare in cambio alcunché.
Si tratta di una prassi che in primo luogo inquina il mercato, falsa la competizione, indebolisce il sistema nel suo complesso. In questo senso non si tratta soltanto di una pratica ingiusta, ma di una disfunzione, di un problema grave.

Ma dal punto di vista simbolico e direi quasi cognitivo, del senso di realtà che così si costruisce, il  problema è ancora più importante:

è giusto e utile considerare normale che i ragazzi passino attraverso il rito d'iniziazione del lavoro volontario e gratuito che porta all'idea che l'impegno personale e le capacità non abbiano valore nel mondo del lavoro?

è utile far passare come "realistica" l'idea che investire su se stessi e sulle proprie motivazioni si trasformi in lavoro gratuito a disposizione delle aziende senza un correlativo investimento da parte loro?

è utile far credere che le motivazioni personali siano un compenso in sé e che una giusta e anche minima retribuzione non sia un atto dovuto ma una concessione?

Come possiamo davvero pensare ad una crescita economica e produttiva del paese facendo credere alle generazioni più giovani che non c'è alcun nesso tra la loro voglia di fare, capacità di produrre, impegno ad imparare, sforzo di innovare e la possibilità di un minimo riconoscimento sociale ed economico del loro lavoro?

Che impatto ha a lungo termine, quali costi economici, il misconoscimento dell'importanza simbolica degli anni di ingresso del lavoro? La nostra economia perderebbe qualcosa o ne guadagnerebbe dall'abolizione degli stage gratuiti? L'economia del resto è parte di una cultura più ampia, di modi più complessivi di vedere la realtà.
Non sarebbe il caso di cominciare a parlarne?

 

Don Silvio Pasticcio (e i suoi amici)

Sarà che quando sono a Milano per qualche giorno perdo tutta la concentrazione, sarà che in tv non parliamo che di Berlusconi, sarà quel che sarà, ma in questo momento di fine epoca mi sono venuti in mente questi tre filmati che secondo me riassumono i tre periodi che hanno caratterizzato i 18 anni di berlusconismo.
Il primo lo spiega Petrolini molto bene:

   

Il secondo è quello inspiegabile dell'assoluta sconsideratezza di fronte alla crisi, quando si risolveva con la minimizzazione e l'ottimismo.

Ora siamo in una fase in cui tutti i giochi sembrano scoperti e rimaniamo un po' attoniti perché gli altri si permettono (e non dovrebbero e non ne avrebbero forse neppure titolo, nel merito) di ridere di noi, di come ci siamo voluti organizzare, di come abbiamo cercato di fare i furbi. Ma non c'è verso, lo spettacolo è esilarante (per gli altri).

Quest'epoca sta finendo, ci stiamo uscendo peggio di come ci siamo entrati, ma non è tutta colpa degli altri, dei berlusconi e dei bossi, come tanti che li hanno sempre sostenuti e votati fanno finta di credere e ora fanno i fermi oppositori o i delusi.
Abbiamo proprio scelto noi come paese di non risolvere i problemi, di dare retta a Nerone che di fatto ci chiamava "ignobile plebaglia", ma che ci prometteva di non pagare le tasse, di non disturbare i ceti e gli interessi, di farci fare "una stanza in più".
Di una necessaria quarta fase non mi viene proprio in mente un possibile video, ma spero che sia la fase della voglia collettiva di risolvere i nostri tanti problemi, senza le petrolinate (ma Petrolini prendeva in giro i dittatori durante una dittatura…), senza le rassicurazioni senza senso, senza i Ciccio Pasticcio che ci piacciono tanto, senza le prese d'atto che la situazione è "grave ma non seria". Gli ultimi vent'anni della nostra vita li abbiamo persi così.

 

Una domanda di inizio anno accademico

Esiste una relazione tra il ruolo di studenti e docenti in una lezione universitaria e la concezione del dibattito pubblico nei vari paesi?
Me lo chiedo spesso all’inizio dell’anno accademico, soprattutto da quando ho cominciato ad avere esperienze di insegnamento fuori dall’Italia. Ma non mi sono mai dato una risposta convincente. Neanche con questo post.

Quando lavoravo all’università di Monaco mi aveva colpito la grande presenza di seminari rispetto alla lezione frontale (almeno nella mia esperienza in discipline umanistiche e storico-filosofiche).
Nel seminario il ruolo degli studenti è attivo, le ore sono concepite spesso come discussione direttamente su un testo, filosofico o storico.
In poche parole se si parla di Machiavelli ci si aspetta che ognuno abbia letto proprio il testo in questione e che si senta libero di prendere la parola sulla base di quel testo particolare.

Credo che in questo caso l’idea sia che il senso critico degli studenti si sviluppa meglio e si affina imparando a dialogare nel merito di un testo e dal dibattito con gli altri, senza timori reverenziali.
Il rischio concreto però è che si tralasci il contesto di un’opera e che prendere la parola diventi un obbligo “sociale” anche se in realtà non si ha la competenza sufficiente.
In altri termini, non è detto che tutti abbiano chiaro che problemi specifici Machiavelli volesse risolvere in rapporto al suo tempo (che va al di là del testo).
La Vorlesung invece, la lezione frontale, veicola decisamente un altro senso di autorità e competenza. Un professore parla, da una cattedra, spesso da un leggio e stando in piedi, e gli studenti ascoltano.

