Alcalà per medievisti

Da martedi 18 in Spagna, ad Alcalà, per il convegno della SIEPM (Société Internationale pour l’Etude de la Pensée Médiévale), che quest’anno è su un tema politico: “Legitimation of Political Power in Medieval Thought”. Qui il programma dei lavori.

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Un piccolo paradosso Anvur sui valutatori della ricerca accademica

Come sa chiunque si occupi di ricerca accademica, l’Anvur (Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca) ha da poco reso noti i risultati della valutazione dei “prodotti” della ricerca, cioè la valutazione del livello scientifico di articoli, monografie, pubblicazioni, di ricercatori, professori associati, professori ordinari, dipartimenti. Non mi interessa qui fare considerazioni sulla grande importanza di questa operazione (io sono molto d’accordo con quanto scrive Tito Boeri per la Repubblica del 17 Luglio, ma per considerazioni di segno opposto bisogna menzionare anche il gruppo raccolto attorno al sito Roars), ma sono stato attratto da un dettaglio.
Per valutare i prodotti scientifici, l’Anvur ha adottato il sistema di Informed peer review; ha cioè affidato a dei revisori l’incarico di valutare articoli e pubblicazioni. Chi sono questi revisori? Sono opportunamente esperti “pari non dal punto di vista del rango accademico formale, ma della competenza scientifica, accertata dal cv, dalla reputazione, dalle pubblicazioni e dalla presenza, come requisito minimo, del titolo di dottore di ricerca (…)”.
Che cosa vuol dire? Vuol dire che per l’Anvur non conta la posizione accademica – qui peraltro chiamata “rango”, come se si trattasse di un titolo nobiliare -, ma la qualità scientifica. Quindi un ricercatore (il “rango” più basso), purché considerato di livello scientifico adeguato, può giudicare scientificamente un associato o un ordinario. Non solo: anche chi non ha un posto fisso (ma ha un dottorato di ricerca e i requisiti scientifici) – e quindi nella logica baronale non è praticamente nessuno – può essere in grado di giudicare il livello scientifico di una pubblicazione di un ordinario.
Bisogna quindi pensare che ci siano moltissimi studiosi, nel processo di valutazione Anvur, che hanno giudicato pubblicazioni di studiosi di rango accademico anche sensibilmente superiore. Il principio è giustissimo ed è un modo intelligente che l’istituzione (Anvur-Ministero) ha anche per raccontare meglio il mondo della ricerca a chi ne fa parte: in anni come i nostri molti ottimi studiosi non hanno un “rango accademico”, ma viene riconosciuto loro un rango scientifico (ciò che mi auguravo per esempio in una polemica di un po’ di tempo fa).
C’è però un piccolo paradosso in tutto questo. Infatti in questi stessi mesi è in corso una procedura di “Abilitazione scientifica nazionale”, anche questa fortemente voluta dal ministero e dai vari ministri che si sono succeduti. In poche parole, chi voglia partecipare a un concorso per professore associato o ordinario dev’essere “abilitato” a quella posizione. La procedura di abilitazione deve accertare in primo luogo che il livello scientifico del candidato sia all’altezza della posizione accademica richiesta. Oltre a questo, e a seconda delle discipline, c’è una serie di altri criteri aggiuntivi da soddisfare. L’Anvur ha stabilito alcuni criteri quantitativi (numero di pubblicazioni, articoli, monografie, etc.) minimi che ogni candidato deve soddisfare per poter poi essere ulteriormente valutato dalla commissione nazionale per discipline. Il paradosso è dato, a mio avviso, dal fatto che molti candidati all’abilitazione saranno probabilmente stati anche revisori nel processo (del tutto distinto) di valutazione dei prodotti di studiosi del rango accademico a cui essi ora aspirano. Ci saranno – mi pare estremamente probabile – ricercatori che hanno valutato professori associati e ordinari e che ora chiedono l’abilitazione scientifica per il posto da associato o ordinario. Ci saranno anzi anche studiosi che non hanno alcun posto, e che ora aspirano all’abilitazione scientifica, ma che l’Anvur ha già giudicato scientificamente idonei a valutare ricercatori, associati e ordinari. Certo il criterio strettamente scientifico è solo uno dei criteri per avere l’abilitazione, ma non è paradossale che l’Anvur chieda a uno studioso di valutarne un altro di rango superiore e poi gli chieda di sottoporsi a una procedura che certifichi un livello scientifico che l’Anvur stessa gli ha già riconosciuto?

