I “senza posto fisso nativi”

Monti dice: «I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. E poi, diciamolo, che monotonia. E’ bello cambiare e accettare delle sfide, purché in condizioni accettabili».

Il posto fisso come unica opzione è stato abbandonato dal 1996. Questo vuol dire che ci sono praticamente i primi “precari nativi” al lavoro. E anche chi è nato diciamo nel 1980, e oggi ha 32 anni e quindi lavora da tempo, fa cognitivamente parte della prima generazione di persone che non si pone il problema della “pretesa” di un posto fisso.

La frase di Monti non può essere rivolta ai giovani, che sono ben abituati a quello che ormai è per loro un “dato di natura”, ma alle generazioni precedenti, che sono ancora cognitivamente intrappolate in un divide tra dentro e fuori che peraltro fa il loro gioco. La sfida è a loro.

Perché alla mancanza di posto fisso i giovani sono abituati, ma non possono abituarsi alle banche che danno il mutuo solo a chi ha il posto fisso, a stipendi che non tengono conto della brevità dei contratti (più un contratto è breve e più lo stipendio dovrebbe invece essere alto), a stage gratuiti e senza sbocco con cui le imprese si approvvigionano di lavoro a costo zero, a periodi di disoccupazione senza aiuti tra un contratto breve e un altro.

Probabilmente Monti intendeva questo, precisando “purché in condizioni accettabili”, ma allora deve fare qualcosa di incisivo e in fretta. La sfida è tutta qui e non ha nulla di monotono.

Perché chi ha meno di 35 anni è abituato da un pezzo a non avere un posto fisso per tutta la vita, ma abituarsi a una società ingiusta è molto pericoloso.

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3 thoughts on “I “senza posto fisso nativi”

  1. la cosa peggiore per i nati negli anni ’80 è che quando sono arrivati all’età del lavoro si sono trovati davanti all’impossibilità di un posto fisso, ma quando erano a scuola e all’università gli avevano insegnato che invece l’obiettivo era proprio il posto fisso. insomma, loro sono la generazione di mezzo, quella che si è vista cambiare le carte in tavola quando i giochi, l’educazione, erano finiti.
    hai ragione tu comunque, alla mobilità ci abituiamo, alle ingiustizie no e no.

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