Un po’ quello che succede in Italia, dove la lezione frontale è sempre prevalente, anche nei seminari, che riproducono spesso lo schema di autorità “professore che parla/studenti che ascoltano”. Non c’è nulla di sbagliato in questo. Si impara (anche) stando zitti ad ascoltare. Certo chi parla deve dire qualcosa e deve saperlo dire.
Inoltre in Italia si dà un’attenzione costante al contesto di opere e autori, cosa che si può fare solo con strumenti esterni al testo stesso, cioè con libri che parlano del libro. L’anacronismo è un peccato imperdonabile e per esempio la filosofia è quasi sempre storia della filosofia (anche presso quegli accademici che si definiscono filosofi tout court).
Il rischio naturalmente è quello di risolvere qualsiasi cosa nel suo contesto, qualsiasi novità nelle sue premesse storiche, anche qui con conseguenze culturali più ampie, per esempio su cosa si intenda per trasformazione, per responsabilità, per decisione, anche sull’idea che si ha del proprio essere pronti a prendere la parola pubblicamente.

Tutto il contrario degli anglosassoni (presso i quali non ho però mai insegnato) che pretendono spesso dal testo storico soluzioni possibili per problemi intellettuali attuali.

La Francia ha un sistema di insegnamento e ricerca molto articolato. Oltre all’università esiste un forte CNRS (il nostro CNR) votato quasi esclusivamente alla ricerca ed esistono i cosiddetti Grands Ètablissements (uno dei più noti per gli studi storici e sociali è l’EHESS di Parigi), che sono allo stesso tempo istituti di ricerca e di formazione alla ricerca.
In questo caso l’insegnamento base è il “seminario di ricerca”, ma con differenti concezioni. All’EHESS per esempio non ci sono fisicamente le cattedre o le pedane. Chi dirige il seminario non ha una posizione separata e le aule sono a forma rettangolare così come la disposizione dei banchi. In questo modo si garantisce che tutti siano sullo stesso piano, possano vedersi e prendere facilmente la parola. Chi dirige non trasmette solo delle informazioni o delle idee, ma è pronto a rimetterle in questione perché i partecipanti sono spesso non solo studenti, ma dottorandi e ricercatori.
L’enfasi è quasi sempre posta sul dibattito, sullo scambio e spesso quasi sulla battaglia delle idee.
Del resto l’intellettuale, in Francia, ha ancora un ruolo pubblico importante. Ci si aspetta che sappia assumere decisioni, che abbia una funzione critica e che sappia indicare nuove strade. Se la Francia si ritiene ancora una potenza, è anche perché ritiene di saper produrre interpretazioni della realtà e visioni del mondo.

Facce da schiaffi. (Una recensione sulla fiducia)

Lyotard diceva, più o meno, che la gente non compra i libri per leggerli, ma per rievocare per un istante l'emozione che aveva provato quando ne aveva sentito parlare alla tv – da giornalisti che ne conoscevano solo l'indice e la quarta di copertina.
Scrivere di un libro che non si è letto (ma questo lo fanno anche tanti miei colleghi accademici…), di cui nessuno ha ancora parlato (perché esce il 2 novembre!) e di un autore che non si conosce è allora per forza un'emozione tripla o quadrupla.
Il libro è Facce da schiaffi. Il catalogo di quelli che se lo meritano. L'autore è il giornalista Mattia Carzaniga, che non conosco personalmente, ma che per un motivo che non ricordo è tra i miei friends di facebook.
Il libro non l'ho letto, appunto, ma è molto divertente. Lo so sulla fiducia. Gli indizi ci sono tutti.
Carzaniga si occupa di cinema e dintorni (se mi sbaglio mi corrigerete), ma soprattutto ha un talento, un po' pop, un po' caratteri di Teofrasto, un po' corso Como expliqué aux enfants,  per i tipi umani e anche per quelli umanoidi. Non saprei dire se classificherebbe Angiolina Jolie tra i primi o i secondi. Lì, in effetti, non è chiaro.
Di sicuro è uno dei pochi giornalisti under 30, su questo non ho dubbi, che saprebbe rispondere alla domanda: Chi è Gastone Moschin?
Una volta mi ha fatto notare, sempre su facebook, con il tono di uno che beve un martini dry in camicia bianca, che avevo usato un accento acuto al posto di quello grave. Avrei voluto dirgli che non è facile trovare gli accenti giusti nelle tastiere tedesche e francesi, ma lasciai correre. Il particolare però è rivelatore. A volte il passaggio dallo scazzo alla cura è dato da un accento.
Del resto ha un blog in cui scrive a volte cose eccessive, ma che ha delle rasoiate di intelligenza e di scrittura, uno stile caustico ma con un lessico proprio e non banale (va be', sa scrivere), che non possono non ritrovarsi nel suo catalogo di schiaffeggiandi. D'altra parte si può parlare de "Il commesso 'Le sta benissimo' ", che di un vestito sei taglie più grande ti dice "Si porta così, molto morbido" (questa pagina l'ho letta in effetti) e di altre decine di tipi umani da schiaffi, soltanto per scoprire che tra sberloni da dare, situazioni da descrivere, risate da fare è piena la nostra vita.

Io il libro non l'ho letto e lui non lo conosco. Però l'ho ordinato.