Vaghe e ambigue speranze

Devo dire che considero l’operazione politica di Giannino non banale e lui un ottimo comunicatore, capace di far crescere il dibattito in campagna elettorale, e che spero abbia una rappresentanza alla Camera. Sta però girando in queste ore per la rete il video di un suo intervento, in cui racconta che uno dei suoi candidati, professore associato in un’università del Sud, avrebbe ritirato la propria candidatura per le pressioni ricattatorie del proprio rettore, candidato in un’altra lista.

“Se voglio avere anche solo una vaga speranza di diventare ordinario devo ritirare la candidatura”: il climax del racconto contro i baroni è di un’ambiguità straordinaria. Perché è certamente giusto lo sdegno contro il rettore, ma l’atteggiamento del professore associato, che è tipico della nostra università, è altrettanto caricaturale. Ne esce l’idea di un’università in cui per “una vaga speranza” di avanzamento di carriera e di stipendio si rinuncia alle proprie idee, ci si espone ai ricatti, che poi vuol dire che si obbedisce agli ordinari nelle commissioni di concorso, che si escludono i meritevoli a favore dei non meritevoli e dei poverini. Sempre perché altrimenti l’ordinario cattivo ci minaccia, ci intimidisce, e però ci aiuta in un oggettivamente miserabile aumento di stipendio quando sarà il nostro turno, a scapito di altri. L’aneddoto di Giannino – lo prendo così come lo racconta – ci mostra la pazzesca ambiguità e la sottile confusione in cui l’università è piombata da anni, in cui tutti si sentono vittime, ma nel vittimismo si costruiscono misere carriere.

 

Ognuno ha la sua agenda

Comincia l’anno con dei bei progetti: sono davvero molto contento di partecipare come “discussant” il 17 e 18 gennaio al seminario di ricerca “Religious Acculturation” presso l’Institut für Mittelaterforschung di Vienna, che è organizzato da Pavlina Rychterova e Simona Corbellini, ed è aperto da una conferenza introduttiva di Walter Pohl.  So che imparerò molto. Sabato 9 febbraio sarò invece a Parigi, invitato dal CERLIM (Université de Paris 3 – La Sorbonne Nouvelle), che ringrazio molto, anche per la pazienza legata alle date, per una conferenza dal titolo ” Metafore e analogie organicistiche nel pensiero politico medievale : il caso di Marsilio da Padova”. E a proposito di Marsilio, per marzo è prevista l’uscita del mio libro Marsilio da Padova, per la collana “I Pensatori” dell’editore Carocci di Roma.

Comment te dire au revoir

Con la discussione dell’abilitazione francese è terminato l’ultimo impegno che avevo programmato per questa mia permanenza a Parigi. Sono stati tre anni bellissimi e professionalmente molto intensi. Ho imparato molto su tante cose e ho contribuito per come ho potuto, in una rete vasta di istituzioni, studiosi, progetti, personalità che solo la città di Parigi (per il centralismo francese) può offrire oggi in Europa. Ringrazio davvero tutti, colleghi, maestri, studenti, amici.

Ho imparato anche molto di un paese interessante, così inaspettatamente simile all’Italia e così straordinariamente diverso, con delle istituzioni che si vogliono a misura di mondo, ma con una quotidianità a misura di paese, con un’evocazione costante dei valori repubblicani – che sono quei tre della rivoluzione – e con l’impossibile rimozione della guerra d’Algeria, che in fondo ha creato la quinta repubblica, con una burocrazia peggiore di quella italiana (sì, è possibile), ma con l’idea che tutto è possibile, bastano lavoro e idee. Un paese appeso a un filo, che cerca di prendere la rincorsa, ancora una volta, per ripensarsi e dire qualcosa a se stesso e agli altri. Un paese che crede nella cultura, perché per governare il mondo bisogna prima interpretarlo, ma dove un intellettuale può dire alla tv che se uno non ha un rolex a 50 anni vuole dire che è un fallito. Un paese che ama l’Italia, ricambiato, a giudicare dalla presenza di italiani dappertutto, un paese dove ci si può sentire a casa.

Anni fa avevo programmato di concedermi un ultimo contratto di lavoro “esotico”, prima di capire dove fermarmi. Come da programma, lascio quindi Parigi per Vienna, ma qualcosa mi dice che non si tratta di un addio (come nella canzone qui sotto),  ma di un arrivederci.

Vi spiego l’abilitazione francese

Per pura coincidenza nelle stesse settimane mi sono trovato a consegnare la domanda di “abilitazione scientifica nazionale” in Italia e a discutere il dossier di “abilitazione a dirigere le ricerche” in Francia. Dato il dibattito che si è aperto riguardo all’abilitazione italiana – è il primo anno che questo titolo esiste in Italia  – e a  come migliorarne la procedura, che in effetti ha presentato vari problemi, mi pare interessante descrivere alcune differenze tra Italia e Francia (limitandomi ai settori umanistici).

In Italia l’abilitazione serve per poter partecipare, successivamente, ai concorsi per professore associato o ordinario. Per partecipare all’abilitazione si deve superare almeno uno dei tre parametri quantitativi stabiliti dall’agenzia di valutazione in base alle mediane di produttività del settore scientifico scelto (qui spiego un po’ meglio).

Si prepara un dossier, comprendente il cv scientifico e le pubblicazioni più significative, che viene valutato da una commissione nazionale composta da cinque professori, che può decidere preliminarmente di rendere più restrittivi i parametri. La commissione è estratta sorte, il che vuol dire che, vista l’ampiezza dei settori scientifici, può anche essere composta da non specialisti strettissimi (per esempio la commissione di storia della filosofia, che a oggi non risulta estratta, potrebbe essere composta tutta da specialisti di Kant e Hegel e dover valutare il dossier di uno specialista dei presocratici. Al livello di specializzazione odierna della ricerca questo potrebbe contare, in un caso o nell’altro). Non c’è contatto tra candidato e commissione, tutto si svolge tramite invio dossier e pubblicazioni.

In Francia l’abilitazione (HDR) consente di “dirigere le ricerche”, cioè di dirigere gruppi di ricerca e assegnare e seguire tesi di dottorato. Tramite HDR si accede alle funzioni di “directeur de recherche” al CNRS o presso un Grand établissement, previo concorso, o alle funzioni di professore nelle università (ma in quel caso bisogna chiedere un’ulteriore qualification su dossier, che necessita appunto di essere abilitati). Quindi l’abilitazione consente di partecipare a certi concorsi, ma permette, a chi ha già una posizione di ricerca, di dirigere a sua volta i dottorandi e i gruppi.

La procedura è molto diversa. In primo luogo il candidato deve decidere in che università abilitarsi e chiedere, preliminarmente, a un professore o direttore di ricerca di quell’università di fare da “garante scientifico” del dossier di fronte alla facoltà. La tappa è delicata perché spesso è vietato candidarsi dove si ha già un posto o dove ci si è dottorati. La funzione di garante è seria e prevede già un filtro. Difficile che qualcuno si faccia garante di un dossier debole.

Al candidato viene chiesto di comporre un dossier che comprende di solito (può variare qualche dettaglio da università a università) in primo luogo una sorta di autobiografia intellettuale di un centinaio di pagine. Lo spirito di questo documento è l’autoriflessione sul proprio lavoro, sulle proprie scelte scientifiche e sul percorso svolto e quello futuro. Richiesta tipicamente francese, quella del momento autoriflessivo, che rischia a volte di sconfinare nella “egohistoire”, ma che può invece essere un esercizio estremamente importante di comprensione e coscienza di ciò che c’è veramente in gioco in un certo percorso di ricerca, operazione che per le discipline umanistiche è essenziale. Non sarebbe male introdurre in Italia qualcosa di simile in un qualche punto della carriera.

Il secondo documento richiesto è una ricerca inedita, cioè in sostanza un libro di 200-300 pagine, che può avere anche delle parti provvisorie, ma che delinei un orizzonte nuovo del proprio percorso e che mostri come esso sia capace di far nascere e dirigere ricerche altrui.

Il resto del dossier è composto da testi editi, o anche inediti in misura minore, che rappresentino il lavoro già svolto.

Un dossier medio è di circa 1000 pagine complessive e l’età media degli abilitandi è di circa quarant’anni. Tutto il lavoro preparatorio occupa almeno un annetto di impegno.

Il dossier viene quindi giudicato da un rapporteur interno (diverso dal garante), da due esterni, poi da un collegio ristretto, poi da tutta la facoltà.  Infine c’è la discussione di fronte a un jury di specialisti, di diverse università, appositamente composto sul profilo del candidato, di circa 5-6 membri, che assumono il compito con estrema serietà (e con grande impegno, vista la mole dei dossier). Ogni membro critica il lavoro del candidato (critica nel senso pubblico del termine), ne mette in luce gli elementi caratterizzanti, ne mostra nel caso i punti deboli, le potenzialità ulteriori e pone domande e questioni. Si tratta di una vero momento di dibattito scientifico, che ha certamente alcuni elementi “liturgici”, ma che rimane sincero e onesto. Una discussione media dura 4-5 ore, ed è estremamente importante, perché è l’assunzione pubblica di un lavoro di ricerca che è considerato patrimonio della comunità presente e futura.

Invito per venerdi alla Sorbona

Venerdi pomeriggio dalle 14 alle 18 sarò qui all’Université Paris IV-Sorbonne a sostenere l’Abilitazione (HDR). Sono molto onorato di incontrare tanti maestri e molto contento della presenza di tutti gli amici e i colleghi che vorranno essere presenti. Il dibattito è pubblico, come anche il brindisi successivo (che qui è considerato parte integrante della giornata). Tutti gli interessati sono invitati.

Invito

Ci sarà occasione di ricordarlo ulteriormente, ma comincio con l’invitare chiunque fosse interessato alla discussione della mia “Habilitation à Diriger der Recherches” presso l’Università Paris IV-La Sorbonne – che ha come titolo “Recherches de Philosophie Politique. Moyen Age-Renaissance-Epoque Moderne” – davanti a un Jury composto da:

M. Ruedi Imbach (garante scientifico), M. Joël Biard, M. Alain Boureau, M. Thomas Ricklin, M.me Irène Rosier-Catach

La discussione avrà luogo venerdi 30 novembre 2012, dalle 14.30 alle 18h, in sala D323, presso la Maison de la Recherche, 28 rue Serpente 75006 Paris.

Secondo l’uso locale, seguirà un breve rinfresco. Tutti gli interessati sono invitati.

I like

Ho comprato gli ultimi due libri di Giorgio Agamben. Nella quarta di copertina del primo c’è scritto “Insegna filosofia teoretica presso l’IUA di Venezia”. Nella quarta di copertina del secondo c’è scritto “Si è dimesso dall’insegnamento di filosofia teoretica presso l’IUA di Venezia”.

Che Agamben fosse un pensatore originale lo sapevo, ma non immaginavo che riuscisse a usare le copertine al posto dello status di facebook.

Uno story telling civile collettivo che continua

Alcuni mesi fa un gruppo di ricercatori mi contattò per dare visibilità a un’idea che mi sembrò molto utile, cioé quella di un ricorso collettivo, con l’apertura di una sottoscrizione pubblica, contro gli esiti di uno dei tanti concorsi universitari che destava qualche sospetto. L’idea mi sembrò bella perché si trattava davvero di raccontare una storia collettiva, una specie di story telling civile, un modo per mostrare che il cambiamento è possibile anche a partire da iniziative mirate.  Ne ho parlato qui e qui.

Oggi mi è arrivato un aggiornamento, in quanto sottoscrittore, che aggiorna sulla cifra raccolta, sulle prossime scadenze e sul fatto che domani ne parlerà Report su Rai Tre. Lo riporto nelle parti salienti:

Gentile Donatore,

cinque mesi dopo l’inizio della raccolta fondi per finanziare il ricorso al TAR contro l’esito del concorso da Ricercatore in Politica economica presso l’Università dell’Insubria, desideriamo informarti sugli sviluppi della vicenda.

Anzitutto ci preme dire che sei in buona compagnia: sono ben 221 le persone che hanno effettuato una donazione. Complessivamente sono stati raccolti 6.630, 50 Euro, dei quali 302,96 sono stati trattenuti da Paypal come commissione. (…).

Il risultato va al di là delle nostre aspettative e consenten ai ricorrenti di sostenere con serenità le spese dell’azione legale.

(…). Il pronunciamento della sentenza di merito è previsto per il 18 dicembre. Vi terremo informati.

Questa bella iniziativa che abbiamo costruito insieme verrà raccontata da Report-Rai tre, domani sera, Domenica 7 ottobre alle 21.30, nella rubrica “C’è chi dice no” (un’anteprima è gia visibile qui: bit.ly/secsappeal). Nel servizio appariranno alcuni volti del SECS-team che proveranno a dare voce al tuo gesto e a quello di altri 220 coraggiosi. (…).